domenica

La teoria del romanzo di Guido Mazzoni



Vinto da insistente curiosità, ho letto l'ultimo libro di Guido Mazzoni, Teoria
del romanzo (Il Mulino, 2011). Si tratta di un lavoro che merita un profondo rispetto, per varie ragioni. L'autore ha senz'altro meditato a lungo alcune delle questioni messe in campo, non solo con l'inevitabile dimistichezza con la materia letteraria, bensì con straordinaria padronanza dell'indagine teoretica ed estetica. L'intero primo capitolo, infatti, è pane saporito per i denti dei filosofi. Provando a problematizzare la dimensione ontologica della narrativa in quanto tale, Mazzoni riflette diffusamente su alcuni autori-chiave e prospettive contrapposte, in modo tale da stordire il lettore con la complessità della faccenda.
Tra giovedi e venerdi scorso si è consumata una risibile discussione tra Pietro Citati e - quasi mi vergogno a doverlo menzionare in un discorso tanto serio - Giorgio Faletti. L'oggetto del contendere stazionava nell'annosa discussione tra buoni libri e storie commerciali. Il lavoro svolto da Mazzoni spariglia completamente le carte, perché si pone al di qua di ogni analisi stilistica o di gusto, e pone il tema caldo che attanaglia la nostra migliore tradizione di pensiero, da Platone a Croce, e cioè: che significa "narrare"? Quale relazione - se c'è differenza - tra narrazione e realtà?
Un secondo elogio è meritato dal libro per lo sviluppo della lunga sezione centrale, dedicata alla storia del romanzo. Circa trecento pagine di ricostruzione pensata e tradotta in bellissima scrittura attraverso riferimenti, citazioni e comparazioni che renderanno questo testo un riferimento importante per tutti i gli studi futuri. La conclusione, infine, prova a riprendere il ragionamento filosofico, aprendo la ricerca, com'è giusto che sia, ad ulteriori approfondimenti.
Chiediamo dunque: cos'è un romanzo? E' un luogo di identificazioni, o un mezzo di trasmissione morale? Si tratta di un lavoro d'astrazione, o un'immersione nella concretezza? Sono domande lecite e tutte egualmente difficili, che hanno vissuto nel corso storico oscillazioni e articolazioni, ma che sono oggettivamente passibili di risposte non univoche. Mazzoni si muove seguendo il filo della particolarità: "il romanzo è il genere della particolarità: esprime un piano dell'essere che, per molti secoli, le altre formazioni discorsive hanno ignorato o colto a fatica. Anche quando l'invenzione della fotografia e del cinema ha consentito di rappresentare l'apparenza sensibile attraverso i media dell'immagine e del suono, il romanzo ha conservato la supremazia nella mimesi della vita interna e dei rapporti fra gli esseri umani e le forze che li attraversano" (p. 366). Ma come negare che, come direbbe Hegel - autore che tra l'altro Mazzoni dimostra di conoscere bene - in quella particolarità vive un concetto? E' vero, come l'autore mette in evidenza, che il filosofo tedesco interpretava il romanzo cavalleresco come espressione della "singolarità". Ma si tratta di una modalità espressiva che racchiude in sé l'universale di un momento astrattivo essenziale alla sua stessa ricomposizione. Ed ecco però che questa profonda consapevolezza hegeliana sembra agire nel discorso stesso di Mazzoni conducendolo verso una conclusione di grandissimo interesse, e che trascrivo per intero:
"Il conflitto tra universale e particolare, fra generalità sovrapersonali e individualità singolari, divide il dominio della cultura, attraversa i singoli giochi di verità ed esprime una dialettica senza conciliazione. Inscritto nella condizione ontologica degli esseri finiti, esce moltiplicato dalle dinamiche del mondo moderno. Le persone sono diventate un primum assoluto; i loro destini possono stare al centro della scena; ogni dettaglio della loro finitudine conta. Al tempo stesso, la forma di vita moderna si incarica in ogni momento di mostrare che non è solo così. Intorno e dentro agli individui agisce una trascendenza oggettiva fatta di regolarità, tendenze universali, disposizioni introiettate, campi di forze; una trascendenza che concepisce gli individui come semplici casi particolari di leggi generali. le stesse che la filosofia, le scienze umane o la statistica cercano di fissare. Questa doppia verità, che è consustanziale allo stato di cose presente, divide il campo della cultura e percorre le singole formazioni discorsive: ma solo la forma-racconto la incorpora nelle proprie strutture. Solo la narrativa può mostrare come gli esseri particolari siano esposti al mondo, e come la loro identità, felicità e infelicità dipendano dall'intreccio con gli altri e dal potere delle circostanze" (p. 397).
Veramente appassionata quest'interpretazione della forza narrativa, e tuttavia restano due domande aperte: perché Mazzoni denuncia l'incapacità di conciliazione di tale dialettica? Se la dialettica trovasse una conciliazione, cesserebbe di esser tale. Il secondo dubbio è relativo invece all'esclusività della forma romanzo. Non credo che la poesia sia strutturalmente una forma d'arte incapace di esprimere quella dialettica. Forse la narrazione può esser considerata come strumento più flessibile (o più semplice, più immediato), ma che dire, solo per fare un unico esempio, di una poesia come Le due strade di Guido Gozzano? Cosa le impedisce di incarnare la stessa modulazione dialettica di una narrazione in prosa? Stesso discorso vale per il teatro, o per altre forme d'arte. E vado anche oltre: un semplice pettegolezzo tra amici - dico - porta in sé anch'esso la capacità di cogliere e rappresentare l'universale nel caso individuale, e viceversa. Ciò che va difeso nella buona narrativa, naturalmente, è la straordinaria ricchezza dell'esperienza interna ed esterna, che i personaggi - elementi fondamentali della nostra vita psichica - incontrano sui propri passi.
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1 commento:

  1. Il romanzo può anche basarsi sulla ricerca della sonorità e del 3-D, ma ha conservato la supremazia della mimesi della vita interna e delle relazioni umane.
    Ma è innegabile che scrittori affermati come De Carlo e Houllebecq abbiano cercato negli ultimi anni modi nuovi di scrittura, anche ispirati alla matematica del caos, che sostituiscono i vecchi stilemi del canovaccio tradizionale.

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