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La serietà della filosofia leibniziana




Presentare agli studenti la filosofia di Leibniz è un'esperienza complessa. Credo che ogni collega abbia provato in prima persona tale difficoltà, tanto che, per quel che mi è capitato di apprendere, alcuni docenti miei amici ne eludono la figura perché esautorati dai problemi che costantemente emergono nel rendere chiari e persuasivi concetti come la monade o l'armonia prestabilita.
E devo dire che neanche i manuali scolastici rendono in ciò la vita facile. Il testo di Abbagnano, ad esempio, ricostruisce il pensiero di Leibniz in modo poco lineare, e in qualche passaggio indugia in errori interpretativi piuttosto vistosi. Un vero peccato. Leibniz è un autore importante, molto affascinante, ed è molto più profondo di quanto Voltaire si sia esercitato a evidenziare con il suo sarcasmo, o di quanto lo stesso Hegel sia stato intenzionato a riconoscere nella sua storia della filosofia.
Con colpevole ritardo tuttavia voglio segnalare questo bellissimo libro curato dall'ottimo Federico Perelda e da Luigi Perissinotto: Sostanza e verità nella filosofia di Leibniz (Il Poligrafo, 2006).
Raramente una raccolta di saggi appare così ben riuscita come in questo caso. Perelda sostanzia il volume con una sua notevole introduzione e un lungo saggio filosofico, ma è affiancato da contributi di altri studiosi, tutti ben scritti e di interesse certo.
Nelle sue osservazioni introduttive, Perelda prova a problematizzare questa difficoltà nel trattare Leibniz, compresa la sua "inattualità". Come dire? Si attinge al pensiero del filosofo tedesco procedendo a spizzichi e bocconi, senza mai considerarlo nella sua più profonda essenza sistematica. Ciò dipende naturalmente per una disinvolta diffidenza nei confronti dei "sistemi", e contemporaneamente a una disorganicità espositiva dello stesso Leibniz, che affidò le sue riflessioni a moltissimi testi e lettere, senza mai ricomporli in modo strutturato in un un'opera metafisica completa. Va poi ricordato l'esito quasi fantascientifico di alcune suggestioni leibniziane, che proprio non riescono a far breccia nello spirito di concretezza contemporaneo; un rischio di cui l'ideatore delle monadi era perfettamente consapevole, come evidenzia in un importante dichiarazione: "so di proporre un gran paradosso pretendendo di riabilitare in qualche modo la filosofia antica e di richiamare postliminio le forme sostanziali quasi bandite; ma forse non mi si condannerà alla leggera, quando si saprà che ho molto meditato sulla filosofia moderna, che ho dedicato parecchio tempo alle esperienza fisiche e alle dimostrazioni di geometria e che sono stato a lungo persuaso della vanità di quelle entità, e infine sono stato costretto a recuperarle mio malgrado e quasi per forza" (Discorso di metafisica, par. 11).
Leibniz non è uno sprovveduto, possiede anzi una profonda conoscenza delle scienze fisiche e matematiche, e allora gli si deve concedere tempo, non lo si può liquidare come autore di un "romanzo metafisico" (Hegel), né di una "storia di fate" (Russell).
Perelda chiarisce da subito l'ambiguità espositiva di un filosofo come Leibniz, avvertibile nella concezione della 'logica', alcinescamente presentata attraverso due diverse sembianze. Per un verso abbiamo infatti la tradizionale e molto apprezzata conquista della logica matematica, di cui il filosofo tedesco è stato forse lo scopritore. Una logica ferrea, analitica e in qualche modo "strumentale". Ma la forza di questa individuazione di un campo disciplinare rischia di mettere in ombra il suo lato più interessante, e cioè l'idea leibniziana di una struttura logica dell'essere, e di una fondazione ontologica della logica stessa. Come la scoperta del calcolo infinitesimale gli ispirò l'idea di una struttura infinitesimale del mondo fisico, così la struttura della verità logica diventa immediatamente la chiave di quella che potremmo definire una verità metafisica.
