mercoledì

La filosofia di Walter Fratticci



Il libro di Walter Fratticci intitolato Il bivio di Parmenide. Ovvero la gratuità della verità (Cantagalli, 2008), colpisce a fine lettura per un' "inversione necessaria": titolo e sottotitolo andrebbero più opportunamente indirizzati ciascuno al posto dell'altro. Il libro è infatti costruito attorno a una poderosa analisi del poema di Parmenide, o meglio, di alcuni suoi passaggi in particolare, ma lo studio in questione è preceduto e seguito da un questionamento generale dell'identità della filosofia stessa, e del suo "compito" culturale. Certo il richiamo a Parmenide è funzionale a questo riequilibrio storico dell'articolazione di un senso per il filosofo e le sue aspettative, sebbene non sia un riferimento forzato, ma ritenuto in qualche modo "fondativo" dall'autore del libro.
Non sono un esperto del pensiero di Parmenide. E i grandi autori greci richiedono una certa intimità per poter esser seriamente compresi. Per cui non intendo cimentarmi con le interpretazioni su cui lavora con competenza assai maggiore Fratticci, ma provare a prendere in considerazione alcuni dei punti più significativi della prima e dell'ultima parte del libro.
L'orizzonte concettuale in cui si muovono le tesi che si distendono nella lunga preparazione alla sezione interpretativa si arricchiscono di un linguaggio e di una serie di dispositivi concettuali ormai piuttosto consolidati nella tradizione filosofica contemporanea. Nell'ultimo secolo l'idea husserliana della crisi delle scienze basate su uno "schematismo" galileiano, ma anche la critica dell'approccio tecnico-scientifico e settoriale derivato da autori diversi (e in modi diversi) come Croce e Heidegger, la più volte ritrovata critica dell'illuminismo come perdita e semplificazione della fluidità dell'esistenza vera, fino ai lavori dei francofortesi sulla ragione strumentale, hanno in maniera plurima definito un atteggiamento anti-metafisico e anti-oggettivante (e dunque anche anti-soggettivante). Il grande fascino di questa istanza non è contestabile, e la sua potenza deriva senz'altro da un elemento di verità. Tuttavia, il dramma della filosofia è quello di non poter perdere - senza perdere contemporaneamente sé medesima - né la tensione metafisica, né l'oggettivazione. Il linguaggio è di per sé oggettivante, e così il pensiero, per cui l'alternativa all'oggettivazione non sarebbe l'afasia, bensì addirittura l'assenza di pensiero, il misticismo.
Ad ogni modo, Fratticci si muove con prudenza nell'oscillazione teoretica appena descritta. Il suo concetto di "sapere" è intrigantemente confuso con quello di "sapore", per cui le cosiddette "cose" del mondo diventano, allo sguardo del filosofo, "testimoni di un sapore che può essere provato solo 'assaggiando', vale a dire dis-oggettivando le cose stesse, togliendo la distanza dell'opposizione che le separa dall'uomo, che ad esse si rapporta e che è invitato ad entrare in un rapporto nuovo, più intimo e diretto, con le stesse" (p. 28). Se la conoscenza scientifica ha bisogno dell'oggettivabilità, alla filosofia viene assegnato il compito di cercare un'altra relazione con il mondo, che non pone di fronte (Gegenstand è il termine tedesco per indicare l'oggetto di conoscenza), ma trova un nesso intimo. L'idea di Fratticci è che l'idea di una filosofia intesa come scienza debba essere in qualche modo rivista. Ma si tratta di rivedere un'intera epoca della nostra storia culturale, che comincia addirittura da Aristotele: "con la razionalità moderna giunge a finale e pieno compimento quell'atteggiamento filosofico che ha individuato la sua funzione nella produzione di conoscenze dimostrate e pertanto indubitabili, in grado di assicurare un pieno dominio speculativo sulla realtà oggettiva" (p. 37). Apoditticità, disposizione alla dimostrazione, formalizzazione, sono le armi della scienza, che si rivelano, secondo l'autore, strumenti spuntati per l'indagine filosofica.
