mercoledì

La vita oscena


L'ultimo libro di Aldo Nove (La vita oscena, Einaudi 2010) è destinato a essere ricordato. Una precisazione, questa, non secondaria, poiché è sempre difficile rintracciare nel panorama letterario contemporaneo - ma ovviamente è sempre stato così - dei libri segnati da una potenza espressiva e capacità di penetrazione problematica tali da diventare significativi nella storia della letteratura.
Aldo Nove consegna alle stampe una sorta di romanzo autobiografico, mescolando poesia e prosa, senza mai abbandonare, nemmeno per un momento, l'ispirazione lirica della sua scrittura. Questo libro è capace di raccontare la malattia, la morte, il suicidio, la perdizione e la pornografia, senza mai perdere l'altezza della poesia che ha ispirato quelle narrazioni. Si tratta di una scrittura assolutamente straordinaria.
La storia è inizialmente quella di un bambino costretto a convivere con il cancro della madre - una figlia dei fiori, panteista e testimone di una vitalità rubata - e il disorientamento del padre, che si trasforma in un ictus fatale, e che precede drammaticamente la fine di sua moglie. Si comprende bene allora lo sgretolarsi progressivo di tutto il mondo affettivo di un preadolescente, che troppo presto è costretto a diventare adulto, ma che non ha alcuna intenzione di farlo. La tentazione del suicidio è costante. Per un momento è allontanata da immagini di quotidianità, per altro sollecitate da un'osservazione del mondo che individua nell'ordinario agire dei molti soltanto dei tentativi di fuga dal dolore. La vita, in un passaggio, è così schopenhauerianamente descritta:

Una parata d'illusioni e il morso della coscienza.
No, non era questo vivere.
Qualcosa d'altro vive che non è di noi, mostruoso, in noi.
Il dolore insegna.
Il dolore insegna che è inutile.
Il dolore dimostra che è brutto e cattivo.
Che non c'è scampo fuori dall'illusione, dalla distruzione.
Il dolore t'inchioda alle cose.
Il dolore è l'unico maestro.

Precoce è dunque l'approdo all'acolismo e all'uso di psicofarmaci, che lo costringono a un gravissimo incidente domestico.
La morte è sfiorata, l'ospedale è l'approdo. Le pagine che descrivono questa degenza sono molto belle, interessanti i personaggi, e soprattutto lo sguardo del paziente da cui si intravede il profilo sofferente del mondo, compreso il mondo delle cose, come quella bottiglia di cola da discount posata sul suo comodino: "avevo ancora pietà per gli oggetti. Le merci mi intenerivano fino a farmi soffrire, fino quasi a strapparmi dalla mia condizione, le merci e il loro portato povero di felicità mercantile [...] Quella bottiglia mi sembrava simile alla vita dei più, di quelli che non ce la fanno, oh quanti, mi portava alla commozione e piansi [...] Lei aveva fatto la sua ascesi dalla fabbrica ai banconi del discount dove aveva atteso di essere scelta in quanto oggetto di minor valore" (pp.42-43).

Le dimissioni dall'ospedale significano assegnazione del giovane a una struttura di accoglienza, a Milano, per iniziare l'università, ma per il protagonista questa trasformazione è tutta esteriore. L'interno procede autonomamente nell'intento di autodistruzione. Un nuovo tentativo di suicidio, per mezzo di grossi quantitativi di cocaina, si trasforma ancora una volta in un prolungamento e stiramento radicale della sofferenza. Il soggetto, in preda al demonio tossico, si trascina in un universo pornografico paragonabile alle descrizioni di De Sade. Ma, nonostante il dettaglio meticoloso nella trascrizione di queste esperienze, non viene mai abbandonato il territorio della poesia. In questi amplessi, per quanto "osceni", non c'è volgarità: "la pornografia mi faceva bene. Il perfetto surrogato della macchina della vita. Il suo riassunto. Così semplice. Così puro. La raccolta delle figurine del preludio alla vita immobilizzata come forma di consumo, ma così gigantescamente estatica, ineffabile. Allusiva a se stessa e al proprio pudore, portato al trionfo e demolito allo stesso tempo" (p. 55). Questa definizione, straordinariamente rivelatrice delle intenzioni dell'autore, deve preparare la discesa agli inferi.
Il protagonista attraversa a questo punto tutti i gradini più bassi del consumo mercificato del sesso, contattando prostitute, "padrone", transessuali, donne mature, culturisti, logorando la propria anima pensando e sperando di morirne. Ma sopravvive a questa esperienza. Toccato il fondo, invece della fine, si scorge un nuovo inizio. Una rinascita.
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