venerdì

Utilità e danno della lettura compulsiva


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Aveva ragione Saramago, quando marcava la distanza storica tra un'attitudine alla lettura lenta e ripetuta, meditata e ponderata, propria di tempi ormai consumati, e la frenetica lettura compulsiva che caratterizza le abitudini intellettuali contemporanee. Chi non è un lettore compulsivo scagli la prima pietra. Se per un verso l'industria editoriale lascia precipitare ogni giorno sul mercato una quantità di titoli superiore al numero dei lettori possibili, il che impone un inevitabile freno allo "star dietro" alle novità e alle tendenze, la frustrazione per quel qualcosa che continua a scappare da tutte le parti è pari a quella di chi prova a frenare le onde con le mani. La consapevolezza che leggere ciò che è nuovo aiuti - in un modo o in un altro - a meglio decifrare il mondo in cui si vive, genera proprio il sentimento della frustrazione, nonostante una pacata e razionale rassegnazione. Peraltro, il lettore che alterna narrativa, poesia, saggistica e quant'altro, per piacere e per introiettato senso del dovere (una sorta di Super-Io culturale che scatena il senso di colpa da ultimo Jonathan Littel non letto), non riesce ad abbandonare il bisogno di colmare le proprie lacune tra i grandi classici della letteratura e della filosofia, che fa sempre piacere leggere, e che tanto piccoli ci fanno apparire gli autori contemporanei. E poi qualcosa in lingua straniera ce lo vogliamo far mancare? E gli interessanti articoli di riviste, giornali, blog, e quant'altro? Vi si aggiungano le cose che ci sottopongono gli amici ed ecco, siamo diventati lettori compulsivi. In qualche modo abbiamo anche immesso in noi una logica d'accumulazione. Come se l'arricchimento interiore fosse quantitativo e non qualitativo. Leggo molto, quindi apprendo molto. Magari! Ma non voglio farla facile. La quantità, occorre riconoscerlo, aiuta. Ed ecco che in parte voglio spezzare una lancia per la lettura compulsiva. Insomma, è un modo forse troppo aggressivo di approcciare alla parola scritta, ma una regola in sé non esiste, e a società accelerata, si può forse rispondere con una lettura altrettanto sostenuta. 
Ma forse dipende anche dai libri. Alcuni di essi, infatti, non solo impediscono al lettore una prassi bulimica, ma anzi, lo esortano a tornare indietro, rivedere, ripensare, trascrivere, chiudere e ricominciare dall'inizio.  Molti di essi sono dei classici (inutile citarli); talvolta sono invece testi contemporanei. Uno di questi è il romanzo di Jenny Erpenbeck intitolato in italiano Di passaggio (meglio il tedesco Heimsuchung, per la verità), edito da Zandonai nel 2011. Protagonista è una dimora, nella regione del Brandenburgo, in riva a un rassicurante lago. Co-protagonista un giardiniere, paziente, quasi evanescente, nella costante e ripetuta cura del luogo. Transitano su questo terreno persone e gruppi sociali, tradizioni ebraiche e architetti nazisti, bambine e soldati russi, donne affascinanti e agenti immobiliari. La topologia è importante. C'è il pontile, il capanno, la casa; ci sono le varie tipologie di piante e la barca. Ma questo alternarsi di vite e vicende nel medesimo luogo non vuole descrivere lo svolgimento della temporalità, né la precarietà dell'esserci. Il tema è l'infanzia. Il luogo natio, placido e protettivo, altro non può rappresentare che la nostra stessa età delle certezze. La corrosione e le vicissitudini di un posto, ci chiamano a ragionare sul nostro invecchiare, sul nostro perderci, sul passare da un padrone all'altro, sul venderci o sul difenderci, fino al rimpianto per l'incapacità di non ritrovare più l'equilibrio originario. Ove mai fosse esistito. Non è un romanzo a tesi, anzi, è una scrittura "assoluta", sono però passaggi concettuali che, credo, possono giungere spontaneamente alla mente del lettore.
Vorrei segnalare anche la bellezza di questa penna, delicatissima nel raccontare sentimenti sottili, specie se femminili, in occasioni ad alta tensione emotiva, come nello stupro e controstupro determinatisi nell'incrociarsi esistenziale di un soldato russo e una donna tedesca nascosta in un armadio della casa, o in molte altre pagine dedicate a bambini e ragazzi. L'universo maschile è meno indagato, apparentemente ignoto a questa scrittura. Ma nel complesso, si può dire, è un libro estremamente originale e rappresenta - ove ritenuto temporaneamente necessario - un momento terapeutico contro la lettura compulsiva. Poi però, una volta attraversato il deserto, può far bene tornare tra gli uomini.