Ora, però, l'intimità è la metafora. Dal punto di vista logico, occorre uscire dalla metafora, per comprendere questo modo "altro" di datità del mondo. Muovendosi tra alcuni momenti topici della filosofia antica, Fratticci procede nel compito identificatorio del nuovo nesso incontrando figure importanti e impegnative, come la meraviglia e lo stupore provati dall'uomo di fronte alla realtà e ai suoi misteri. Ma in qualunque modo si voglia considerare uno sguardo, esso dev'essere per forza di cose oggettivante. In qualunque modo si voglia esprimere una filosofia, essa deve pretendere di aver ragione, e lo può fare ricorrendo ad argomenti, in qualche modo, di tipo dimostrativo. Fratticci lo sa. Non c'è alcuna ingenuità nella sua evocazione di una via d'uscita. Ciò che l'autore sembra voler fissare energicamente è infatti la lotta all'eccesso di scientismo in filosofia: il problema non è nella scienza in quanto tale, né nel procedere logico del pensiero filosofico (che se non fosse logico, non sarebbe nemmeno filosofico), ma è, semmai, "nell'estremizzazione, nell'universalizzazione dell'intentio conoscitiva, che finisce per avere un effetto dirompente e negativo nei riguardi di tutto quanto la oltrepassi ed annunci, od anche solamente alluda alla più generale questione del senso e del fondamento" (p. 47). L'approccio scientifico ha dunque senso, ma non dà senso. Mi pare questo il nucleo teorico dello sforzo concettuale di Fratticci.
Ma quale via d'uscita è promessa dall'autore? Qui il discorso diventa meno semplice, perché si procede per contrapposizioni. Si parla dunque di una filosofia che non ama la "chiusura concettuale della categorizzazione sistematica", ma preferisce l'apertura. Alla coppia scientifica vedere-conoscere, sostituisce il dire-ascoltare. E Parmenide è evocato come esempio principe di "ascolto libero", ascolto dell'essere, appunto, accoglimento della rivelazione della verità.
Sarebbe interessante a questo punto profondarsi nelle interessantissime letture e digressioni teoretiche inanellate da Fratticci intorno al problema dell'essere e del nulla nel poema parmenideo, ma si rinvia il lettore motivato a confrontarsi direttamente con queste belle e difficili pagine del libro. Solo due notazioni critiche: se è vero che dalla lettura del Sofista di Platone si può essere talvolta indotti a pensare che le tesi di Parmenide siano fin troppo semplici da superare attraverso l'evocazione della diversità (ma si tratterebbe di un'impressione superficiale, non a caso Parmenide è considerato verenando e terribile, e gli si dedica un dialogo di grande profondità, per l'appunto il Parmenide), nel libro di Fratticci è invece la figura di Platone a uscire ingenerosamente ridimensionata, come se il suo contributo alla storia dell'eleatismo e del suo "superamento" fosse tutto sommato una deviazione accidentale; secondariamente mi pare che in certi punti l'autore slitti eccesivamente dal piano ontologico a quello esistenziale (ad esempio tra le pagine 102-104), il che rischia di antropologizzare i termini della questione.
Alla fine del libro Fratticci torna a ribadire che "una nuova figura del più grande interesse teoretico ci si fa perciò incontro nel Poema di Parmenide, ed è quella della rielazione qale modalità di accesso e di comunicazione della verità" (p. 151), la quale, si dice infine, è "gratuita", e si dà fuori e al di qua della schematizzazione logica. Ma non può fare a meno del pensiero, mi pare di capire. Allora si deve riuscire a definire un pensiero non schematico, che sappia esercitarsi in modo raffinato nel raccogliere questo "dono" che è il mondo.
Il libro è molto ben scritto, nient'affatto ingenuo, e stimolante per un'autoanalisi della filosofia. Un po' a bocca asciutta si resta alla fine, quando meglio si vorrebbe capire il "come" di questa recezione della gratuità del reale, senza la quale, per ora, si deve rimanere con il vecchio strumentario della metafisica, e lo scrivo sapendo di far arrabbiare tutti i miei amici heideggeriani.
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1 commento:

  1. La filosofia sociale deve fare un uso moderato della tecnica, su questo sono d'accordo. La teoria dei giochi è un'ottima macchina da applicare all'economia, ma non è certo infallibile. Anzi, tutto ciò è un ottimo motivo per porsi un'analisi dei limiti di questo tipo di conoscenza.

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