domenica

Crisi di coscienza per insegnanti

Articolo pubblicato sul quotidiano online Ilsussidiario.net il 20 gennaio 2013




Immaginiamo una classe scolastica di un istituto superiore, frequentata da studenti di medio livello per quel concerne le capacità di studio, inserita in un contesto sociale a mediocre stimolazione culturale, e seguiti in modo intermittente dall’accompagnamento culturale dei genitori.
Immaginiamo un insegnante che viene incaricato dagli uffici regionali a catapultarsi in quel contesto e insegnare, tanto per fare un esempio, la filosofia, per due o tre ore a settimana.
Quali difficoltà incontra di primo acchito? Nei primi mesi il gruppo resiste, cioè si oppone alla novità del turn over. Dopo pochi giorni di curiosità, infatti, il nuovo contatto, che esige una regolarità nello studio e il rispetto delle norme, diventa ostile, e comincia quel noto braccio di ferro contro il docente “di passaggio”, che dura quasi fino alla fine del primo trimestre. Ma si tratta di un ostacolo superabile, perché quel conflitto genera la relazione, e poi, come dire, si procede in discesa. L’importante è tenere il punto.
Ma il riscontro più problematico è sempre la straordinarietà della differenza dei livelli culturali e motivazionali degli allievi tra di loro. Per una serie di problematiche scolastiche di ampio respiro, nella stessa classe si può incontrare l’allievo già pronto per l’università, e quello che avrebbe bisogno di tornare sui fondamenti della grammatica italiana, non capace di sintetizzare un testo breve e narrativo in un discorso orale. Questa distanza, tra gli adolescenti, ha evidenti implicazioni sul piano emozionale, creando tensioni, irrisioni, paure, ostracismi, e soprattutto differenze motivazionali.
La ricerca didattica ha studiato molte variabili interessanti, e la più nota è il superamento della lezione frontale, oggettivamente limitante, a favore di approcci seminariali, laboratoriali, legati all’apprendimento cooperativo. Senza dubbio, una didattica che riuscisse a scendere nel disordine morale e cognitivo dell’adolescente contemporaneo, attenuando la struttura rigida dell’impostazione tradizionale e cercando la motivazione interna, seguendo le curiosità soggettive per sollecitare il conseguimento di operazioni complesse, sarebbe auspicabile.
Ma proviamo adesso a ragionare sul docente. Magari non ha la cattedra piena, e porta in busta paga circa 1100 euro al mese. Tolti i mesi estivi, per cui non è pagato, fanno più o meno 900 euro al mese. Consideriamo che spesso deve pagare un affitto nella città in cui vive, consideriamo che ha una famiglia (i precari infatti hanno mediamente quarant’anni e una decina d’anni di servizio alle spalle, non sono sbarbatelli). È evidente che per potersi sostenere deve svolgere qualche altra attività, per strappare almeno un altro paio di centinaia di euro al mese. Certo non potrà comprare ogni giorno il quotidiano, non avrà facilmente occasione di andare all’estero e quant’altro. Ora, qualunque manuale di didattica spiega che la strategia cooperativa mirata all’apprendimento significativo, certamente più efficace della lezione tradizionale per superare gli ostacoli oggi presenti nell’insegnamento, riduce la fatica “in classe” per il docente, ma implica un notevole aggravio di lavoro preparatorio, per la scelta dei materiali, l’ideazione di sempre nuove attività, e il controllo continuo dei risultati. Ci vorrebbero anche mezzi a disposizione (dalla cancelleria alla tecnologia) spesso assenti nella scuola, e una collaborazione con i docenti “storici”, che invece a me pare sempre più difficile.
Tra l’altro, il docente precario, se vuole seguire un convegno, deve rinunciare a un giorno di stipendio e di contributi. E questo per qualificare l’offerta didattica, no? Senza contare che un anno  è dedicato alla preparazione di un inutile concorso, un anno a conseguire un master per non farsi scavalcare in graduatoria, un anno si lavora a settanta chilometri da casa propria e il tempo se lo mangia il viaggio…
Va da sé allora che la possibilità di implementare una “ricerca-azione”, per un docente coscienzioso e consapevole della necessità di un cambiamento, diventa fonte di frustrazione, per via della sua stessa difficoltà strutturale nell’applicazione, nonché nella gestibilità del lavoro fuori orario, per via del basso salario. Permane dunque un modello di scuola superato e inadeguato, di cui siamo consapevolmente trasmissori sociali, e di cui percepiamo l’inefficacia per almeno un terzo del gruppo classe.
Rimuovere gli ostacoli oggettivi a una buona didattica, però, non compete ai docenti, che non ne hanno la possibilità, ma allo Stato, cioè ai genitori, che anziché corrodere la dignità degli educatori dei loro figli, riferendosi ai cosiddetti “mesi estivi” di vacanza (e anche qui ci sarebbe un lungo discorso da fare), dovrebbero pretendere dalla loro classe politica aule meno popolate, docenti meglio pagati, stabilizzati e messi in condizione di sperimentare.
Ma anche questa campagna elettorale langue, su questo punto. Ecco perché, infine, i migliori tra i nostri insegnanti stanno lentamente abbandonano la scuola. E purtroppo ne hanno tutte le ragioni. Non è gratificante per chi ha talento operare in una struttura in palese dismissione, considerata socialmente un peso economico, e destinata persino a un ruolo residuale nella formazione delle giovani generazioni. Non è neanche una questione di meritocrazia, ma, come dire? Di “dignitocrazia”.



