venerdì

La complessità del caso Saviano



La recente iniziativa mediatica architettata da Roberto Saviano e, suppongo, dal suo staff, precipitandosi negli Stati Uniti a leggere un pezzo sulla mafia in un parchetto diventato recentemente famoso, ha scatenato tra gli intellettuali più e meno noti del nostro paese reazioni poco intellettuali.
Tra chi possiede un po' di cultura è diventato uno sport accessibile e praticatissimo il tiro a bersaglio nei confronti di quelle che vengono considerate - purtroppo non senza qualche ragione - banalità o cialtronerie raccontate qui e là da Saviano, in TV o sui quotidiani; troppo facile, ovviamente. E questo sport è sinceramente stucchevole.
Alcuni anni fa un giovane scrittore campano diede alla luce a un libro molto bello e importante, intitolato Gomorra. Tutti noi l'abbiamo letto e apprezzato, e in tempi non sospetti l'abbiamo difeso, pur evidenziandone qualche limite letterario, ma sempre sottolineandone il carattere di novità e di rottura. Con definizione mutuata dal calcio, Roberto Saviano poteva essere considerato una "promessa" della letteratura. Del tutto risibili sono state le polemiche sollevate da alcuni bravi giornalisti campani intorno a un eventuale plagio di Saviano. Lo scrittore ha sempre dichiarato di aver utilizzato fonti di stampa. Il suo merito è stato trasformarle in narrazione letteraria. E' tutta un'altra cosa.
Molto spesso però gli intellettuali vivono una realtà leggermente artefatta, e non si rendono conto che la condanna a morte subita dallo scrittore, per aver acceso i riflettori su un fenomeno mafioso tanto grande quanto ignoto, e sui rapporti tra economia e criminalità, era una cosa seria. Forse vale la pena riscrivere la parola, perché ciascuno di noi ne assuma su di sé il peso: M-O-R-T-E. Inizialmente Saviano non si rese conto della portata "controproducente" per la sua persona del suo stesso lavoro. In fondo aveva riscritto cose note, ma la forza della letteratura è esplosiva, e lui è saltato per aria. Il sistema odiosissimo di un certo ambiente radical-chic per una volta si è dato realmente da fare. Ha praticamente adottato Saviano. Il protagonista di questo aggancio è stato Fabio Fazio, che lo ha più volte trascinato, in maniera gradualmente crescente, sotto i riflettori, sostanzialmente per salvargli la pelle. Poi però, quello stesso ambiente che lo aveva salvato, ha capito che il giovane poteva essere letteralmente cavalcato, per costruire un'ideologia legalitaria e civile di successo e funzionale alla loro ispirazione fondamentale, che io chiamerei per brevità "ipocrisia nazionale". L'adozione di miti, modelli, parole d'ordine legalitarie, attraverso la costruzione di eventi pubblici, di spettacolo e culturali costruttivi dell'ideologia, attraverso la forza materiale dell'esempio umano del giovane audace che sfida i poteri occulti della malavita, serve a poter serenamente continuare a vivere nel privilegio, sfruttare e occultare i più grandi e piccoli fenomeni criminali e soprattutto le molte ingiustizie che caratterizzano la nostra società. Il savianesimo, divenuto di massa, è l'ideologia autoassolutoria e catartica, che ci nasconde una profonda verità. Primo, la mafia è ancora lì, sempre più forte, non la si riesce a combattere, e non la si vuole combattere. Secondo (ma ontologicamente primo): la mafia siamo noi, ogni volta che diciamo "si sa come vanno 'ste cose", al Comune si sa come funziona, all'Università peggio, persino a ristorante mangi meglio se "conosci". Siamo omertosi dentro. Perché? Perché aspettiamo che prima o poi tocchi anche a noi vincere il concorso truccato, ottenere un lavoro senza gara, avere gli amici giusti. Ma per intanto, ci accontentiamo di applaudire Saviano.
Ma torniamo al nostro racconto. La camorra non ha ucciso Saviano. Tuttavia il giovane promettente scrittore è morto. Molti sarcasticamente si domandano quando uscirà il suo libro della conferma. Non uscirà, perché non è possibile vivere in quelle condizioni e fare letteratura. Forse lo scrittore potrebbe tornare a dar grande prova di sé dando alle stampe un racconto introspettivo sulla sua vita degli ultimi cinque anni. Io me lo auguro, ma ci credo poco. La letteratura ha assestato un colpo, la camorra, in una strana complicità con l'anticamorra da salotto, ha assestato il contraccolpo. Fine. Saviano artista sembrerebbe ormai finito.
E chi è allora questo signore che va in giro a predicare menando alla cieca di qua e di là? Dal punto di vista teorico non è niente di speciale, e criticarlo scredita ci formula la critica, ma nella sostanza si tratta soltanto di un drammatico tentativo personale di restare sotto la luce dei riflettori. Spenti i quali, potrebbero cominciare i guai. La macchina mediatica che lo tiene in vita, a un certo punto lo abbandonerà. Da questo punto di vista, io provo per Roberto Saviano una grande solidarietà. Sento nei suoi confronti una grande vicinanza umana. Quand'anche in modo imprudente, a ventisette anni questo ragazzo ha avuto il coraggio di fare qualcosa che io, in tutta onestà, non avrei saputo fare, e mi sento in debito nei suoi confronti quanto meno sul piano umano. Anch'io provengo da zone limitrofe a quelle da lui raccontate, per cui forse ne posso apprezzare meglio l'audacia.
Siamo noi allora, che pure siamo in grado di criticare l'infinita serie di banalità in cui è costretto talvolta a ingarbugliarsi, e che non ce la facciamo ad ascoltarlo neanche per cinque minuti senza spazientirci, siamo proprio noi che dobbiamo continuare a difenderlo. Difenderlo dalla malavita e dai suoi sostenitori. Forse, se giocheremo meno a "sfottere" la persona, e ci comporteremo da persone serie, potremo creare le condizioni giuste per evitare un'altra degenerazione simile, e accogliere per il futuro un ritorno di Saviano alla buona creatività.
Contro l'ingiustizia, sempre.
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3 commenti:

