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Dialettica e compromessi secondo Corrado Ocone

Corrado Ocone - filosofo italiano nei cui confronti nustro sentimenti di sincera stima, oltre che di amicizia - ha pubblicato su La Lettura del Corriere della sera di domenica scorsa un intrigante articolo intitolato significativamente: "elogio del compromesso". Ocone, da buon liberale, è allergico alle posizioni politiche, o etico-politiche, dal profilo dogmatico e manicheo. Ecco perché polemizza implicitamente nel suo pezzo - senza mai menzionarlo - con Maurizio Viroli e con gli altri "intransigenti" di casa nostra. La capacità di negoziazione, l'abilità del compromesso, piuttosto che un elemento di discredito dell'attore politico, andrebbero meglio indicatate quali sue più nobili virtù, in obbedienza alla distinzione crociana tra l'utile e il bene. Non è la prima volta che Ocone aggredisce la posizione degli osservatori politici che esaltano l'esser "tutto d'un pezzo" del leader politico, la coerenza con i propri ideali, perseguiti senza piegarli all'esigenza negoziale. Se nessuno ha la verità in tasca, ricorda Ocone, la mediazione è inevitabile, anzi è il sale stesso della democrazia.
Ma ragioniamoci un attimo: perché il politico dovrebbe saper mediare? Se fosse espressione terza rispetto al conflitto degli interessi reali, il che è alquanto illogico ritenere, la sua virtù salomonica sarebbe una iattura, perché a volte dividere in due il bambino danneggerebbe la vera madre, e dunque non vi sarebbe terzietà alcuna. Se invece il politico esprimesse un'istanza viva, avrebbe nella capacità di negoziare una virtù certa, perché sarebbe capace di ricavare il massimo profitto dalle opzioni possibili.
Tuttavia Ocone gioca una carta concettuale che tende a distrarre da questa definizione. Egli chiama in causa la dialettica hegeliana, elemento chiave per capire il "carattere chiaroscurale della realtà", e dunque da recuperare per rivalorizzare la virtù della mediazione, la capacità di fare i conti col negativo. Ora, è bene precisare che per Hegel la dialettica è sì logica del movimento e movimento della logica, ma dispiega la sua capacità "espositiva" solo sul far del tramonto. E' lo sguardo del filosofo che dialetticamente accompagna il ritmo - a sua volta dialettico - della storia. Ma la capacità di cogliere il negativo non è attore in partita. E questo non a caso fu il principale richiamo critico che il giovane Marx rivolse alla filosofia di Hegel. L'individuo storico non coincide mai con lo stesso sguardo storico-dialettico. Egli è immerso nei propri interessi, nelle proprie passioni, agisce e contrasta e spinge la realtà verso il proprio tornaconto. La razionalità degli eventi, colta dallo sguardo filosofico-dialettico, è spiegata in un momento ulteriore. Non si può dunque, almeno in termini hegeliani, fare della dialettica una virtù della figura storica, perché negoziando, il politico, non cerca di capire il negativo o il carattere chiaroscurale della realtà, per carità, ma solo di vincere le elezioni.
Se Hegel fosse vivo, come leggerebbe il nazionalsocialismo? Credo che ribadirebbe la propria convinzione secondo la quale il male non esiste nella storia, e che ogni "oblio della libertà" può essere considerato necessario per l'innalzamento dell'umanità a un grado più alto della propria consapevolezza. In altri termini, ci rammenterebbe Hegel, e con ciò non intendo dargli ragione ma solo ascoltarlo, senza i tragici eventi dovuti all'aggressività tedesca di metà Novecento, non sarebbero stati definiti con eguale forza i diritti umani, e le strutture di bilanciamento sovranazionali, né l'Europa sarebbe stata così culturalmente modificata nel proprio rapporto con la forza e la violenza. Le democrazie sono più forti, ora, proprio perché furono tanto deboli allora (ciononostante mi piace pensare che Hegel si sarebbe opposto alle farneticazioni hitleriane, alle teorie della razza, e al rogo di libri ed opere d'arte, così come ad ogni altra forma di arretramento nelle libertà costituzionali).
Ma chi si oppose al nazismo e alle persecuzioni, così come al fascismo italiano, sbagliò forse nella sua "intransigenza" politica? I professori italiani che non giurarono fedeltà al regime, diedero luogo a un'infantile dimostrazione di manicheismo? Croce, in quel caso, non accettò compromessi, perché sapeva distinguere la lotta politica dallo sguardo sulla lotta politica. Il chiaroscuro c'è, e lo dobbiamo capire, ma è pure vero che su certi principi non si può arretrare. Il problema è capire quali esattamente essi siano. La vittima può cercare un compromesso con l'assassino? Lo schiavo col padrone? Non ne sarei così sicuro. O la mediazione ha un contesto in cui essa si muove oltre il quale inevitabilmente si arresta, o non è.
Infine, l'obiezione platonica resta sempre forte. Elogiamo il compromesso: non esistono principi assoluti e non negoziabili. Ma allora: l'elogio del compromesso può essere mediato? Possiamo trovare un punto di incontro tra i due estremi e sostenere che la virtù politica è quella di mediare "entro certi limiti"?

1 commento:

  1. Mario mastrocecco08:13

    condivido molto la prima parte (non le conclusioni che delinei) ma credo che il vezzo di confonde dialettica e compromesso politico, tirando in mezzo hegel, sia molto più antico e diffuso. forse deriva dalla difficoltà con cui gli italiani parlano del compromesso che è per loro immancabilmente collegato all'idea di tradimento degli ideali se non di imbroglio inciucio. perciò sentono il bisogno di nobilit arlo con la filosofia. a sproposito

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