martedì

Divagazioni sulle tracce della maturità


La prima prova scritta degli esami di maturità, com'è noto, consiste in una prova di composizione scritta in lingua italiana. Anni fa si trattava di svolgere un "tema", cioè di trattare in modo articolato e personale un argomento di letteratura, storia o attualità. Oggi, invece, il candidato può scegliere, oltre al tema, tra un esercizio di analisi del testo, dando prova di capacità analitica in ambito letterario, e una composizione "breve", nella forma del saggio o dell'articolo di giornale. Quest'ultima modalità, infine, ha degli ambiti di riferimento (artistico-letterario, storico-politico, scientifico-tecnologico, socio-economico) e delle fonti (citazioni o immagini) cui attingere o riferirsi nell'argomentazione.
Bene, la prova si è arricchita nella possibilità di scelta, e se non fosse per i quintali di carta utilizzati (la traccia d'esame infatti, composta di 7-8 pagine, viene fotocopiata per ciascun candidato) sarebbe una buona novità. Ma poi, come sempre, c'è la forma e ci sono i contenuti. E quando questi sono affidati a chi non ha mai varcato la soglia di una scuola superiore, se non da studente (cosa che debbo presumere, leggendo le tracce di quest'anno), la cosa diventa deprimente. Insomma, che le tracce dei temi abbiano sempre indotto lo studente alla retorica e a una buona dose di ipocrisia è fuori di dubbio. Soprattutto quando è ispirata a problematiche sociali, la traccia induce senza fallo all'apologia di quanto implicitamente in esso è espresso. E così, i ragazzi hanno quasi sempre la tendenza a "invecchiare" nei loro temi. Vi si legge infatti il punto di vista dei nonni, presumendo che coincida con quello degli insegnanti (che bella considerazione che hanno di noi), e spesso difendono concetti e stili di vita a loro del tutto estranei, soltanto per compiacere chi correggerà il tema. Tuttavia, essendo troppo giovani per simulare una personalità diversa dalla propria, tendono regolarmente a consegnare dei compiti banali e moralistici, salvo diversa sollecitazione di chi li ha formati.
Le tracce d'esame di quest'anno, tuttavia, hanno oltrepassato ogni limite consentito. Tralasciando l'analisi della poesia ungarettiana Lucca, e il saggio breve su Enrico Fermi, che mi è parso ben definito, il resto delle opzioni era assolutamente scandaloso.
Cominciano con il tema di argomento storico. In coda a una citazione di dieci righe tratta del Secolo breve di Hobsbawn , si chiedeva allo studente di discutere le ragioni della periodizzazione proposta dallo storico inglese, soffermandosi poi in un'analisi degli avvenimenti cruciali degli anni Settanta. Non so se è chiara fino in fondo l'impraticabilità di questo tema per uno studente della scuola secondaria. La prima richiesta, infatti, chiede di discutere una scelta storiografica. Ora, è possibile seriamente capire le ragioni della periodizzazione di Hobsbawm senza averlo letto? Direi di no, tanto più quanto di quel libro difficilmente avranno discusso gli insegnanti in classe. Hobsbawn nel Secolo breve articola l'identità del Novecento sostanzialmente su due parametri: l'antagonismo capitalismo-comunismo e la coppia imperialismo-decolonizzazione. In questo senso la prima guera mondiale, come esplosione delle politiche di potenza apre il secolo. Il crollo del muro di Berlino, in sostanza, lo chiude. Cosa fa lo studente appassionato di storia di fronte a questa traccia? Disegna un suo personale percorso ricostruttivo dello storico dell'intero Novecento in quattro-cinque colonne di foglio protocollo. E cos'altro potrebbe sperare di fare? Ma poi, mettiamo anche che i suoi docenti gli abbiano suggerito la lettura del Secolo breve, e che il programma di storia sia stato svolto fino alla fine degli anni Settanta (operazione sempre più ardua, visti i tagli nei quadri orari), che c'entrano quegli anni con la periodizzazione di Hobsbawn? Niente in particolare, ovviamente. Sospetto dunque che chi ha preparato quella traccia volesse indurre lo studente a indugiare sugli anni del terrorismo e delle stragi; svicolando completamente dalla questione storiografica iniziale.
L'opzione artistico-letteraria e quella socio-economica del saggio breve erano poi, invece, un omaggio alla banalità. Il primo ambito chiedeva di trattare di amore, odio e passione, mentre il secondo (ahimé, è proprio così), trattava di cibo. Due o tre citazioni sulla mercificazione degli alimenti e sulla catena alimentare hanno indotto ben il 46% degli studenti italiani a comporre la solita tiritera sulla buona alimentazione di una volta, che loro non solo non hanno mai conosciuta, ma che quasi sempre disdegnano sostituendola con cibi veloci e molto saporiti. Un'altra possibilità per il saggio breve, era quella di argomento politico. Il titolo fin troppo generico: "destra-sinistra". Ma in questo caso hanno fatto da sfondo opaco le fonti. Alla riflessione di Bobbio, infatti, sono state affiancate una demenziale citazione tratta dal "grande" pensatore politico Marcello Veneziani, e la solita bufala di Panebianco, che suona lo stanco motivetto di una sinistra che prepone l'eguaglianza alla libertà e la destra che difende la libertà a discapito dell'eguaglianza (e lo sappiamo bene nella storia d'Italia quanto sia stata, e sia tuttora, difesa la libertà dalle forze di destra). Di fronte a queste fonti straordinariamente inutili, lo studente è agevolmente indotto a scrivere che non ci sono più la destra o la sinistra di una volta (aridaje, direbbero a Roma) e che la politica è tutta corrotta.
Ma i grandi esperti ministeriali hanno raggiunto il top quando hanno portato le tracce sulla facile notorietà generata dai social media. Quello, avranno pensato, è il tema dei giovani per i giovani. Invece, coloro i quali trascorrono buona parte della loro giornata connessi a facebook e che vivono in modo nuovo e interessato la loro relazione "virtuale", hanno pensato bene (ho fatto un piccolo sondaggio tra i miei colleghi impegnati in esami) di assumere la voce dei propri genitori e dire a sé stessi: "non passare tutto quel tempo su internet", "meglio le relazioni reali di quelle virtuali", "meglio essere felici che famosi", anzi: "meglio essere famosi con merito che senza saper fare nulla". Sarà molto difficile trovare, nei temi svolti, un'analisi sulle trasformazioni sociali e sulle ragioni di questa ricerca di visibilità, sul bisogno di presentare un proprio profilo purificato dai proprio difetti personali (cosa che, per dirla tutta, facciamo anche nelle relazioni frontali, solo che ci riesce peggio). Quanti studenti avranno avuto l'animo di riconoscere qualcosa che pochi di noi hanno lo spirito di ammettere? E cioè, che le relazioni virtuali sono spesso più gratificanti di quelle "reali", semplicemente perché queste ultime sono noiose, ripetitive, deludenti, e per di più molto faticose? Certo, si dirà, una volta ci si conosceva tutti, specie nei piccoli centri o nei quartieri, mentre oggi ignoriamo il profilo del vicino di casa. Ma l'affiatamento (nel senso della vicinanza dei fiati) deriva dalla necessità. Una società economicamente avanzata è necessariamente più atomista, o comunque facilita l'associazione tra simili, e l'esclusione da ciascun aggregato sociale di chi se ne dimostra idealmente estraneo. Se non ho bisogno degli altri, perché dovrei perseguirne la frequentazione o il semplice contatto? La relazione stipulata in rete, invece, è più letteraria, gioca con l'stro personale, costruisce narrazioni avvincenti, e si può facilmente rimuovere.
Naturalmente tale immaterialità dell'amicizia implica notevoli rischi sulla propria autocoscienza e una quantità elevata di equivoci "connettivi". La possibilità, ionoltre, di "misurare" il proprio indice di popolarità e confrontarlo con altri può giocare brutti tiri alla nostra autostima. Ora, in termini generali, capire le ragioni e poi definire i rischi è un buon lavoro analitico. Ma anche in questo caso: era così difficile redarre una traccia che indirizzasse lo studente su un piano analitico piuttosto che ricorrere a una citazione di Wharol che sembrava piuttosto esortare alla reiterazione di slogan già abusati?
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4 commenti:

  1. Anonimo12:32

    ciao
    su molti aspetti concordo, in particolare sul povero Hobsbawn, anche se io a scuola ho a lungo approfondito non solo i 70 ma anche gli 80 e 90.
    La tua analisi dell'ultimo tema è una possibilità, di stampa onestamente marxista, ma non l'unica.

    Whorol ?
    ciao,
    Giovanni dal cavour

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  2. grazie per la segnalazione, purtroppo non riesco a correggere il refuso... proverò nei prossimi giorni.

    certo è un'interpretazione... ma perché di "stampa" (??) marxista?

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  3. Anonimo13:56

    eh eh anche io faccio dei refusi :) peccato originali di noi filosof..anti
    vedi the tree of life, dovresti scriverci sopra a mio umile parere.
    ciao
    Giovanni C.

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  4. Anonimo14:40

    Ciao Carlo, la tua analisi delle tracce di maturità è molto stimolantee azzeccata: in effetti molti dei miei studenti hanno finito con il fare discorsi moraleggianti sulla fama e sulle diete mediterranee del bel tempo antico. Aggiungerei che la poesia Lucca è fra le meno riuscite di Ungaretti e difficile da commentare (quanti studenti sanno che California è una località presso Lucca, oltre che uno degli Stati Uniti?). Avessi dovuto fare quest'anno la maturità, avrei scelto il tema su amore, odio e passione: almeno i documenti scelti erano di Manzoni o D'Annunzio, non di Veneziani!!
    Saluti, Giovanni S.

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