domenica

Aveva ragione Voltaire: siamo "pesci volanti"





Quando penso alla condizione in cui vive, negli anni che ci sono toccati, chi continua a credere sinceramente (cioè fuori da ogni retorica istituzionale) nella potenza assiologica della cultura, della filosofia o della poesia, dello sforzo umano verso l’orizzonte della conoscenza, mi tormenta l’immagine che Voltaire profilava per caratterizzare il vero hommes des lettres: quella del “pesce volante”. Questo animale infatti, si trova nella curiosa condizione di essere divorato dagli uccelli ogniqualvolta prova ad allontanarsi dalla superficie dell’acqua, e ad essere invece dilaniato dagli altri pesci quando vi si immerge. Questo è il destino di chi agisce la propria iniziativa culturale in modo serio e trasparente, che rischia di venire stritolato dai circuiti intellettuali ufficiali o dal grande mercato editoriale, e al tempo stesso è destinato all’autodistruzione, se sedotto dal vano tentativo di abbassare il proprio livello di pensiero al grado in cui si attestano i gusti del grande pubblico. Rimane dunque solo il piacere di ritrovarsi, unito purtroppo a un senso di perenne incomunicabilità e di fatica personale. Proprio qualche settimana fa, mi è occorso di presentare al pubblico pontino l’ultimo libro di Max Condreas, intitolato Origami impazziti. Se il suo lavoro precedente - Dal marciapiede dei ricordi - pareva rappresentare il punto di vista, lo sguardo del soggetto sul mondo e sulla vita in cui è gettato, qui l’indagine si fa più introspettiva, e si rivolge indietro nel tempo, anche quando guarda al presente, come se il vero sé stesso fosse raggiungibile o evocabile solo attraverso una presa di contatto con il sé bambino, come se l’essere adulti fosse equiparato al diventare adulteri di sé stessi. L’infanzia viene evocata più volte. Ma si vede bene che non si tratta solo di infanzia. Il richiamo al passato è l’evocazione di una società diversa, quella per intenderci di una ventina d’anni fa, in cui pure si contestava il conformismo generale dell’automatismo dei consumi, ma quando persisteva una vitalità – anche nei rapporti interpersonali – oggi evidentemente in stato di crisi. Si capisce bene allora come l’autore in molti versi voglia evocare la buona relazione con la vita che a quel periodo era correlata. E dal momento che una fase del periodo “giovanile” di Max Condreas l’ho condivisa personalmente, sono riuscito a cogliere e percepire, sebbene in chiave personale, alcuni richiami al passato proposti in questi versi. È per me un obbligo, oltre che un piacere, provare a interpretare il senso di questa sorta di visione nostalgica filtrante dai versi di Origami impazziti. In un componimento l’autore rammenta di “quando gli anni / erano semplici / a contarsi, / e le genti strette/ attorno ai fuochi”; credo di comprendere a cosa si riferisca. E credo anche di pensare, con lui, che i tempi delle genti strette intorno ai fuochi siano conclusi. Io vi leggo una sfiducia nei confronti della società. La leggo e la condivido. Questa forma di ricerca personalizzata di un itinerario soggettivo nel trascorrere del tempo si correda per molti aspetti di un rifiuto dell’alterità. Il mondo degli uomini, qui, è dipinto a tinte neutre, grigie e in certi tratti radicalmente respinto, allontanato. Non traspare un senso di superiorità ti tipo adolescenziale, ma una delusione, un ripiegamento su sé stessi come conseguenza di una impossibilità di relazione profonda. Si tratta di un vero rifiuto della contemporaneità (come dargli torto?), non solo dell’età. Le cose vanno insieme. Non è una lagna, non si tratta del nostalgico richiamo ad anni giovanili.
Molti fanno fatica a capire che la crisi che stiamo attraversando è solo obliquamente una crisi economica. I soldi non sono niente, non esistono, sono enti simbolici che rappresentano relazioni umane. Una robusta differenza quantitativa tra due somme monetarie rappresenta l’oppressione, il rapporto di potere, la violenza interpersonale. L’evidente dilatazione della forbice dei redditi, in ambito globale, ben descrive la struttura sociale che connette uomo a uomo. La crisi economica è in primo luogo una crisi relazionale. La società che precede non è sempre migliore di quella che consegue. Ma non si può dubitare che a partire dagli anni Ottanta si è innescata una lenta attività di sgretolamento che come una valanga procedeva silenziosamente sopra le nostre teste, e adesso ci travolge. Noi lo denunciavamo già allora, ma ci dileggiavano. Siamo stati facili profeti, ma ci dileggiano ancora. Una società che comprende l’importanza della solidarietà umana, della semplice amicizia, non suona la carica (tra l’altro ipocritamente) con la canzone della meritocrazia. Una collettività che coglie il valore dei simboli e dei linguaggi, nella loro ricchezza, non demolisce il sistema dell’istruzione pubblica, non umilia le professioni culturali. Nelle poesie di Max Condreas, senza alcun riferimento diretto, ma in modo intimistico e personalissimo, si narra proprio di questi fuochi spenti, di questa caduta, in cui si cerca almeno di rimanere sinceri a sé stessi, non essendo più così naturale l’esserlo con gli altri.

2 commenti:

  1. E' infatti vero che l'eccesso di simbolismo frena la comunicazione.
    Una volta stabilito ciò, la società può ripartire sulle vecchie basi una volta assimilato il senso globale.

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  2. L'allontanamento da ciò che ci rende esseri umani: la cultura, il godere della bellezza della natura, l'arte, lo sport, gli affetti, la spinta alla crescita personale, le reti relazionali di supporto, la gratuità degli sguardi e dei gesti...il dolore è dentro ognuno di noi e grida ascolto tormentando i più sensibili...

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