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Essere inumani


Chiara Volpato è una pregevole studiosa di psicologia sociale, capace di coniugare - come si è appreso a fare negli ultimi anni anche da parte di alcuni storici - le ricerche sperimentali con l'analisi storiografica. In un volumetto appena pubblicato per Laterza (Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, 2011) l'autrice prova in modo interessante a far agire insieme i due approcci disciplinari intorno a un tema estremamente complesso: quello della spersonalizzazione dell'altro e delle sue conseguenze. La tesi di Volpato è ormai entrata nel patrimonio culturale di chi studia queste tematiche già da molti anni, e si può racchiudere nell'idea della strutturale inclinazione alla sottrazione di qualità umane all'oggetto di una violenza o di una discriminazione, intendendo questo processo sia come fattore generatore, sia come condizione indispensabile dell'atteggiamento conflittuale-escludente. Studi interdisciplinari che oscillano dalla criminologia alla storiografia, dalle scienze psico-sociali a quelle pedagogiche, hanno elaborato a più livelli la fenomenologia del processo di disumanizzazione, o deumanizzazione (termine che pare più congeniale all'autrice del volume). E' stato notato spesso come un serial killer manifesti quasi sempre il bisogno di coprire o sfigurare il volto della sua vittima per poter sopportare il peso morale della violenza perpetrata. Nel vivere quotidiano, riusciamo a nostra volta a giustificare un nostro comportamento discriminatorio o dannoso nei confronti di altri soggetti, soltanto rappresentandoli come inferiori, inetti, ignobili. Ciò accade palesemente nei fenomeni di bullismo. Ingenuamente i ragazzi, testati su questo tema, lasciano trapelare la loro idea della vittima come definita da tratti personali che ne segnano la vocazione alla subalternità. I gruppi sociali indugiano spesso in strutture lessicali disumanizzanti. Mi viene in mente la definizione dei giovani anticonformisti come "zecche" da parte dei figli della borghesia, e, viceversa, il paragone tra i fascisti e i "topi", il cui destino sarebbe quello del ritorno nelle fogne. Ma l'esempio più chiaro è quello relativo alle relazioni inter-etniche, in cui è assai frequente il ricorso a metafore zoologiche per definire persone appartenenti a culture e territori diversi dal "nostro" mondo.
L'originalità di questo lavoro sta nello sforzo di compendiare la molteplicità dei campi d'applicazione di ricerche analoghe intorno a un'unica categoria - al suo interno certamente articolabile in modo vario. Tuttavia questo sforzo rappresenta al tempo stesso un limite. L'autrice cerca infatti di tenere insieme troppi elementi, soffocando i nessi che li agganciano l'uno all'altro. Alcuni problemi, che proverò a evidenziare, sono certamente molto presenti a Volpato, la quale tuttavia è forse costretta dalla vocazione sintetica del volume a chiudere tutto troppo in fretta. Come direbbe Kant, certi libri, se fossero più lunghi, sarebbero più brevi. Ed è proprio il caso di questo testo, che avrebbe richiesto, per una sua più limpida leggibilità, maggiori riflessioni e analisi problematizzanti. Ora, che sia possibile stabilire un rapporto tra l'esclusione dal genere umano dell' Homo neanderthalensis, la persecuzione degli ebrei d'Europa e l'oggettivazione del corpo femminile nei media contemporanei è senz'altro sostenibile, ma un tale sforzo di categorizzazione dev'essere supportato da una struttura argomentativa che qui l'autrice non ha avuto la possibilità di fondare in modo esaustivo.
Proviamo invece a distinguere alcuni nuclei tematici che possono essere utilmente indagati attraverso questo libro. Un primo grado di deumanizzazione è senz'altro quello che sta alla base delle letture dei rapporti inter-umani sulla base di una chiave xenofoba. La rappresentazione degli indiani d'America ai tempi delle scoperte geografiche prima, e delle colonizzazioni nordamericane poi, sono ben esplorate dall'autrice, con opportune sottolineature di elementi linguistici che associano il soggetto odiato al demonio o specie inferiori, identificandolo cioè con una dimensione puramente animale, sono importanti, perché ricorrenti in tutte le forme di discriminazione razziale. Il gruppo sociale ostile è privato di pensieri e sensibilità "umane", e dunque è più facilmente aggredibile, ed è così più agevole sostenere il peso dei propri comportamenti distruttivi. Non a caso, la rappresentazione del nemico in chiave zoologica è propria dei contesti bellici, dove pure si ricorre con frequenza alla metafora igienico-sanitaria, per cui gli "altri" sono equiparati a pidocchi, parassiti, bacilli, virus da debellare attraverso un'operazione di igiene sociale. Conosciamo bene la pervasività di questo linguaggio, verbale e grafico, nella propaganda nazista e fascista (Volpato dedica ampio spazio a un'analisi interessante sul lessico e la strategia propagandistica della rivista Difesa della razza). Si intrecciano in questa tematica problemi diversi, richiedenti differenti e strutturate ricostruzioni storiche e culturali, e che qui vengono schiacciate un po' troppo sulla dinamica psicosociale, che attraversando disinvoltamente le epoche della storia all'insegna di un elemento di convergenza tra fenomeni assai eterogenei, rischia di rompere uno dei fattori più qualificanti della psicologia sociale stessa, cioè il suo radicamento alle culture di riferimento. L'idea che la struttura psicologica, nella relazione tra più soggetti, con connessi processi di attribuzioni e auto-attribuzioni, possa avere una struttura non modificata storicamente, e consenta quindi paragoni tra momenti così differenti della vicenda umana, richiede - anche qui - una robusta dimostrazione, di cui si sente un po' la mancanza. Gli autori su cui si muove, a grandi linee, il discorso dell'autrice sono principalmente Zimbardo, noto per le sue ricerche psicosociali sugli abusi di potere e sul conformismo, e Bandura, uno degli psicologi più importanti del Novecento, e metodologicamente più innovativi. Ma questi autori non possono essere sufficienti a cogliere, neanche in parte la problematica - ad esempio - della Shoah.
