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La storia della storia


Iniziare a leggere il poderoso volume di Daniel Woolf, intitolato A Global History of History, appena pubblicato da Cambridge University Press, significa imbattersi d'un sol fiato in tutte le difficoltà del discorso "sulla storia". L'autore cerca di costruire una sorta di manuale, ad uso di studenti e studiosi, delle rappresentazioni della narrazione storica, così come si sono articolate nel tempo (per il cui motivo il libro è esso stesso un lavoro storico) e nello spazio (dall'estremo all'estremo occidente). Ed è proprio nell'introduzione a questo meritorio sforzo compositivo che Woolf lascia emergere le prime difficoltà. Aprendo l'opera con la citazione nietzschiana sulla specifica storicità della natura umana (contrapposta in ciò a quella animale) l'autore spiega l'esistenza della "storia" attraverso la presentazione di due dati fondamentali: la capacità biologica e neurologica dell'essere umano a ricordare e stabilire relazioni causali e simboliche rispetto a ciò che merita di essere "trattenuto", e la dimensione sociale del nostro stesso essere. Ciò vuol dire che se fossimo soltanto animali sociali, come le formiche e i lupi, non faremmo "storia", e viceversa, se fossimo unicamente di potenzialità neurologiche superiori (memoria a lungo termine, secondo Woolf), ma privi di capacità sociali, o di comunicazione, non avremmo nulla di cui fare "storia", né saremmo motivati a farla. Io sospetto tuttavia che lo sforzo continuo di rispondere domanda definitoria sull'uomo e le sue facoltà, non sia altro che frutto di un ragionamento storico e filosofico al tempo stesso. Per cui, accogliendo la precisazione di Woolf, mi parrebbe di trovarmi nella curiosa situazione di chi afferma che la storia esiste perché c'è l'uomo che la sa e la vuol fare; e al tempo stesso a sostenere che l'uomo, di cui parlo, è concepito sulla base di una concezione storica. Siamo dunque entrati in una porta girevole che torna sempre nel medesimo atrio.
Ma un mare di ostacoli sono intercettati da Woolf quando prova a distinguere i vari significati del termine "storia". La parola, secondo Hegel, non a caso ha il doppio significato di res gestae e historia rerum gestarum, ma l'autore vuole evitare l'ambiguità, per cui prova a uscirne distinguendo "history", inteso nel senso di narrazione storica, e "History", riferendosi ai nudi fatti. Ma il ricorso a una maiuscola, per quanto originale, rende interessante il problema, che si riverbera sulla prima accezione stessa, che diventa per l'autore - al tempo stesso - un modo di pensare il passato come insieme di eventi accaduti, e una disciplina di studio. Ma siccome la relazione tra tutti questi concetti si modifica e sfuma nel ventaglio delle diverse culture, Woolf finisce per l'asserire: "la storia è un atto di comunicazione, tra un autore/oratore e un lettore/uditorio; e il valore di verità [...] non è dato soltanto dal ciò che è contenuto nel testo, ma nel come lo storico crede che gli ascoltatori reagiranno e se - di fatto - essi lo faranno nel modo previsto". Vista così la storia si appiattisce sulla funzione dello storico, sia essa scritta o orale, e nulla si riesce a dire sulla storicità dello storico medesimo, sull'atto concepente che lo storico compie nell'organizzare i documenti, e sulla relazione inevitabile tra i fatti e la loro stessa narrazione. L'ingresso del concetto di pubblico nella definizione della storia pare interessante, ma è vista nel suo significato sbagliato. Il pubblico è tessuto storico, e a sua volta storicizza il discorso storico, che senza pubblico, sarebbe lettera morta.