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A Roma c'era la filosofia morale (e ora - forse - né la filosofia né la morale))

Questa recensione è stata da me pubblicata per il sito dell'associazione CIVIS ROMANUS

Il libro pubblicato da Stefano Maso per Carocci (Filosofia a Roma. Dalla riflessione sui principi all'arte della vita, Roma 2012) riporta all’attenzione del pubblico colto la questione del rapporto tra la civiltà romana e la riflessione filosofica. E questo è sicuramente un bene, soprattutto perché il volume è redatto con spirito scientifico e contezza di citazioni. C’è da dire, tuttavia, che si percepisce una sottile indecisione dell’autore in merito allo stile da adottare nel mettere in quadro una vicenda culturale così complessa e certamente ricca di sfumature.Mi riferisco al fatto che il libro appare in certa parte come una dotta e assai intrigante analisi dei rapporti tra mondo romano e tradizione filosofica greca, e peraltro, come a seguito di un’improvvisa virata, assume l’aspetto del classico manuale introduttivo, estrinsecamente riconoscibile nella distribuzione in capitoli dedicati a questo o a quell’autore, minuti paragrafi riferiti alle opere, e divisione del “pensiero” in gruppi di problemi. Come dire? L’intero primo capitolo, intitolato semplicemente Caratteri della filosofia romana, si presenta come una disamina dal bel respiro e dalla capacità di sollecitare approfondimenti e ragionamenti. Un lungo saggio esaustivo e piacevole. Successivamente, la presentazione, in ordine, dei profili filosofici di Lucrezio, Cicerone, Seneca e Marco Aurelio, sebbene condotta con mai indebolita precisione descrittiva, cede parzialmente il passo alla pedanteria della presentazione didattica. Ma veniamo al dunque. Che la filosofia a Roma fosse filtrata in buona sostanza attraverso il contatto con il mondo greco è noto, ed è ovvio, ma che invece si possa definire, e in un modo piuttosto netto, una specificità della sensibilità filosofica del mondo latino, è un’altra questione, che qui viene sostanzialmente posta, e cui si risponde a più riprese. Maso cita giustamente Cicerone e i suoi tentativi di individuare un antico pitagorismo, addirittura precedente lo stesso Pitagora, quale dimostrazione di un’antica propensione all’attività filosofica nel territorio da cui sarebbe poi scaturita la civiltà romana, ma erano sforzi velleitari. La verità è che Roma colse il valore e l’importanza della filosofia, declinandola certamente in modo originale, solo in conseguenza di un’approfondita conoscenza della cultura ellenica. La prima manifestazione di interesse filosofico infatti si mostrava sempre come adesione a “scuole” teoriche non romane, fossero esse platoniche, stoiche o epicuree. Fino al II secolo dopo Cristo, ricorda Maso, a Roma non sorsero vere e proprie scuole di filosofia. Fatta eccezione per il circolo neopitagorico di Sestio, la prima vera “istituzione” fu quella fondata da Plotino nel 245 d.C. Lo stesso Marco Aurelio, che per primo sentirà il bisogno di formalizzare lo studio della filosofia, favorì la nascita di quattro scuole ad Atene (sostanzialmente votate all’interpretazione dei “classici”), ma non a Roma, con lo scopo di ricondurre nella città di Socrate lo sviluppo di una lunga tradizione. Le ragioni di questo fenomeno valgono da sole a stabilire il primo carattere della ricerca: la filosofia per i romani “si presentava come opportunità di approfondimento e dibattito culturale, come occasione di efficace impegno nei momenti di otium: infine, come mezzo per la valorizzazione della tradizione e della Weltanschauung romana” (p. 46). D’altro canto la fascinazione dei romani per la filosofia greca divenne gradualmente maggiore. Dopo una prima forma di diffidenza, politici e intellettuali d’ogni formazione avvertirono la necessità di apprenderne la tradizione, fino a spingersi in vere e proprie spedizioni di studio in Grecia, per ascoltare i filosofi, o per calcare le medesime strade percorse dai maestri. Nella vicenda personale di Cicerone risultò decisivo il soggiorno in territorio greco, e come leggiamo nel De finibus, alcuni dei suoi compagni di viaggio mostravano vera e propria eccitazione all’idea di quel contatto: “quando giungemmo alla zona dell’Accademia – racconta Cicerone citato da Maso – non senza motivo