venerdì

Democrito ti voglio bene


Bisogna veramente esser grati a Guglielmo Ruiu per aver curato questa bella edizione delle Massime di Democrito (La vita felice, Milano 2011).
Non intendo soffermarmi sul prezioso apparato critico, filosofico e filologico cui tanta energia è stata dedicata dal curatore, anche perché le mie competenze nell'antichistica sono assai limitate, ma è il testo in sé a raggiungere altezze significative nell'ambito del pensiero morale.
Democrito è un filosofo sobrio e rivoluzionario al medesimo tempo; materialista e socratico; una figura intellettualmente affascinante ed enigmatica. Annoverato giustamente nella storia della fisica per la teoria degli atomi e la materializzazione dell'essere, o meglio per la sua de-spiritualizzazione antianassagorea, spiazza e sorprende il lettore per la sua simultanea elaborazione di un pensiero morale non edonistico, né materialista dal punto di vista assiologico.
In questa bellissima raccolta di massime, alcune delle quali ritenute spurie dalla comunità scientifica, si trovano le cosiddette "perle di saggezza" che hanno sollecitato in alcuni critici un rilievo di banalità aforistica (di cui Ruiu dà esaustivamente conto nell'introduzione). Ma si tratta di un rilievo sempre difficile da muovere ad autori antichi, ché potrebbe oggi apparire ovvio ciò che ovvio non era allora. E nel caso di Democrito, anzi, diventa sollecitante ai nostri giorni proprio quando il richiamo morale - visti gli sviluppi civili raggiunti - dovrebbe risultare scontato. Ma Democrito è un innovatore anche per il proprio tempo: l'idea dell'etica sociale in qualche modo viene qui incrinata da una dottrina morale che carica sulla persona, e sul suo raziocinio, il peso della responsabilità e della prospettiva etica. In questo senso alcune di queste massime si possono ben confondere o scambiare con celebri motti socratici.
In tempi di rispolvero della "questione morale", va aggiunto, la lettura o rilettura dell'etica democritea si rivela assai illuminante, se non addirittura eversiva. Il richiamo a Berlinguer non è casuale, ed evoca un rinvio all'idea di "austerità". Si prenda in considerazione, ad esempio, la quarantacinquesima massima: "acquisire ricchezze non è inutile, acquisirle con l'ingiustizia è la cosa peggiore di tutte".
Per un insegnante, inoltre, la precisione pedagogica di questo speciale intellettualismo etico è un ottimo memorandum. Quella che è considerabile probabilmente come l'apertura effettiva di questa raccolta, recita infatti: "se qualcuno ascolta con intelligenza queste mie massime, compirà molti atti degni di un uomo buono, e molti di cattivi non ne compirà", indicando appunto nella capacità d'ascolto, o meglio, nell'ascolto razionalmente guidato, il potenziale strumento di discrimine tra una buona e una cattiva condotta. Altro ammonimento utile da ricordare a sé e ai propri studenti, concerne il rapporto tra corpo ed anima: "la perfezione dell'anima corregge la debolezza del corpo, mentre la forza del corpo, senza il raziocinio, non rende affatto migliore l'anima". Qui si pone con evidenza una gerarchia, che non implica differenziazione sostanziale. A differenza che nella tradizione pitagorica, Democrito non può permettersi di sostenere una dualità ontologica ma, la disgiunzione evoca qui un grado di perfezione diverso tra i due elementi. Dal punto di vista dell'esortazione morale, il senso è chiaro e quanto mai ovvio. Non si dice infatti che è bene perseguire con eguale impegno la cura dell'anima e del corpo, in un equilibrio salutare. L'anima ha senz'altro la priorità sul corpo, al punto di esser tale da poter "riparare" le storture o inefficienze fisiche. Non vale la reciproca. Non vale mai la reciproca. Questo punto è fondamentale in ogni approccio pedagogico-riabilitativo, a tutti i livelli, dall'autoeducazione al lavoro con le diverse abilità.
Altrettanto interessante dal punto di vista educativo è il motto, apparentemente banale, secondo il quale "occorre esser buono o imitare i buoni". La seconda piega dell'aforisma evidenzia la potenza pedagogica - anche in etica, e non solo nel praticantato tecnico-operativo - dell'imitazione, o meglio, detto con linguaggio psicologico, del modellamento. Esser buoni è impresa ardua, perché occorre una grande forza morale, che nell'ideale di un intellettualismo etico significa una capacità (e volontà) razionale non scontata né comune ("causa dell'errore - si legge - è l'ignoranza del meglio"). Dunque l'alternativa è l'imitazione del modello. Si potrebbe osservare che chi non è in grado di esser buono, nell'ottica etico-intellettualistica, non può saper distinguere neanche tra buoni o cattivi modelli. Ma qui, probabilmente, l'interesse di Democrito sta proprio nel rendere interscambiabili i due termini. Chi imita i buoni è buono, cioè capace di un controllo morale del proprio comportamento. D'altra parte, una buona condotta morale, concetto che Epicuro riprenderà ponendolo al centro della propria riflessione, implica una vita felice: "a quelli che hanno il carattere ben ordinato anche la vita è ordinata".
Il piano pedagogico di queste massime è dunque senza fallo il più significativo, e ciò deriva dalla stretta connessione tra etica ed educazione: la prima implica la seconda, e viceversa. Un richiamo reciproco che si trasforma agevolmente in identità. Ma l'intellettualismo etico, così concepito, deve concentrare la propria attenzione pure sul processo d'apprendimento. E su questo punto la prassi pitagorica del silenzio, dell'ascolto paziente come premessa necessaria alla riflessione e all'apprendimento vengono incontrati in modo inequivocabile nell'esortazione democritea al maggior ridimensionamento possibile della loquacità di ciascuno di noi: "chi contraddice e chiacchiera molto non ha attitudine all'apprendimento delle cose necessarie", cui si associano altre sollecitazioni analoghe. C'è poi una massima dal sapore vagamente gramsciano, che io lego a questa serie, veramente importante e da tenere sempre a mente: "coloro che lodano i dissennati li danneggiano grandemente". Bellissima.
Si tratta di una morale pre-kantiana ("non per paura, ma per dovere astieniti dalle colpe", sentenzia Democrito nella settima massima), concentrata dunque in un libricino agile, maneggevole e ottimo per la meditazione personale. Fatte salve un paio di massime di chiara impronta maschilista, evidentemente da ricondurre al tempo storico nel processo di spiegazione, non mancano tratti poetici della raccolta, come appare evidente dall'aforisma che il curatore ha giustamente scelto per la sua quarta di copertina: "il mondo è una scena, la vita un passaggio: tu vieni, vedi, te ne vai". Punto.
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