mercoledì

Croce, Gentile e la scienza. Un dibattito infinito


Devo proprio scrivere qualcosa che forse non piacerà del tutto ai miei amici, che pure studiano l'idealismo italiano da molti anni, meglio e più intensamente di me. Ma non riesco ad esimermene. Ho letto di recente l'intervento di Alessandra Tarquini, che conosco bene per le nostre lunghe conversazioni in Fondazione Gentile, sul Corriere della sera, nel quale Croce e Gentile vengono sottratti all'accusa storica di aver determinato un ritardo nella cultura scientifica italiana, e di essere "nemici" della scienza. E' una vecchia storia, che periodicamente si presenta al dibattito culturale, a cui pure hanno preso parte, con competenza e osservazioni che esortano al giusto approfondimento qugli apologeti della scienza che procedono a colpi di giudizi sommari e ideologici. Così Corrado Ocone replica ad Armando Massarenti e Marcello Musté bene risponde alle incaute incursioni di Odifreddi in campi a lui poco congeniali.
Eppure, non tutto è detto. Partiamo da un dato estrinseco, per poi tornare al nodo della questione. Al principio di ogni anno scolastico mi imbatto in una nuova scolaresca. Come docente di filosofia incontro sempre e subito la stessa difficoltà: la cultura strettamente scientista degli studenti. Viviamo in un'epoca rivoluzionata dai progressi tecnologici, che in forza dei propri risultati concreti riescono a creare egemonia nel campo di ciò che ha un peso, che importa, che "vale" in senso lato. Ed ecco che tra i miei studenti il concetto di verità è istintivamente legato a quello dell'evidenza scientifica. Che poi, essendo le scienze empiriche continuamente in evoluzione e ristrutturazione, tanto evidenti i propri assunti non dovevano essere. Ma tant'è. La scienza, tecnologizzata, docet. Ecco uno dei motivi per cui è molto complesso oggi insegnare materie scolastiche come la poesia, la filosofia o la stessa storiografia. Ma tale scientismo si esprime anche in un altro senso, che non è solo fideistico, bensì metodologico: tutto dev'essere schematizzato, inglobato, inserito in generi, sottogeneri, specie ed eccezioni. E qui bisogna stare attenti, perché c'è più cultura scientifica nella periodizzazione storiografica che in un'operazione matematica, perchè l'equivoco, occorre dirlo, è in ciò che intendiamo per "scienza". 
Nel suo articolo Alessandra Tarquini sembra intendere con questo lemma le scienze naturali e matematiche, indicandone la fioritura nel periodo di massima produzione culturale dei due filosofi amici, e individuandone la crisi nel periodo successivo, a favore invece di una maturazione delle scienze umane. Questo è vero, eppure filosoficamente la questione può essere ulteriormente approfondita. Croce distingueva bene tra conoscenza della realtà e organizzazione concettuale dei dati di esperienza. La prima, è conoscenza storica, la seconda è conoscenza pratica o pseudoconcettuale, cioè "schema". Come scrive molto correttamente il prof. Giuseppe Galasso nel suo Nient'altro che storia, anche la conoscenza matematica, nell'atto in cui si costituisce è pensiero storico, così come - potremmo aggiungere - la distinzione tra idealismo e positivismo, in quanto raggruppamenti o generi filosofici, è uno schema pseudoconcettuale. Posta in questi termini la questione, che in Gentile potrebbe esser ripresa nella forma della differenza tra pensiero vivo e morto, concreto e astratto, fuoco acceso o fuoco dipinto, si può dire che in ogni ambito conoscitivo c'è la vitalità pensante e la praticità non conoscente della costruzione schematica. Se intendiamo con il termine "scienza" la dimensione conoscitiva, cioè la prima, allora crocianamente l'unica vera scienza è quella storico-filosofica. Se invece ci riferiamo alla sfera dell'organizzazione pratica e del raggruppamento del "dato", ecco che la scienza si configura come pseudoconcetto, o schema.
Perché allora si è affermata l'idea che Croce e Gentile fossero nemici della scienza? Perché essi si formarono in un epoca per molti versi assai simile alla nostra, a quella che incontriamo noi insegnanti con i nostri allievi meccanicisti, in cui il positivismo, e cioè lo scientismo, furono dominanti, e dovettero difendere l'opera d'arte dall'accusa di essere una secrezione biologica, così come provare ad arginare il frutto più insidioso dello scientismo europeo: la teoria della razza. Croce la contrastò apertamente, Gentile segretamente, ma le loro filosofie impedirono senz'altro la costruzione di un tessuto di persuasione reale tra la popolazione, di una differenza biologica radicale tra esseri umani. Nonostante le leggi razziali, l'antisemitismo italiano fu poco condiviso e semmai legato alla storica conflittualità col cristianesimo, piuttosto che, come accadde invece in altri paesi, in virtù di una prospettiva scientista sulle relazioni tra i popoli. 
Io sono tra coloro che afferma l'idea di un'influenza limitatrice dell'idealismo sulla cultura scientifica, ma in un senso diverso da quello negato dalla Tarquini, per cui la mia tesi non contrasta la sua. Che Croce e Gentile abbiamo inciso sulla scarsa proliferazione di cattedre scientifiche è una sciocchezza, così come in nulla impedirono lo sviluppo di istituti di ricerca, su questo Alessandra ha perfettamente ragione. Il figlio di Gentile tra l'altro era un ottimo fisico. Però è vero, e non lo si può negare, che dalla loro filosofia traspirava una forte insofferenza nei confronti della scienza che pretende di farsi unica depositaria della verità, di ogni forma di meccanicismo, cioè dell'istanza pratica che si impone come filosofia. L'Estetica di Croce attacca frontalmente la teoria dei generi letterari (che è la cultura pseudocencettuale immersa nella storia della poesia) proprio con questo spirito. L'idealismo prova a ripristinare un rapporto con la viva concretezza, là dove la cultura scientifica dogmaticamente procedeva per riduzioni. Un'analoga reazione tra l'altro si diffondeva nel resto d'Europa. Che dire allora degli approfondimenti in merito di Bergson, Husserl o Heidegger?
Posto che Croce e Gentile non furono nemici della scienza (ma nemmeno "amici"), ma sì invece dello scientismo, bisogna fare i conti con un ultimo problema: fu un bene o fu un male per il nostro paese? Siamo rimasti indietro rispetto agli altri, o in una parte dell'Europa e dell'America invece hanno maturato un deficit umanistico? L'idea di arginare le pretese "metafisiche" (per quanto inconsapevoli, anzi fortemente negate) di una parte del mondo scientifico, è un'idea giusta o sbagliata? Perché chi studia l'idealismo sente sempre il bisogno di rispondere all'accusa sciocca di aver rallentato lo sviluppo scientifico in Italia, e non replica con un liberatorio: "e meno male!", o forse sarebbe stato più utile andare avanti con la fisiognomica?