Proprio da questo punto di congiunzione prende opportunamente le mosse Perelda per affrontare i nodi cruciali della filosofia leibniziana. Che cos'è la verità? Alla celebre domanda di Cristo, Leibniz risponde ricorrendo all'armamentario della sua logica, rinunciando all'idea di evidenza di ispirazione cartesiana, e partendo dalla struttura fondamentale del pensiero, il giudizio. E' così evidente come nelle sue mani il problema della verità muti in quello del giudizio vero. Esso, secondo la sua riflessione, si costituisce soltanto sul terreno dell'identità. Un giudizio è vero quanto il predicato coincide con il soggetto: 2+2=4 è sicuramente vero, poiché esprime un'identità pura. Certo, sul piano logico-geometrico il giudizio vero è sempre un giudizio analitico, anche se non immediatamente evidente. Che la somma dei quadrati costruiti sui cateti sia uguale a quello costruito sull'ipotenusa di un triangolo rettangolo è senz'altro vero, ma quest'identità non è immediatamente evidente. E' tuttavia dimostrabile in un numero finito di passaggi, i quali, in forza di ragione, rendono la verità del giudizio analitico assolutamente necessaria. Altro discorso vale, secondo Leibniz, per le verità di fatto. Dove non si può dare un'identità pura tra soggetto e predicato. In primo luogo per una ragione logica. Se il soggetto è un vero soggetto, ossia una sostanza, nel senso che può essere soggetto di predicati senza mai essere a sua volta un predicato (es. Socrate o Giulio Cesare), non può essere mai identico a uno dei suoi predicati (la cui peculiarità è quella, appunto, di essere privo di autonomia totale: "verde" può sì essere un soggetto, ma il suo poter essere anche un predicato lo priva di sostanzialità). Ma nella sfera reale ci imbattiamo anche nell'identità degli indiscernibili, cioè nell'impossibilità di avere due enti completamente identici. Per esservi indiscernibilità, infatti, tutti i predicati di un soggetto A dovrebbero coincidere con quelli dell' "altro" B. Ma tra i predicati di A non può mancare l'essere "altro da B", incompatibile con il suo presunto identico. Come dire? l'identico non è moltiplicabile. Se sono due enti, non sono identici. Punto. E allora nella sfera reale non ci è possibile riscontrare una identità assoluta. E ritorniamo: cos'è la verità? Sul piano reale, un giudizio dev'essere considerato vero solo se si dà un'identità parziale, cioè se il predicato è uno dei predicati del soggetto, che ne avrà molti altri. Per cui "Socrate è filosofo" è senz'altro un giudizio vero, mentre "Socrate è un santo" è chiaramente falso. Possiamo esserne sicuri? E' assai ambiziosa la pretesa umana di constatare empiricamente la verità dei nostri giudizi, perché i nostri strumenti analitici ci impediscono di conoscere tutto ciò che inerisce a un soggetto. Se il predicato appartiene almeno in parte al soggetto, vuol dire che il soggetto è ciò che "contiene" tutti i suoi predicati, e cioè che esso stesso rappresenta il fondamento di tutti i suoi predicati, la loro "ragion sufficiente". Questa è forse la tesi più ardita della filosofia leibniziana. Poiché la catena razionale da lui prodotta genera la seguente conseguenza: "Socrate è condannato a morte" è vero, ma lo è perché la sua condanna ha la sua ragion sufficiente in Socrate stesso. Possiamo dimostrarlo? Di fatto no, perché siamo finiti, ma se fossimo nei panni di Dio, allora sapremmo. La verità di un giudizio empirico è dunque dimostrabile solo in un numero infinito di passaggi. Il vero significato della differenza tra necessità assoluta e contingente potrebbe essere indicato, secondo Perelda, proprio nella differenza tra la dimostrabilità in un numero finito di passaggi, e quella infinita o indefinita.
