venerdì, settembre 30, 2011

Valter Lavitola ospite di Mentana


Nel suo corsivo sul Manifesto di oggi Norma Rangeri ha giustamente sollevato l'attenzione sulla particolare circostanza per la quale il latitante Valter Lavitola è stato in grado di intrattenere il pubblico italiano in un programma televisimo di prima serata per oltre due ore. La Rangeri conosce a fondo le dinamiche televisive e non lesina una critica a Enrico Mentana, il quale avrebbe intelligentemente costruito e sfruttato un'opportunità finora poco chiara, di intervistare pubblicamente un personaggio politicamente delicato e su cui pende una richiesta d'arresto. L'opacità della situazione dipende per un verso dalla modalità del contatto tra Mentana e Lavitola. La seconda, come il direttore de Tg de La7 ha fatto sapere stasera nel suo notiziario, nessuno gli ha chiesto - nelle ultime 48 ore - dettagli sul collegamento, che agevolmente potrebbero rendere possibile l'individuazione geografica di Lavitola. Il Ministero degli esteri non parrebbe dunque particolarmente entusiasta di dover chiedere un'estradizione. Ma tant'è, non capiamo bene, e forse non capiremo.
Più intrigante è invece la questione posta dalla direttrice del Manifesto: "in tv i processi [...] sono sempre molto utili passerelle degli imputati che si trovano davanti non i pubblici ministeri che possono contestare, come succede nelle aule dei tribunali, le affermazioni dell'accusato servendosi delle carte dell'istruttoria, ma giornalisti che per quanto esperti e preparati non possono conoscere a memoria l'inchiesta". E in effetti chi ha avuto la possibilità di assistere a questo show - poiché di ciò si è trattato - ha trovato davanti a sé l'impotenza di un gruppo di giornalisti, quelli che lo stesso Lavitola aveva richiesto in quanto "mastini", di fronte ai quali mostrare le sue capacità di autodifesa, incarnati nelle figure di Travaglio e Lillo del Fatto quotidiano, Bonini di Repubblica e Formigli de La7. Tutti ottimi professionisti, naturalmente, ma il protagonista assoluto è stato lui, proprio Valter Lavitola. Questo curioso personaggio dalla biografia oscura, ha provato con maggiore o minore abilità a seconda dei casi a riabilitarsi nei confronti dell'opinione pubblica. Ma si è sforzato fino a un certo punto di cucirsi addosso un profilo di onestà e trasparenza. In fondo ha pubblicamente difeso la propria esigenza di tentare di eludere le intercettazioni, di aver aspirato alla carriera politica elettiva senza successo sfruttando i suoi contatti con il presidente del Consiglio, di aver saputo cucire relazioni in Italia e Sudamerica, di conoscere gusti e vizi di Berlusconi, e ha anche candidamente difeso la scelta della latitanza. I giornalisti non sono riusciti nel compito di mettere in serie difficoltà l'interrogato, per la ragione ben evidenziata dalla Rangeri: possono aver seguito l'inchiesta, ma non sono dei magistrati e non sono riusciti a condurlo in contraddizione.
Se però è vero che il programma di Mentana (Bersaglio mobile, questo è il titolo scelto probabilmente su misura per la prima puntata) ha favorito in qualche modo la visibilità e ha dato un profilo pubblico coerente a quello che finora era un personaggio oscillante tra il ruolo attribuitogli di "faccendiere" e la qualifica datagli da Sgarbi qualche giorno fa in radio (cioè, semplicemente: "un pirla che non conta niente"), non si può negare si sia trattato di un evento televisivo di grande fascino, ben costruito e assolutamente interessante. Resta però l'ambiguità: il giornalista non può sostituirsi al magistrato, e un'intervista non può essere una replica in miniatura di un interrogatorio, poiché per forza di cose in tale forma finisce per offrire troppi vantaggi oggettivi all' "imputato", e per altro verso il giornalista, proprio perché non è un magistrato, non ha il dovere di porsi questo problema, e cerca di bucare la notizia. E Mentana questo lo ha fatto molto bene.
D'altro canto, personaggi come Lavitola e Bisignani attraggono la curiosità dello spettatore perché sono di un fascino indiscusso, dove per fascino deve intendersi la capacità di suscitare curiosità. Si tratta probabilmente della conseguenza di comportamenti spregiudicati, di una rocambolesche biografie scandite dal contatto con alcuni personaggi storici di rilievo, unitamente all'attrattività tutta letteraria dell'arrampicatore sociale tout court, o del grigio e nascosto tessitore di relazioni, le cui vicende personali tendono naturalmente a costituire degli ottimi intrecci. Interrogarsi su questo fascino non si avvicina neanche lontanamente a un sostegno culturale o politico a tali figure, ma rappresenta soltanto uno stimolo alla riflessione sul nostro rapporto col potere, sulla nostra rappresentazione delle relazioni interpersonali e delle ascese sociali. Visti nella loro oggettiva funzione, faccendieri e traffichini sono personaggi cui nessuna persona di buon senso presterebbe fiducia (né dovrebbe dunque prestarne a chi ne fa i suoi migliori amici). E tuttavia, nella loro proiezione mediatica, suggeriscono un immaginario tale da disegnare un mondo molto più interessante - per la sua mobilità - di quello in cui noi esistiamo. Non è merito loro, ma colpa della triste staticità della nostra condizione di italiani contemporanei.
.
.
.

0 commenti: