mercoledì, novembre 16, 2011

"La Lettura" del Corriere della sera

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Ringalluzzito dal freddo del mattino, domenica scorsa sono scivolato fino all'edicola per appropriarmi della prima uscita del nuovo settimanale culturale del Corriere della Sera: "La Lettura". Felice come un bambino torno a casa e comincio a sfogliarlo (che festa!), augurandomi, dalla brillante promozione elaborata da De Bortoli sul sito del giornale, di poter gustare un periodico culturale meno catacombale del domenicale di confindustria.
Ho letto la rivista dalla prima all'ultima riga, e devo dire che la mia impressione è articolata. In primo luogo è d'uopo denunciare quello che è il solo difetto significativo di questa prima uscita. Si tratta di un errore triviale, e in qualche modo "giovanile". Ricorro a quest'ultimo appellativo perché anch'io mi sono imbattuto alcuni anni fa nel medesimo sbaglio, quando ho diretto per un brevissimo periodo una rivista scientifica, e in cui incorrono spessissimo i dottorandi che organizzano convegni o mettono in piedi un sito internet. Il passo falso consiste nella volontà di mettere dentro un lavoro collettivo prima i nomi, poi i contenuti. La scelta della firma di richiamo prescinde completamente dalla verifica empirica relativa all'effettiva possibilità, da parte di quella firma, di scrivere qualcosa di significativo. E "La Lettura", con mio iniziale abbattimento, ha proposto nelle prime pagine tre articoli siglati Alessandro Piperno, Francesco Piccolo e Giulio Giorello, che lambiscono il vuoto assoluto. Piperno indugia su un'insulsa invettiva contro gli scrittori poco talentuosi che giocano sulla psicologia infantile per rendere attraente i propri racconti; Piccolo a sua volta prova a "smontare" i suoi colleghi narratori che invece di praticare l'arte per l'arte si ostinano a esercitare un impegno politico o banalmente di difesa di requisiti minimi di civiltà (e Dio sa se i tempi lo esigono). Giorello poi, che evidentemente non aveva proprio nulla da scrivere, utilizza un'intera pagina per esprimere una "originalissima" critica della censura letteraria. Altro elemento di cui si può fare agevolmente a meno, è il pezzo firmato Silvia Avallone, in cui la giovane scrittrice racconta il suo rapporto con la lettura. L'argomento è di per sé poco intrigante, ma la Avallone riesce a mettere insieme un quanto mai raro campionario di banalità che è veramente disarmante. Non è la prima volte che mi lascia questa impressione. Leggere le sue cose è veramente tempo perso, e ho fatto giuramento di non impiegare mai più neanche mezzo minuto sulle sue pagine. Giuramento sacro.
Ma la rivista, per il resto, è piuttosto interessante. Nella parte centrale ci sono degli articoli molto belli e intriguing sui "nuovi linguaggi", sulla realtà dei social network e della comunicazione digitale. Filippo Sensi ragiona in modo utile sul rapporto tra nuovi media e sistemi di potere, mentre Serena Danna presenta con ingegno la storia del sito Klout, ideato per "misurare la popolarità". Molto interessante, anche da un punto di vista sociologico.
Non tutte le recensioni mi sembrano indovinate, ma alcune - soprattutto quelle cui è concesso minore spazio - mi paiono acute, e intelligenti anche nelle stroncature. Devo dire che grazie ad esse ho già appuntato due o tre titoli da acquistare. Interessante anche il paginone con le classifiche delle vendite, articolate, sezionate per ambiti, e leggibili a più livelli, ma soprattutto arricchite con le parallele graduatorie di successo negli USA, in Inghilterra, Francia e Spagna (perché non aggiungere la Germania e la Cina? sarebbe utile).
Bellissima poi è la sezione dedicata all'arte. Complimentissimi ad Arturo Carlo Quintavalle per il suo sintetico intervento sulla relazione tra cataloghi delle mostre e il marketing, sollecitando la riflessione sull'importanza del catalogo e sullo svilimento dello stesso nella sua reductio a sequenza di poster patinati. Vincenzo Trione e Gillo Dorfles, per vie diverse, indugiano invece sul rapporto difficile tra una parte della critica e l'arte contemporanea avanguardista e concettuale, rimettendo in evidenza l'antico problema del rapporto tra bellezza e provocazione, tra nuovo e vecchio, spezzando una lancia, in finale, nei confronti di chi cerca il nuovo, che inevitabilmente non può che collidere col piacevole. Ma una certa soddisfazione deriva anche dal confronto con gli articoli di Sebastiano Grasso (che presenta la pittura "matematico-musicale" di Luigi Veronesi) e di John Berger, il quale ragiona sul bisogno di Degas di approfondire la conoscenza del corpo danzante, come capacità della materia di raggiungere la bellezza. La sezione artistica si chiude poi con la stravagante ma irresistibile intervista di Stefano Montefiori a Christian Boltanski, l'artista che per 2500 dollari al mese trasmette la sua vita in atelier 24 ore su 24 in un museo della Tasmania, col proposito di trasmettere in diretta la sua morte. Non è una stravaganza, ma frutto di un'importante riflessione sulla finitezza e, appunto, la mortalità.
Meno brillanti e un po' marginali, invece, le pagine storiche. Utile e importante, invece, l'articolo dedicato da Gian Antonio Stella al degrado in cui è stata lasciata affondare la zona di Lago Patria, in Campania, dove ancora si riescono a distinguere i notevoli resti della villa in cui trascorse i suoi ultimi giorni Scipione l'Africano.
La rivista, nonostante alcune ombre, è una buona novità, e merita di essere ancora seguita.
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