martedì

La lezione morale dell'austriaco Baumgartner

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La meraviglia, il fiato sospeso e lo sguardo rapito dalle sublimi immagini (in senso kantiano) della prodezza di Felix Baumgartner, sono ancora nella mente di molti di noi. Ma ancor più in fondo, si sono impresse nell'animo.
Anni di studio intenso, un lento lavorio di accomodamento dei propri mezzi alle quiete e solide leggi della natura, lo sforzo di plasmare sé stessi insieme al proprio equipaggiamento per addomesticare l'embolo, l'infarto, la crisi respiratoria o un travolgente panico, hanno dato libero spazio a un agognato salto nel vuoto lungo trentanove chilometri. Ma la misura, il muro del suono, la pressione dell'aria, la tecnologia in sé, non ci emozionano. Colpisce invece l'impresa, il suo stesso concepimento.
Viviamo anni ostili, è vero. Non sono peggiori dei decenni passati, ma ora ci siamo noi, e l'affanno è quotidiano per molti, secondo proporzione. C'è chi è privato ingiustamente del proprio lavoro, e sente messa in discussione la propria identità sociale, e non trova giustizia, né equità. La speranza nella rappresentanza vacilla. Altri non hanno ragione di temere per la sopravvivenza, ma percepiscono comunque lo standard di vita cui sono costretti assieme ai propri cari come non adeguato al loro merito. E così, la forza inarrestabile dell'impellenza quotidiana genera in noi stress, sfiducia, senso di inefficacia, rabbia. Questo riguarda tutti, anche chi gode di un maggiore benessere, perché i tempi sono tempi, e non si sfugge allo Zeitgeist.
Ma lui è saltato giù.
C'è un uomo che si ostina a sperimentare e a studiare, a provare e ritentare, fino ad arrampicarsi in cielo e cadere di piombo. Lascia a casa, davanti a un monitor minaccioso, i suoi affetti più cari, saluta i suoi colleghi con un gesto della mano, come a dire "signorsì, sono pronto e adempio al mio dovere". Poi si lancia nell'abisso, verso il pianeta in cui ha lasciato tutto ciò che ha, e a cui spera di tornare. E torna.
Non si tratta di follia, come con sufficienza molti vanno asserendo in bus o in un caffè. O forse può esserlo, secondo una certa prospettiva. Fichte leggerebbe il suo salto come l'ennesimo tentativo umano di fare un passo verso la libertà. L'inconscio sacrificio per la grande causa della modernità, l'oltrepassamento del limite, l'idea di un'affermazione dello spirito. Quella che forse inconsapevolmente Baumgartner ci lascia in consegna non è un'indicazione per la nostra condotta ordinaria, ma è la lezione morale della superiorità del fine razionale su quello irrazionale, del concereto sull'astratto. Senza paura per la vita empirica, senza riserve per la vita universale.
Alcuni miei amici liberali amano citare la battuta di Russell secondo cui non è poi così serio morire per una propria idea, perché le idee si cambiano di frequente. E' vero, ma siamo sempre dentro un orizzonte pragmatico dell'esistenza, cinico in un senso ormai addirittura ovvio. Cosa c'è di più intellettualmente scontato, ai nostri tempi, di una stilettata politicamente scorretta come quelle che continuano a sferzare, credendo di scandalizzare chissà chi, gli opinionisti del Foglio? Il cinismo è bolso, non fa più tendenza, che i conformisti se ne facciano una ragione.
Hegel lo ha spiegato in senso non trascendente: la questione non si colloca all'altezza della scelta tra morire per un ideale oppure, alleggeriti da "pedanti moralismi", aspettare che ci si fermi il cuore al pranzo della domenica. E' l'idea che muove noi, si muove in noi, e supera noi, transitorie increspature della sostanza. E non si dica che questa prospettiva inibisce lo statuto della persona, perché è una sciocchezza. La persona è appunto il voluto, ed è reale in quanto voluto, e l'idea ne è la volontà. La persona non è ammasso di carne e scariche neuronali.
Siamo persone, in fondo, proprio perché saltiamo nel vuoto.
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