mercoledì

Disulfiram




Simone Lucciola è un artista eclettico. Musicista, scrittore, disegnatore e poeta; da anni è protagonista della vivace palingenesi culturale di Formia e del Sud-pontino in generale. In questa raccolta di versi (Disulfiram, Perrone Lab, Roma 2010), veramente belli, se ne intravede, meglio che in altri suoi lavori, il profilo problematico esistenziale.
Il primo gruppo di componimenti (1999/2000) è segnato da un tratto adolescenziale, da quel vissuto interiore contrapposto alla "pioggia di gente", da quel groviglio di sentimenti e solitudine di cui "loro non sapranno mai". Ma di adolescenziale c'è appena la tematica, non lo stile. La seconda poesia di questa raccolta, infatti, è forse una delle più significative e profonde, e di assoluta efficacia stilistica. Soli due versi, senza titolo:

Bevo
e la cosa livella tutto.

Vi si legge un ribaltamento del tradizionale bisogno di ebbrezza e trasgressione. L'alterazione dello stato di coscienza per via alcolica non è funzionale al bisogno di rottura del banale, del quotidiano. Non è un moto scomposto di ribellione al convenzionale. Ci si altera per livellare, per trovare proprio una banalità, decapitare gli alti e i bassi: c'è un rifiuto della complessità che è in sé liberatorio della fatica del vivere. "Bevo", scrive Lucciola, e bevendo, in realtà, muoio. Il livellamento del tutto è l'esperienza del sonno senza sogni, è metafora di morte.
Colpisce fin da questi primi componimenti, e poi fino in fondo al libro, l'assenza di figure femminili. Lucciola non indulge in tematiche amorose, ma anche la sfera sessuale è trascurata. Nei pochi cenni all'alterità femminile c'è una forma di sottolineata assenza, a tratti irrisoria ("morirei per te/o per qualunque altra") o del tutto negativa:

Guardare negli occhi della tua partner
e scoprire in lei quell'espressione somma, di godimento
che prescinde da te
e da qualsiasi altra cosa tu possa dirle, o darle
è un affare che mi sgomenta, sempre.


La vita, nei suoi versi, è svuotata di ogni speranza riproduttiva. E' una poesia in cui non c'è il futuro. L'anima galleggia ubriaca nell'esistenza, come quella mosca aggrappata a un filtro di sigaretta abbandonato da un significativo "qualcuno" in un bicchiere di liquore. L'immagine è descritta nella poesia Mosche, e si chiude in modo emblematico:

La natura,
a volte,
ci offre
perfette allegorie.


Per altro verso quel "notturno itinerante" così insistentemente evocato descrive una condizione di vita senza speranza, un'esistenza in cui "le giornate sono piene di nulla / e di prospettive mancate".
La vita, scrive Lucciola, è "inutile", ma è ugulamente vissuta, il sangue perso è recuperato, in qualche modo si va avanti, senza domandarsi se "purtroppo" o "per fortuna".
Negli ultimi componimenti il verso signficiativamente si allunga, perde velocità e indugia su detttagli di contesto. Diventa quasi prosa. Entrano in campo "binari, biglietti, tram, bar, portoni, edicole, caselli e aeroporti", ma restano la vocazione a "sprecare la vita per pigrizia" e lo sguardo al pacifico orizzonte di morte:

Avete mai sentito morire una cicala?
La sequenza singhiozzante del frinire
che lascia il posto ad un silenzio assordante.

Un funerale verde.

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