  1. Anonimo21:37

    Caro Carlo,
    io intervengo solo, o quasi, su ciò su cui non sono d'accordo, quindi raramente. In questo caso, tanto sono d'accordo con la tua analisi, profonda e convincente su Saviano e il suo "fenomeno", quanto sono in disaccordo profondissimo su quella parte in cui scrivi "la mafia siamo noi...".Penso che non bisogna mai mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, anche quando le inevitabili relazioni reciproche rendono non immediatamente distinguibili i primi dai secondi. Il piccolo commerciante che paga il pizzo, non denuncia, omaggia i boss i e suoi tirapiedi ogni volta che li incontra, resta una vittima. Certo, una vittima che bisogna scuotere, criticare, additare come un cattivo esempio, ma pur sempre una vittima, mai da mettere nello stesso calderone dei mafiosi con espressioni come la tua "la mafia siamo noi". La tua era una provocazione? Ma anche le provocazioni possono essere sbagliate, come penso sia in questo caso. Un'ultima riflessione. Varianti della tua espressione sono spesso sulla bocca di intellettuali, politici e via dicendo, sempre pronti ad estendere le responsabilità agli italiani in generale di ogni tipo di malefatte, mafiosità compresa, per annacquare le proprie. Per non trovarci in simile compagnia, nemmeno per sbaglio, è bene impegnarci invece a distinguere e ad individuare i criteri per farlo. Se siamo convinti che la società in cui viviamo sia profondamente divisa, anche i giudizi su singoli aspetti devono esserli, soprattutto dove tale divisione è meno evidente, dove una pratica secolare ha reso difficile individuare e distinguere le cause dagli effetti.
    Giovanni

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  2. la mafia siamo noi significa due cose. primo: il "noi". Non voglio esprimere un giudizio tale da distinguere tra noi e il voi, perché voglio esprimere un dato culturale. La mafia che è spara è carnefice, ma non è isolata né debellata perché perfettamente incardinata in un sistema in cui il tessuto sociale è permeabile massimamente alla corruzione. Che non significa solo infrazione della legge (questo, quando la legge è ingiusta, è un fenomeno più complicato). Corruzione significa prevaricazione, elusione dei propri doveri nei confronti della collettività, predisposizione al sopruso. Certo ci sono le vittime e i carnefici, come ad Auschwitz, e non si possono confondere i ruoli. Ma Primo Levi ci ha spiegato l'essenza della zona grigia, cioè del potenziale lato oscuro della natura umana. E per analogia, solo per analogia, la mafia siamo noi significa che posta la differenza tra vittima e carnefice, c'è un'ampia, amplissima zona grigia, che dobbiamo rischiarare, secondo me. Ma c'è.

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  3. Anonimo17:23

    Non avevo dubbi che si trattasse di un dato culturale, anzi non vedo altra interpretazione. Ma è come se tu avessi scritto"siamo tutti borghesi". Anche in questo caso si tratterebbe di un dato culturale esatto, poichè l'esistenza di una cultura dominante, borghese in questo caso e mafioso nel caso da te trattato, implica necessariamente che anche le vittime della realtà che ha generato tale cultura ne siano fortemente influenzate. Mettere in evidenza la comunanza culturale e non le differenze sostanziali non aiuta chi di quella situazione è vittima. Se vivessimo in un contesto in cui la differenza tra vittime e carnefici fosse ben chiare e in tutti i campi, potremmo anche riferirci senza tante precisazioni al solo dato culturale. Ma non è così, anzi, e la tua espressione può assai facilmente essere mal intesa. Quanto al tuo richiamo a Levi, il suo riferimento all' esistenza di un lato oscuro di una presunta natura umana non mi trova, con tutto il rispetto nei suoi confronti, d'accordo. L'esistenza di lati oscuri della natura umana richiama qualcosa di immutabile e finisce nel peggior pessimismo. Ritengo invece che anche gli aspetti più bestiali del comportamento umano siano frutto di condizioni storiche determinate e quindi mutabili.

    Giovanni

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