celebrata, c’era appunto la solitudine che noi desideravamo. Allora Pisone disse: ‘Debbo attribuire ad un fenomeno naturale oppure ad un errore il fatto che, quando arriviamo nei luoghi che sappiamo essere stati frequentati da uomini degni di memoria, proviamo un’impressione maggiore che quando per caso sentiamo parlare delle loro azioni o ne leggiamo qualche scritto? Per esempio, adesso io sono commosso. Mi viene in mente Platone, che, a quanto si tramanda, fu il primo solito a discutere qui, e quei giardinetti qui vicino non solo me lo fan ricordare ma pare che me lo portino dinanzi aglio occhi. Qui stava Speusippo, qui Senocrate, qui il suo scolaro Polemone che si sedeva proprio in quel posto che vediamo’” (p. 37). Tra i vari orientamenti di scuola che si diffusero nell’ Urbe, certamente lo stoicismo mostrò maggiore affinità con la cultura romana, assumendo in particolare il senso dell’incarnazione filosofica. Gli uomini dovevano fino in fondo mostrare la coerenza con quanto sostenuto. Almeno ciò era auspicato. Poi, com’è noto, la storiografia filosofica ci consegna elementi di incoerenza o presunta tale, tanto nei casi di Cicerone quanto, e maggiormente, in quello di Seneca. Musonio forse più di altri ribadiva l’importanza di questo principio, in fondo schiettamente socratico, della coerenza tra il dire e il fare, e non è un banale sermone. Quanto sarebbe importante oggi saper utilizzare questo filtro concettuale per gettare uno sguardo ai filosofi contemporanei? Quando mi iscrissi alla facoltà di filosofia si narrava di un noto professore di filosofia morale incriminato per aver “venduto” esami o discussioni di laurea, non ricordo con precisione, ma non credo di sbagliare quando penso a tanti pensatori contemporanei accomodati sulle più prestigiose cattedre dei nostri atenei, che non risparmiano critiche allo scarso senso civico nazionale, che sbandierano la “questione morale” come un vessillo, e poi, sistematicamente, fanno sì che i propri “allievi” vincano sistematicamente i concorsi giusti al momento giusto, a prescindere da motivazione, merito, giustizia nella valutazione pubblica. Ma torniamo al libro di Maso. Nell’indicare la ri-attualizzazione del pensiero di Epitteto, l’autore cita Hadot, il che non è in sé un errore, ma omette nel precisare che la rivalutazione in chiave “terapeutica” del pensiero dello schiavo stoico va fatta risalire allo psichiatra americano Albert Ellis, teorico della “terapia razionale-emotiva”, fondata proprio sulla distinzione tra ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è, e non dall’ispiratore della discussa (e discutibile) pratica della consulenza filosofica. Lo stoicismo romano non è uno star fuori dal mondo, ma è invece un saper stare al mondo. Come Maso segnala opportunamente tratteggiando il profilo di Marco Aurelio, “si può intuire proprio in questa prospettiva l’evoluzione stessa dell’approccio stoico alla vita e del progetto etico che ne deriva: innanzi al mondo e alla politica, occorre assumere fino in fondo la propria responsabilità come uomo; per farlo bene è necessario però il continuo esercizio interiore che consente di mantenere il distacco razionale e la libertà di decisione” (p. 82). L’altro elemento chiave dello stoicismo romano, che potrebbe essere a noi d’esempio estremo, è nel concetto di “utile”, che non è mai riconducibile alla soddisfazione della propria persona, esaltata nella dimensione della “cittadella interiore”, cioè del saper coltivare la propria intimità e integrità, ma si identifica con quello della totalità degli uomini. Ritirarsi in sé stesso, insegnano insieme Cicerone, Seneca e Marco Aurelio, è funzionale alla vita comune, non è il destino dell’idiota, ma è la ricerca della necessaria concentrazione per poter poi agire al meglio. L’azione sociale è fondamentale, ma se privata di una capacità riflessiva autonoma e indipendente, nonché capace di andare in profondità, è sterile attivismo. Viceversa, la solitudine piena e deliberata è orgoglioso e sciocco individualismo.




1 commento:

  1. La filosofia attualmente diffusa in politica è il pragmatismo.
    Ma a differenza del mondo anglo-sassone, noi abbiamo una storia legata al Rinascimento, ma anche all'impero romano.
    Forse questo fatto ci dà un vantaggio.

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