3 commenti:

  1. Un articolo ampiamente da me condivisibile...
    Ho scelto di studiare Scienze Umane con una passione per la Filosofia mi sono subito proiettata verso l'ottica della progettazione di nuovi climi educativi. Quando qualche anno dopo, in seguito alla specializzazione sis, ho avuto le mie prime esperienze da docente ho cominciato a sperimentare sul campo le idee maturate nel corso delle mie letture e delle mie riflessioni personali o dialogiche con studenti e colleghi di differenti livelli di istruzione.
    Da decenni la scuola anela al cambiamento qualitativo dell'offerta formativa...
    Ho investito molto del mio tempo privato ( con non poche critiche da parte dei miei familiari) per la professione in cui ho creduto in questi decenni di studio e di lavoro: per selezionare i contenuti e gli strumenti piu' idonei e per articolare la programmazione sotto un profilo metodologico capace di indicare l'amore per il sapere e l'impegno autoeducativo sia a me stessa che ai miei studenti.
    Ho voluto proporre il materiale disciplinare in termini di selezioni non solo di brani tratti dai libri di testo (spesso carenti sotto vari aspetti), ma anche impiegando direttamente opere dei pensatori oggetto di riflessione, articoli di riviste specializzate, video documentari, slides, files internet e così via... Tale materiale più che oggetto di lezioni frontali e stato materiale da consultare, osservare, ricomporre o elaborare in forma scritta, orale, digitale, spesso ex novo da parte delle classi a me affidate per il loro delicato percorso di maturazione. Abbiamo alternato lavori ed esperienze individuali ad attività
    in piccoli gruppi o nel gruppo allargato, con timidi tentativi di esperienze di interclasse
    (data una certa chiusura in tal senso da parte dei colleghi). Ho presentato Piccoli progetti per la cura degli spazi comuni e in particolare per la biblioteca di istituto e i laboratori informatici multimediali. Ho partecipato attivamente a progetti per percorsi seminariali trasversali anche in collegamento con associazioni esterne del mondo sociale o con musei e università'. Ho prolungato il mio tempo di presenza a scuola offrendomi per uno sportello di ascolto non terapeutizzante aperto agli studenti, quale strumento aggiunto contro la dispersione scolastica e identitaria adolescenziali.
    Oggi sono a casa da sei mesi e sembra che tutto l'impegno, la fiducia nel cambiamento possibile, la passione per il dialogo autentico ed evolutivo, i sogni filantropici restino sospesi in un'attesa tormentata, silenziosamente aggravata dall'incombenza dell'ulteriore prova di un concorso insensato ed ingannevole, che travestito di falsi intenti innovativi, conserva poco nascostamente le spoglie di una scuola in decadenza.
    Che abbiamo tanto da offrire siamo già stati chiamati più volte a dimostrarlo e siamo pronti a farlo ancora ... il Governo quando dimostrerà all'intero Paese, alle nuove generazioni in particolare, di volere veramente investire sulle sue risorse umane presenti e future lavorando con i fatti per metterci a disposizione gli strumenti economici, materiali, strutturali e culturali perché gli standard di qualità osservabili altrove o anche solo razionalmente ipotizzabili si facciano realtà condivisa fra noi italiani?
    Bianca Lo Cascio

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  2. Grazie per il commento, cara Bianca, ne condivido lo spirito e i contenuti.
    A presto,
    Carlo

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  3. Anonimo21:55

    Molto valido il "pezzo". Purtroppo non si farà nulla di tutto quanto hai indicato come
    necessario; non solo: non se ne parlerà nemmeno. Anzi sentiremo dire che con gli
    attuali "chiari dfi luna" un posto nella scuola pubblica, persino un posto "purchessia"
    vale tantpo oro quanto pesa. E i docenti? Che si accontentino pure! Cari saluti.
    Gianfranco Bosio

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