giovedì

Poeti e filosofi non temono la crisi




Da quest'anno curo la rubrica di libera critica culturale intitolata "Il Candelaio" sulla pubblicazione letteraria deComporre. Ecco, di seguito, il primo pezzo, fresco fresco di stampa:




Non c’è verso. Tutti coloro che in questi anni sono stati avvertiti di fissare la propria esistenza a solidi paletti, a indirizzare le proprie zattere scalcagnate verso orizzonti stabili e attendibili, e che invece si sono ostinati negli assai poco remunerativi studi filosofici e letterari, non riescono proprio ad aver paura. La crisi è tornata, e imprevedibile minaccia ogni singolo passo futuro. Molti la attendono con rassegnazione, altri eroicamente oppongono resistenza, qualcuno non ce la fa, e si toglie la vita. A chi è stato raccontato che l’accumulazione di denaro vale il tempo di un’intera esistenza, si sgretola adesso il terreno sotto i piedi; a chi ha creduto alla favola del curriculum ricco ed “esperenziato”, viene un nodo alla gola. Coloro i quali hanno invece marciato “in direzione ostinata e contraria”, spesso derisi, e accomodati in un vivere al pian terreno, convinti di poter trovare in sé il miglior panorama da contemplare, assistono con un certo dispiacere ai fenomeni di panico individuale e collettivo, alle drammatiche perdite dei posti di lavoro, o allo sbriciolarsi, per molti, dei risparmi d’una vita. Ma non hanno paura. Chi si arrabatta in lavori e sottoincarichi culturali è avvezzo alle restrizioni, sa di occupare una casellina sociale che molti ignorano o dileggiano. Negli ultimi anni poi, le offese pubbliche e le villane accuse di parassitismo sociale si sono moltiplicate fino a traboccare. E allora, qualche altro forellino nella cintura lo sappiamo fare, ma senza paura. Ingrassiamo dentro.
Dire che stiamo attraversando una crisi economica non ci aiuta a capire. La crisi è in realtà degli economisti, cioè di coloro i quali hanno creduto alla dimensione “economica” dell’esistenza, concentrando i propri valori di riferimento nell’efficacia, nell’efficienza, nella produttività, nell’accumulazione. E non mi riferisco ai beni materiali, che è un’espressione ambigua, perché in realtà non c’è nulla di più immateriale del denaro. Molti dei nostri amici sono stati ingannati dall’ideale di uno stile di vita che schiaccia nel mortale ingranaggio dell’utile ogni pensiero, ogni emozione.
Ma questo non vale, grazie al cielo, per i letterati. Non si può temere di perdere ciò che non si è mai posseduto. E non lo si è mai voluto perché si è compreso che la sfera del “proprio” concerne la personalità, e non è recintabile. Dialetticamente, l’essere personale scopre in sé la dimensione sociale, e questa in quello. Uomini e donne di lettere, di versi e di filosofia, non sono asceti indifferenti alle condizioni materiali. Nella materia immergono sé stessi e le proprie capacità percettive. Ma coltivano una naturale diffidenza nei confronti dell’equivoca concretezza del capitale, che non ha sapore né odore, che non dà calore né frescura. E il pensiero rivolto alla “proprietà”, quella stirneriana, è una ricchezza che nessuna crisi potrà mai disfare, ma è anche apertura all’altro, all’altrui proprietà. Pioverà addosso alla cultura, com’è sempre accaduto, l’accusa di disimpegno o distacco dal dramma sociale. È una menzogna, che mira a delegittimare proprio i segnalatori d’incendio, coloro i quali hanno fino ad oggi agitato le braccia invano, e che il dramma sociale, nella forma della privazione economica e culturale, se lo portano dentro da anni. La società del denaro ci ha resi fin troppo avvezzi alla reificazione dei rapporti interpersonali, al controllo e alla misurazione delle nostre relazioni sulla sola base dell’utilità presente e futura di una frequentazione. Ma occorre ribadirlo: è una strada sbagliata, che inaridisce e genera attorno a sé solo desertificazione. La nostra socialità va interamente ricostruita. Chi guarda all’essenza, lascia sfuggire i contatti professionalmente interessanti, e cerca incuriosito la “proprietà” altrui.
Consci – per la verità – di una drammatica difficoltà ad affacciarsi in casa d’altri, e di esser scoperti in casa nostra – continuiamo su questa strada, col senso del tragico, senza paura del ridicolo. Ecco perché, in sostanza, la crisi non riesce proprio a metterci paura.

2 commenti:

  1. ma non so se la colpa sia degli "economisti": ce ne sono (pochi, a dire il vero, oggi) anche che teorizzano la possibilità di un tipo di "materialità" che consenta di liberarsi da quest'ossessione della materialità. Ogni riferimento al marxismo è puramente voluto, come, per dire, alle più "ingenue" teorie latouchiane. Gli economisti dovrebbero allearsi con quest'istanza, ma pensiamo a quell'episodio di Harvard, in cui gli studenti abbandonarono l'aula rifiutando la coincidenza accademica corrente tra economia e capitalismo, come se fossero ormai necessariamente la stessa cosa. Ma va da sé che il senso del discorso va ben oltre una critica in blocco alla categoria.

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  2. Anonimo12:01

    Due piccole cose sugli economisti e sui letterati, che poi si riduce ad una. Non esistono né economisti, né letterati, in termini generali. La quasi totalità degli economisti, per non dire la totalità, è fatta da economisti borghesi, cioè da chi discute o anche critica la crisi in atto, ma senza mettere in discussione l'economia capitalistica in quanto tale, soltanto questo o quell'aspetto. Ce ne sono alcuni che parlano addirittura in termini moralistici, di buona o cattiva volontà. Se si qualificassero per quello che sono, meriterebbero un pò del mio rispetto. Quanto ai letterati, ci sono quelli che tirano la cinghia ma anche i ben pasciuti. I primi dovrebbero sempre ricordare questa differenza, anche perché in alcuni casi è frutto di scelte consapevoli pagate di persona. So che Carlo condivide l'esistenza di queste radicali differenze, a me piace semplicemente esplicitarle, quelle poche volte che se ne ha occasione.

    Giovanni

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