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Una rappresentazione della Shoah, destinata ai bambini




Quella della rappresentabilità della Shoah, dell'orrore concentrazionario, è una vecchia questione. A lungo intellettuali ebrei e non ebrei hanno ragionato sulla possibilità stessa di narrare, in una forma non testimoniale, né storiografica, bensì attraverso le varie opzioni della fiction grafica, filmica o letteraria, la catastrofe del Novecento. Tralasciamo la problematica leviana relativa alla testimonianza, e per un momento accantoniamo il profondo dibattito sulla comprensibilità dell'Olocausto, su cui mi sono a lungo intrattenuto, su questo blog, alcuni anni fa. 
Concentriamoci invece sull'idea della performance artistica evocativa di quei momenti tragici della nostra storia. Nonostante le perplessità sollevate in più occasioni da autorevoli uomini di pensiero, fumetti come Maus, film come Pasqualino sette bellezze, o il bellissimo Train de vie, hanno gradualmente contribuito a costruire un immaginario condiviso sull'Olocausto, anche per quelle generazioni che non hanno avuto alcuna consuetudine con il periodo storico in cui esso ha avuto luogo, e considerando anche che molti uomini di quegli anni per troppo tempo hanno sussurato ciò che doveva essere detto, ribadito, studiato e ricordato. Le ragioni di ciò sono molte e complesse, e non è questo il luogo per riesumarle.
Il problema diviene naturalmente ancor più spinoso quando la rappresentazione della Shoah viene pensata per un pubblico di bambini, per ragioni facili da intuire, ma su cui pure è necessario ragionare. L'occasione è data dalla pubblicazione di un libricino scritto da Alessandro Izzi, intitolato La valigia dei destini incrociati (DeComporre Edizioni, 2012). Si tratta di un breve testo teatrale, pensato per le scolaresche. Izzi non proviene dal mondo della drammaturgia, ma è un bravo critico cinematografico, che ha provato a cimentarsi in questa occasione con la scrittura teatrale. C'è anche del cinema, però, nel suo testo, e non solo per le espresse citazioni a La vita è bella di Benigni. Questo riferimento mi offre l'occasione di esprimere da subito il mio pensiero sul suo lavoro. Izzi prova a disegnare una piccola commedia, in cui si alternano sulla scena pochi personaggi dai tratti essenziali e riconoscibili, con qualche lampo di comicità o di struttura grottesca dei comportamenti, lasciando sullo sfondo non il tema, che è anzi il perno della narrazione, ma l'emozione, e in ciò, dirò tra breve, è il suo valore. Quando Benigni astutamente pensò di mettere sullo schermo il dramma della Shoah, per il modo in cui decise di portare a termine questa operazione (vero viatico alla sua assunzione quale profeta nazionale), provai profondo disagio. Per farla spiccia, il film mi parse semplicemente - e pericolosamente - una "furberia", più capace di cavalcare un tema drammatico che di rigenerarne nell'espressività la sua valenza reale, e tantomeno quella simbolica. Reputo La vita è bella un brutto film, del tutto inadeguato a rappresentare la catastrofe, nemmeno in un singolo passaggio. E non si dica che fosse altro lo scopo del film, perché se scegli quell'ambientazione per narrare del valore della vita, non puoi girartela come ti pare. O leggi I sommersi e i salvati, e li fai vivere nella tua espressione, o è meglio che stai zitto. In Train de vie, come molti possono facilmente constatare, le forze vive della storia si muovono in modo diverso, più vero, per quanto si tratti di una storia paradossale.
Ma torniamo a Izzi. Sebbene anche in questo piccolo testo si tenti la strada della commedia, per meglio avvicinare il pubblico giovanissimo, non ci si perde nella retorica. Mi spiego: il testo di Izzi è anch'esso retorico, ma qui il testo conta poco, in quanto Izzi riesce invece ad intercettare un elemento chiave della psicologia infantile. Vediamo quale, e perché.
La trama è semplice-semplice: siamo in una stazione ferroviaria, c'è un fattorino simpatico e amabile (Angelo), un capostazione che è un buon diavolo (Michele), una cassiera superficialmente antisemita, e un ridicolo professore di ginnastica, accanitamente fascista. Al centro della narrazione un bambino ebreo che si nasconde nella stazione, abilmente protetto da Angelo e Michele, e una valigia. Quest'oggetto, simbolo del passaggio, è l'elemento che lascia accedere il pubblico dei bambini alla verità. Angelo sostiene di parlare la lingua delle valigie, e attraverso questo colloquio riservato entra in contatto con storie di deportazione e con le allusioni ai campi. La rappresentazione non è diretta. Ma quel che è veramente forte è la percezione della paura. L'autore lavora, attraverso il meccanismo dell'immedesimazione, profondissimo nel pubblico infantile, su un tema decisivo per la peculiarità psicologica degli spettatori bambini: la paura di essere scoperti, pur senza terrorizzarli. Questo punto è il cuore del contatto tra il testo teatrale e la Shoah. Non c'è un gioco sul sentimentalismo spiccio. Non c'è un lavoro sulla contrapposizione statica, come in La vita è bella, tra vita e morte, tra bene e male. Qui si prova, in un frammento di rappresentazione, a far intuire l'orrore del dover nascondersi. Non c'è bisogno di indugiare sulle conseguenze. Perché il male si annida lì, nel persuguitare e nell'essere oggetti d'odio, prima che nell'universo concentrazionario.
A proposito, devo dire che il libro di Izzi presenta anche un altro merito. Trasmettere alle prossime generazioni la consapevolezza di quanto l'Italia non sia affatto rimasta fuori dal cono d'ombra dell'Olocausto. Il professore di educazione fisica, il goffo Roberto, che poi alla fine riuscirà a incattivire il clima della commedia (prima di essere "sconfitto" dalla storia) è un tipo d'italiano facilmente riconoscibile, che i ragazzi stessi possono rintracciare nel ventaglio dei propri incontri quotidiani. Purtroppo.

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