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La felicità terrena


La casa editrice Laurana ripropone per i suoi lettori un libro di racconti firmato da Giulio Mozzi, intitolato La felicità terrena, già finalista dello Strega nel 1996 (allora era però pubblicato da Einaudi). Per la verità non si tratta esattamente dello stesso volume. Nell'economia complessiva delle pagine, qualche racconto è uscito, altri si sono aggregati. Ma la mia lettura non penetra fino all'ermeneutica delle intenzioni editoriali di Mozzi, e provo invece a fermarmi un passo in qua, gettando uno sguardo tematico su questo bel libro, che in ogni caso consiglio con convinzione. 
Giulio Mozzi ha una scrittura molto diretta, intuitiva, e denotativa in un significato diverso dalla specificità linguistica, bensì capace di cogliere il concetto intenzionato pur con espressioni generali, ma all'interno di una proposizione chiara e immediatamente decifrabile. Il titolo della raccolta, tuttavia, sembra stridere con il contenuto esistenziale cui le storie narrate alludono. In quasi tutti i racconti, infatti, è tematizzata, in un modo o in un altro, la morte, e la vita cui questa si contrappone, è cosa alquanto evanescente. La felicità terrena pare allora coincidere con la rinuncia a ogni aspirazione di felicità. Il che, detto per inteso, è molto interessante. 
Nel primo racconto, non a caso intitolato "Una vita felice", il protagonista - Severo - viene evocato attraverso un ricordo, poiché l'io narrante ne apprende la scomparsa. E' la storia di una reminescenza, della rievocazione di un uomo buono, uno di quei tanti giovani che orbitano nel perimetro delle parrocchie di quartiere "dando una mano" ai preti con i ragazzi più svantaggiati, ma che spesso spendono le proprie vite in modo più altruistico degli stessi sacerdoti, offrendo prova di una capacità di abnegazione ultra-umana. Pare il profilo di quel secondo grado della liberazione dal dolore indicato da Schopenhauer, dove l'altruismo diventa la chiave, mediata dalla pietà, per superare la propria stessa esigenza di felicità, e trovando in ciò, paradossalmente, la "vita felice". Una struttura narrativa analoga la si incontra nel racconto intitolato "Tilli", in cui la rievocazione di una compagna di gioventù, poi persa in un confine sottile tra disagi familiari ed esplosione in follia omicida, diventa un'occasione per dilagare, in modo apparentemente caotico, sulla propria vita, la propria generazione e la propria posizione nel mondo.
Ma la fine della vita è centrale nel racconto probabilmente più importante del volume, "Il bambino morto". Bellissimo. Dopo averlo letto, l'ho sognato, il che è un segno importante, almeno per me. Si tratta di una storia struggente. Una giovane lavoratrice, ingannata da un marito arruffonte e profittatore, traditore e superficiale, accudisce in solitudine e con pieno amore (ma con quante difficoltà quotidiane!) un dolcissimo bambino, Michele. Una malattia improvvisa porta via il bimbo, e di punto in bianco l'abilità di scrittura di Mozzi trascina la storia automaticamente su un piano profondissimo: la donna continua a vivere come se il bambino fosse ancora vivo. Il suo comportamento non muta, le sue abitudini neanche. Non voglio andare oltre nella descrizione, ma a parte forse un piccolo punto di fragilità nelle pagine finali, questa storia è davvero importante, e ben scritta. Ho trovato bella e convincente anche la narrazione intitolata "Gilda T.", a mio avviso alquanto difficile da concepire e mettere insieme, perché racconta i turbamenti di una donna ormai piuttosto avanti negli anni. Il che, per un uomo, è un tema difficile da intercettare. Anche lì, l'equilibrio tra vita e non-vita è costantemente messo alla prova, ma gli elementi del rimpianto, del desiderio e dell'insoddisfazione sono ben gestiti in una restituzione narrativa che in qualche modo universalizza questa figura rendendola comunicativa e assai espressiva per chiunque. 
Vi sono anche altri racconti minori, ma il tono rimane sempre omogeneo, è una specie di concept album, come si diceva una volta, in cui la vita, quando c'è, è possibilmente appartata, umile, poco ambiziosa, sacrificata. Gli "eroi" della felicità terrena sono coloro che si sacrificano per altri (come Severo o Maria Annunziata, la mamma del "bambino morto), o gli isolati, indipendenti, e incompatbili con la concezione ordinaria del piacere. Nel racconto "Verde e oro" l'autore narra di una vacanza trascorsa in Sardegna con gli amici. Loro al mare, lui tutto il giorno in casa a leggere. Questa è la dimensione scelta del proprio vivere, ma che non si contrappone in modo banale e autocompiaciuto alla leggerezza altrui, ma vi cerca una complementarità. Non c'è disturbo reciproco, né contrapposizione. Sono in molti a lasciare spazi esistenziali liberi per un Paperoga (celebre personaggio in cui ben si identifica l'autore nell'ultimo racconto), e allora l'anti-eroe per definizione si accomoda, cercando così, in una vita-non-vita, una sua gaia attesa.