sabato

"Chi lavora per chi" nella cultura italiana


Ecco il mio "candelaio" per il numero 12 di De-Comporre.
Buona lettura


Posto e approvato che difendere in modo acritico la prospettiva anti-gerontocratica in campo culturale debba considerarsi una sciocchezza, come in qualunque altro contesto, è forse ora di fermarsi a riflettere sul rapporto intergenerazionale nel fosco orizzonte della cultura italiana. Non è un problema anagrafico, ma di posizione acquisita. Il dislivello problematico non concerne immediatamente le fasce d’età, ma rinvia al solco profondo che divide chi è “dentro” da chi ambisce a collocarsi utilmente in un ruolo accademico, redazionale o espressivo. Che poi incidentalmente questa divisione sia in buona parte anche una differenza anagrafica, è solo un aspetto del problema, ma non ne colpisce il cuore.
I grandi maestri sono narcisisti allo stesso modo dei genitori, ma è un peccato veniale: amano essere amati dai propri allievi, così come sperano di vedere le giovani leve crescere nella propria ombra fino lasciar loro una corposa eredità, tale da garantirne l’autonomia futura. E sono veramente grandi, quando l’indipendenza dell’allievo dal maestro si costituisce, e genera il nuovo. Questo parrebbe il senso naturale di un rapporto sano tra le diverse generazioni in ogni campo del sapere, delle tecniche e delle arti.
Eppure, sempre più di frequente accade di intercettare dinamiche inverse. La diffusione delle nuove tecnologie, poi, ha fatto il resto. Docenti, critici letterari o cinematografici, artisti e attori che hanno  orgogliosamente costruito il Sessantotto italiano, logorando le indurite strutture di potere culturale – ma pur sempre erette sopra una robusta tradizione – procedono serenamente nel sostituire la vecchia casta con nuove conventicole, senza la capacità (o l’interesse) di creare vere e proprie “scuole”. Per di più molti professori ordinari delle nostre università, alcuni dirigenti di enti culturali e di ricerca, ma pure artisti affermati da decenni, danno prova di imbarazzante pigrizia, senza dimostrare una vera iniziativa nella promozione delle proprie attività ed elaborazioni, lontani dal favorire reali occasioni di approfondimento se non ridicole e pompose cerimonie, finalizzate all’omaggio reciproco. Ne risulta poi che nuove generazioni di artisti e studiosi, illudendosi che facendo da camerieri si possa giungere a gestire il ristorante, producono moltiplicazioni infinite di riviste online, tecnologicamente vivaci ma prive di un profilo culturale riconoscibile, con il solo risultato di garantire spazi di visibilità a vecchi e ripetitivi trascrittori di antiche intuizioni. Energie vanamente profuse nell’intervistare, organizzare, promuovere, ospitare e riverire i comodi pelandroni del pensiero, che non ringraziano e non ricambiano. Non che non sia necessario saper ascoltare i maestri, per carità: ma perché devono essere sempre gli allievi ad apparecchiargli la tavola, lasciando in ombra sé stessi, e forse soffocando la propria vivacità e vitalità culturale? Chi è estraneo ai circuiti che contano, non deve presumere che agganciare i nomi “di richiamo” possa favorirlo nella conquista di un personale spazio espressivo. Occorre invece un ribaltamento radicale –  fors’anche segnato da un ingiusto accento liquidatorio – di questo schema. Che i maestri vengano ascoltati, ma non serviti. È un mezzo parricidio, ma necessario: sono i genitori a doversi occupare dei figli, non il contrario. La generazione che ci ha preceduto, questo, non l’ha mai capito, e allora i figli devono fare da soli, smetterla di girare col cappello in mano, e rimetterselo in testa, per non toglierlo più davanti a nessuno. Un relatore che esita a sedere allo stesso tavolo con un giovane non titolato, non merita di essere invitato; un autore che accetta di scrivere un contributo solo dopo aver sentito la lista dei notevoli nomi accanto ai quali comparirà il proprio testo, non va pubblicato.
Le esperienze artistiche, teoriche e critiche devono cercare strade nuove, nel solco della tradizione, ma senza soggezione, perché progredire è, appunto, deformare una linea in direzioni impreviste e imprevedibili. Ogni altra strategia culturale risponde soltanto alla vocazione del lacchè.