domenica

Se questa è filosofia


Ricevo con compiacimento e aspettativa il nuovo numero monografico della rivista "Humanitas" (Morcelliana, 2011, 5) dedicata alla figura di Carlo Michelstaedter. Come molti sanno, si tratta di una delle figure più significative e profonde della nostra tradizione filosofica, un filosofo giovane, drammaticamente scomparso a soli ventitre anni. "E sì", penseranno alcuni, "un'Italia culturale d'altri tempi". Ma si esagera sempre con queste nostalgie, perché anche oggi il Belpaese ospita almeno uno o due giovanissimi "prodigi" della filosofia, anche se, per dirla tutta, se Michelstaedter percorse rapidamente le tappe del pensiero, le giovani promesse dei nostri giorni spendono buona parte della propria agilità nell'attraversare con eguale premura le tappe della carriera accademica.
Ma torniamo a noi. Sfogliando l'indice della bella rivista, la mia attenzione si ferma sul contributo di Roberta De Monticelli, intitolato: L'equivoco della prima persona. Lettera a Carlo Michelstaedter. Il tema dell'essere personale è a me particolarmente caro, e la notorietà della professoressa ordinaria, titolare di un insegnamento segnatamente denominato "Filosofia della persona" nell'Università di Don Verzé, mi hanno quasi veicolato in modo irriflesso verso la lettura del suo contributo, senza rispettare la sequenza pensata dall'ottima curatrice (Angela Michelis).
Che dire? Il contatto diretto con questo brevissimo testo (4 pagine) mi ha lasciato di stucco. Lo stile non è tradizionalmente saggistico. Senz'altro la nota firma ha scelto un approccio originale e spiazzante, provando a scrivere una lettera - con gusto forse un po' macabro - alla buonanima di Michelstaedter. L'incipit fa tremare le ginocchia:
"Ti scrivo, caro fratello perduto nell'immortalità, perché a uno che chiama bisogna, prima o poi rispondere. Uno che chiama? Chi? Non so - mi avvedo di non essermelo mai chiesto. Mi pareva di conoscerti da sempre, come uno cui si dà del tu fin da bambini. Avevamo un appuntamento - dopo tutte le feste di compleanno e le merende, dopo i vagabondaggi e l'università, nel mondo, verso le sei di sera... Ma non sei mai venuto, ti ho cercato in lungo e in largo, traversando di corsa la città e lingue straniere e valichi di anni".
Che sta cercando di dire la professoressa De Monticelli? Fin qui, non pare pronosticabile. Si annunciano infatti pagine difficili da decifrare. Poco dopo, apprendiamo che il primo libro di filosofia letto dall'autrice è stato proprio La persuasione e la rettorica. Si comprende così l'esistenza di un legame intimo tra i due "corrispondenti" di questo strano carteggio. Il nodo concettuale viene finalmente individuato, alla fine di una pagina pirotecnica , nella complessità della frase "io sono". Qui la De Monticelli accenna l'avvio di una discussione: "io chi? non certo io che ti rispondo. Tutto quello che io posso dire è 'son qui' ", ma poi sfortunatamente precipita in una pseudo-evocazione spiritica:
"che il richiamo sia indirizzato a me, potrei nutrire qualche dubbio: in fondo potevi ben venire di persona invece di scrivere, se ti premeva di incontrarmi. Però se mi guardo intorno e chiedo agli amici, loro cadono dalle nuvole, e mi assicurano che ultimamente nella cassetta della posta non hanno trovato niente di simile a una missiva dall'eternità. A volte qualcuno mi guarda preoccupato o divertito". Lo credo bene.
L'ambiguità della prima persona viene richiamata, ma non sciolta né argomentata in nessuno luogo. A un certo punto, tra una prova di stile e l'altra (che al suo posto avrei forse ceduto a chi meglio padroneggia strumenti letterari) l'autrice accusa: "la logica m'imbroglia". Ma quale logica? Fin qui, infatti, pareva l'unica rumorosa assenza. Poi si chiarisce obliquamente il motivo di tale carenza: la persona "Michelstaeldter" non può essere così agevolmente compresa dai "professori" - conclude De Monticelli - i quali trascorrono giornate intere tra libri e tesi di laurea, tra "cadeveri di parole", che riducono lui a una "tesi". Tutto si risolve infine in una drammatica attestazione d'impotenza, poiché il tentativo di interlocuzione con l'autore del libro sulla persuasione consiste, infine, in un semplice attraversamento della propria retorica, un tornare a sé.
Non critico pregiudizialmente la professoressa De Monticelli, che anzi considero una figura importante nel panorama filosofico italiano, ma non posso fare a meno di rimanere perplesso di fronte a questo genere di approccio. Chiariamoci. Un mio amico americano mi rimprovera spesso quando legge i miei articoli, perché ripete che noi "continentali" non siamo sufficientemente chiari: vorrebbe leggere prima un abstract in cui si chiarisce dove si vuole andare a parare, poi un'esposizione ordinata e documentata delle argomentazioni, e infine la tesi compiuta con le sue dimostrazioni conclusive. E' vero che gli anglosassoni paiono spesso più attenti alla struttura del paper che ai contenuti espressi, per cui spesso e volentieri mi ostino a chiedere di concedermi qualche personalizzazione stilistica. Ma qui mi pare che si ecceda. Forse sarà un limite mio, ma devo porre anch'io una domanda, magari un po' retorica, agli amici della rivista "Humanitas": era proprio necessario includere questo contributo nel prezioso fascicolo?
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