La scrittura è efficace e piana nei primi due capitoli, poi si perde in qualche - tutto sommato non indispensabile - tecnicismo nel terzo, dove però ritrova una sua vitalità nell'analisi del fenomeno dell' ontologizzazione sociale, consistente nell' "operazione categoriale che esclude il gruppo minoritario dalla mappa dell'identità umana, definendolo in termini di caratteristiche naturali" (p. 94). Si tratta di un processo cui sono sottoposti, nei nostri ambienti, soprattutto gli zingari e le persone di colore, i primi usualmente considerati "resistenti", per ragioni naturalistiche, all'integrazione, e i secondi incondizionatamente collegati - in un riflesso psichico non troppo mediato - ai primati. Volpato supporta tutte le sue affermazioni con decine di ricerche sperimentali, alcune metodologicamente molto interessanti, che vengono letteralmente moltiplicate nell'osservazione dell'ultima variante presa in esame: l'oggettivazione, con la più precisa attenzione al processo di riduzione a "cosa" della donna nella cultura contemporanea. In quest'ultima sezione Volpato sembra riscrivere in chiave scientificamente corroborata da dati concreti il senso complessivo del famoso documentario di Lorella Zanardo. Va detto tuttavia che anche qui si tratta di un processo di sottrazione di dignità umana molto differente da quelli precedentemente studiati. Fatto salvo l'elemento violento e dei rischi connessi ai sentimenti discriminatori, direi senz'altro che la disumanizzazione di un'etnia, agganciata al progetto del genocidio, è tutt'altra cosa rispetto alla reificazione del corpo femminile con l'obiettivo di trarne un piacere sessuale. Ma a parte questa precisazione, l'ultima parte del libro è evidentemente scritta con grande partecipazione intellettuale ed emotiva dall'autrice, che non lesina suggerimenti per cambiare rotta, non solo rispetto alla rappresentazione deleteria e de-personalizzante della donna (alcuni esperimenti ricostruiti da Volpato, che vedono come protagonisti studenti e studentesse posti in condizione di "oggettivazione" sono veramente impressionanti), ma anche delle altre etnie e degli altri gruppi sociali. Alcuni passaggi mi hanno convinto meno, come l'attacco a testa bassa alla pornografia, cui si attribuisce una grande responsabilità nei confronti dei processi di oggettivazione, ma su cui si suggerisce implicitamente vigilanza, vista l'agevole fruibilità di materiale pornografico sulla rete, specialmente per i giovani. Insomma, la pornografia e la sua democratizzazione sono anche qui (mi spiace ripetermi) un fenomeno più articolato, che non può essere liquidato semplicemente come una forma di oggettivazione della donna, perché la sua capacità di penetrazione sociale nell'immaginario, per poi colonizzare anche la cultura politica, culturale, e oserei dire perfino religiosa della società, deve farci cercare delle motivazioni che non sono soltanto psico-sociali, ma anche quasi "omeostatiche". Ciò che Volpato scrive è verissimo. La pornografia costruisce un immaginario spersonalizzante e violento, specie nei confronti della donna, e condiziona gradualmente molti settori della vita pubblica. Ma occorre, a mio avviso, cercare meglio le ragioni di questa "esigenza" sociale. Perché l'offerta pornografica, pornopolitica pornomusicale o pornotelevisiva trova tanta "domanda"? Questo è un tema importante, che però non ha nulla a che fare con l'infra-umanizzazione, struttura psico-sociale cui ricorre Volpato per comprendere le relazioni infra e inter-gruppali.
Gli spunti, come si vede, sono molti, forse troppi. Ma è un tema su cui è comunque doveroso tenere alta l'attenzione.
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