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Judo mit Worten



Pubblicato in Germania nel 2008 con l'efficace titolo di "Judo mit Worten", è da poco disponibile anche in italiano il manualetto di autodifesa verbale dell'esperta tedesca in comunicazione Barbara Berckhan (il titolo italiano è assai meno intrigante - Piccolo manuale di autodifesa verbale - ma l'edizione, targata "URRA", è curata e, nel genere, elegante).
Perché ho comprato questo libro? E soprattutto, perché recensirlo? Da appassionato indomito di psicologia e scienze umane sono stato mosso da una curiosità. Le nostre librerie pullulano di manualetti e guide, ad uso e consumo di aspiranti manager o semplici cittadini, per migliorare sé stessi, la propria autostima, la propria efficacia lavorativa. Quasi sempre questi prodotti editoriali sono siglati da autori statunitensi, tanto è vero che ci siamo ormai abituati a parlare di psicologia spiccia "all'americana". Questo libro invece mi ha incuriosito, perché è di cultura "continentale", cioè tedesco. Questa è una differenza importante, su cui mi vorrei soffermare. Ma solo tra un attimo. A tutti i diffidenti lettori del mio blog, abituati a leggere di Hegel o di Croce, raccomando questo pensiero: se un argomento interessa tante persone, tanto da indurli a leggere, a cercare delle risposte, a interrogarsi su di esso, questo argomento merita attenzione. Forse in molti casi le repliche culturali alla domanda fondamentale sulla "relazione umana" e sulla sua "cura" sono insufficienti o superficiali. Ma la domanda c'è, ed è profonda, e va ragionata. Io sono onnivoro, e leggo compulsivamente un po' di tutto, e qualche volta trovo anche un fiore tra le erbacce. Molte altre volte no: solo erbacce.
Torniamo al libro della Berckhan. Leggendolo (molto velocemente, per la verità, perché molte delle cosiddette tecniche proposte sono note da anni agli esperti di psicologia della comunicazione), bisogna riconoscere alla scrittice germanica uno stile sostanzialmente diverso da quello dei colleghi americani. Qui non c'è profusione d'ottimismo, non c'è alcuna sollecitazione stolida a pensare positivo a tutti i costi. Si intercetta una ponderatezza diversa. Anche il richiamo alla filosofia orientale, di cui dirò tra breve, è saggio e circostanziato, non degenera in una sequela orrida di citazioni zen, spesso prive di un riferimento reale nella prassi ordinaria. L'Aikido e il Judo sono due nobili arti marziali, la cui tradizione è parzialmente nota. In queste discipline, l'autocontrollo è fondamentale, ma non è ritenuto necessario per meglio assestare l'attacco nei confronti dell'avversario, bensì nell'evitare il conflitto (questo specie nell'aikido). L'idea è quella di poter vincere senza combattere, cioè di sfruttare la spinta energetica dell'avversario per accompagnare la sua aggressività fino al punto della sua dissoluzione o immobilizzazione. L'intuizione intrigante della Berckhan è quella di raccogliere i vecchi metodi della psicologia della comunicazione per gestire la conversazione (fogging, inchiesta negativa, asserzione negativa) e integrarle con qualche idea innovativa (risposta bisillabica, complimento gratuito, etc.), per sostenere la possibilità di fare con le parole ciò che il Judo e l'Aikido sono capaci di compiere con la tecnica di combattimento. In fondo, è un corso di autodifesa, di autotutela dalle aggressioni verbali. L'idea è intelligente, ma fin qui niente di veramente nuovo. Né di particolarmente profondo.
Ciò che mi preme evidenziare è l'idea di umanità che nasconde questo testo. La mia impressione è che l'autrice, scandagliando i fenomeni relazionali della provocazione, dell'arroganza, dell'insulto gratuito, si sia formata un'idea troppo superficiale del conflitto. Dietro l'aggressione non c'è necessariamente il vuoto, ma il pieno. E sebbene l'evitamento possa apparire la risposta più saggia e più prudente, occorre invece capire le ragioni intime di ciò che accade. L'insulto e l'aggressione, spesso, nascondono un "pieno" di umanità. Piuttosto che eludere l'insolente, senza necessariamente proporre l'ideale evangelico, occorre cercare invece la strada dell'equilibrio intrenseco nello spirito di ricerca, nello spirito del dialogo. Dando per scontato che le nostre istituzioni educative, dalla scuola alla famiglia, non sempre sono adeguatamente attente allo sviluppo delle competenze comunicative (grave errore), bisogna entrare nell'ottica che alcuni colpi bassi nella relazione interpersonale sono fisiologici. L'abilità da costruire consiste nella invulnerabilità emotiva, per poi aggirare l'ostacolo e curiosare nell'altro. Moltro probabile, infatti, che la radicale differenza iniziale possa ridimensionarsi, possa trovarsi un terreno più profondo di comunanza attraverso il quale le differenze di esperienze e percorsi personali possano condurre me a ristrutturare il mio campo visivo, e l'altro a fare lo stesso. Berckhan in qualche passaggio lambisce questo spazio, quando ricorda che nel Judo, per contrastare l'avversario, può essere necessario abbracciarlo. Le pagine dedicate a questo problema rendono il libro della psicologa tedesca decisamente diverso dai tanti manualetti dedicati al tema. Nonostante lo stile asciutto, si vede nell'autrice un'intenzione di ricerca. Il riconoscimento dell'altro però richiede un'analisi filosofica, pretende un'attenzione più profonda, che deve superare la semplice idea di "contrasto" per conseguire quella di "conciliazione mediata da contrasto". E' un po' hegeliano, lo so, ma funziona.