L'analisi del problema della verità e la scoperta del principio di ragion sufficiente aprono dunque la strada allo scivoloso percorso metafisico leibniziano. Cos'è quel soggetto individuale della predicazione, se non una sostanza? Se è logicamente autonomo, nulla vieta che esso debba esser concepito come un'indipendenza ontologica. Se fosse un momento della Natura o della res extensa, non sarebbe sostanza, ma modo o modificazione. Invece logicamente non riesco a pensarlo se non in modo sostanziale. Deve, dunque, essere sostanza. Sostanza individuale. Per proteggerne l'autonomia Leibniz è poi costretto a negarne la possibilità di condizionamento. Una sostanza non può essere creata, distrutta, ma neanche modificata da un'altra sostanza. E questo conferma il motivo per cui ogni predicato dev'essere necessariamente "inclinato" dal soggetto. La relazione causale è dunque apparente. L'esempio leibniziano è noto: poniamo due orologi sincronizzati: è' possibile spiegarne il rapporto in tre modi (lo illustra bene Mariangela Priarolo nel suo saggio dedicato al rapporto tra anima e corpo): 1) il primo agisce sul secondo (posizione attribuibile a Cartesio, secondo cui la res extensa e la res cogitans possono mutualmente influenzarsi per via della ghiandola pineale), 2) un abile artigiano (Dio) interviene regolarmente in ogni momento per sincronizzare gli orologi (tesi occasionalista), 3) ciascun orologio è accordato fin dalla sua creazione, e la coincidenza è determinata dalla struttura interna di ciascun meccanismo. Chiaramente Leibniz, per la sua teoria dell'autonomia della sostanza, tende a privilegiare la terza opzione, e con essa a immaginare l'esistenza di un'armonia prestabilita dell'intero universo.
Torniamo alla sostanza individuale. Essa non ha una natura materiale, poiché Leibniz include anche l'estensione tra quelle qualità secondarie che Cartesio aveva concepito come soggettive e variabili (colore, temperatura, forma). L'idea che possa concepirsi un mondo fisico atomico è scartata dal filosofo tedesco per l'impossibilità di concepire un esteso indivisibile. Allora la sostanza ultima dev'essere inestesa, e l'estensione dev'essere anch'essa, come il nesso causale, pura apparenza. Non è tuttavia un'illusione; Leibniz parla infatti di "fenomeno ben fondato". Nel Discorso di metafisica si legge: "le nozioni di grandezza, figura e movimento [...] contengono qualcosa d'immaginario e di relativo alle nostre percezioni, come pure (benché assai di più) il colore, il calore e altre qualità simili, delle quali si può dubitare se si trovino veramente nella natura delle cose fuori di noi" (par. 12).
La sostanza dunque non è materia, ma è una forza. La sua energia si caratterizza per un lato passivo, cioè una forza di resistenza, detta "massa" o "materia prima", e un lato attivo, o entelechia, che le consente di agire. L'azione della sostanza consiste sostanzialmente nel "percepire" e nell' "appercepire". Tutte le sostanze infatti percepiscono, cioè si rappresentano l'intero universo. Alcune sostanze, quelle sviluppate, sono capaci di avere coscienza del loro stesso percepire. Cioè percepiscono il percepire. Ogni sostanza è dunque, in senso lato, un'anima. Non tutte le sostanze, però, sono pensiero. L'apparenza della materialità è data dalla forza passiva, l'apparenza dell'azione causale è data dall'entelechia. Siamo ancora a una sorta di corrispondenza tra mondo che appare e mondo che è. Priarolo nel suo saggio prova a tirare le somme in questo modo: "l'affermazione leibniziana del 1714 secondo la quale i corpi sono fenomeni 'ben fondati', non può che essere letta come una rivendicazione della realtà dei corpi, una realtà data per l'appunto dalla loro congruenza con il mondo delle monadi" (p. 126).
Il sistema di Leibniz è meno "fantastico" di quanto possa apparire, e i ragionamenti che lo sostengono sono importanti e complessi. Tra l'altro si vede bene da queste poche note quanto sia difficile poi affrontare un autore come Kant senza essersi misurati a fondo con la monadologia, in tutti i suoi aspetti.
Di questo libro bisogna tuttavia citare anche gli altri contributi, anch'essi validi e interessanti. Primo fra tutti il bel discorso svolto da Mauro Nobile sul tema della modalità espositiva della "meditazione", senza dimenticare il saggio di Daniele Bertacco dedicato al principio di ragione e quello di Annalisa Rossi in cui si analizzano i rapporti filosofici tra Cartesio e Leibniz. In coda al testo alcuni utili approfondimenti logici e metafisici di Francesco Berto, Matteo Favaretti Camposampiero ed Emanuela Scribano. Non saprei dire se il volume è ancora in commercio, ma ne consiglio senz'altro la ricerca.
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