venerdì

Lucio Villari, storico d'atmosfera


A cosa si riferisca Lucio Villari con il titolo del suo ultimo libro non è immediatamente intuibile (Notturno italiano. L'esordio inquieto del Novecento, Laterza, 2011). Dopo averlo letto, tuttavia, è possibile afferrarne l'intenzione. Stile, contenuto e struttura del testo concorrono nell'escludere il volume dal tradizionale format del lavoro storiografico. L'idea di ricostruire i due decenni che rispettivamente chiudono il secolo decimonono e aprono il successivo, è sviluppata secondo un'opzione stilistica apparentemente morbida: niente note a piè di pagina, niente bibliografia, nessuna tesi interpretativa riconoscibile in modo netto. Non si tratta dunque di un vero e proprio libro di storia, bensì, se così si può dire, di un libro d'atmosfera. L'autore prova a misurarsi con un'impresa piuttosto ardua, e sicuramente difficilmente contenibile, come invece qui avviene, in meno di duecento pagine. Si tratta di lasciar emergere, assaporare, "percepire", alcuni elementi, sensibilità, tensioni e idee, che caratterizzarono quella che - secondo quanto si apprende dalla seconda di copertina - viene proposta come una fase della nostra storia piuttosto "trascurata" (il che, per la verità, non corrisponde al vero).
L'esito non è del tutto convincente. La successione dei capitoli rende sempre più enigmatica la tesi di fondo dell'autore, probabilmente anch'egli travolto dalle emozioni che suscitano in lui rievocazioni di eventi sportivi, citazioni crociane o papiniane, o profili soggettivi di intellettuali e politici di un'altra storia. A tratti pare di leggere un'esercitazione di storiografia culturale, un modo di intendere la concatenazione degli eventi che trova la sua origine nell'età moderna, e che si costruisce sull'idea che le dinamiche artistiche e filosofiche possano non solo costituire la porta d'accesso alla comprensione di un'epoca storica, ma finanche il motore stesso degli eventi. Eppure neanche questa chiave è sufficiente a descrivere il lavoro di Villari, che fluttua comodamente dal dibattito tra il positivismo e i suoi critici alle beghe matrimoniali di un Crispi; dal carteggio Croce-Labriola sul socialismo alla descrizione del porto di Brindisi. Al centro del ventennio, e della narrazione, il regicidio per mano anarchica. Si deve qui riconoscere a Villari il merito di aver ben sottolineato tutto il valore materiale e simbolico dell'evento.
L'autore si prova nel faticoso tentativo di tenere 'tutto dentro', di costruire una storia corale in cui le voci non sono solo i soggetti umani, ma le varie forme della vita spirituale e sociale, fino al coinvolgimento della natura stessa, con il terribile terremoto di Messina. E qui c'è un vero mistero. Perché le pagine dedicate al terremoto sono senz'altro le più belle e partecipate del libro (sono solo sette), ma inserite in un capitolo intitolato: "Natura ribelle e estetica della libertà". Dopo aver efficacemente trascinato il lettore nell'atmosfera del dramma umano determinato dal sisma, osserviamo l'incredibile e incomprensibile passaggio offerto da Villari alle pagine 157-158: "La notizia della catastrofe raggiunse a Parigi Filippo Tommaso Marinetti, pronto a dare alle stampe il suo Manifesto. I giornali italiani e europei per oltre un mese furono occupati dalle croache della tragedia e dall'impegno solidale di tutto il continente per i sopravvissuti e per la prima ricostruzione dei luoghi devastati. Non vi sarebbe stato interesse o attenzione dei lettori per un programma letterario che avrebbe dovuto suscitare infiammate reazioni. Così, Marinetti attese oltre un mese, fino al febbraio 1909, quanto il Manifesto apparve sul "Figaro". Alla fine, la parola vinceva sulla morte". E poi continua, con la proposizione di un profilo letterario e pittorico del futurismo. La connessione è del tutto impalpabile, e forse anche indelicata.
Verso la conclusione del testo si comincia a intravedere una traccia di tesi interpretativa, che tuttavia non sono certo di aver correttamente interpretato (è bene precisarlo per non fare un torto all'autore). L'idea è che sul finire del primo decennio del Novecento si affermi una "cultura della morte", la cui sostanza è piuttosto evanescente, e della cui affermazione siano responsabili al tempo stesso, per vie differenti, "anarchici e socialisti estremi" (e si sa, la colpa è sempre degli anarchici), unitamente alla "voluttuosa astenia morale piccolo borghese inoculata dal nichilismo e senza precisi destinatari sociali" (p. 178). Non sono certo di aver capito a fondo quest'analisi, ma vive forse in essa l'idea di un'eccessiva debolezza, o incapacità di controllo sociale e culturale da parte del socialismo riformista e di una borghesia 'costruttiva' - anche per un inibitorio rapporto dei cattolici con il papato di Pio X - nel contenere una serie di pulsioni distruttive che condurranno il Paese verso il primo conflitto mondiale. Ad ogni modo, nel caso in cui fossi riuscito a diradare le nebbie di un'atmosfera alquanto fumosa, devo ammettere di permanere in una condizione di profonda perplessità rispetto alla validità e controllabilità scientifica di una tesi di questo tipo.
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