sabato

Antonio Pascale e l'Italia senza stile

.
.
.
Edito per la collana "Indi" di Minimum fax, il nuovo libro di Antonio Pascale (Questo è il paese che non amo. Trent'anni nell'Italia senza stile) si colloca a metà strada tra un saggio sui costumi e un'opera narrativa. Nell'oscillazione tra l'uno e l'altro ambiente letterario, il risultato finale premia senz'altro la seconda soluzione, che valorizza e sostanzia l'opzione saggistica.
Pascale è uno scrittore vero. Tale aggettivo non serve a sopraelevarne il valore, ma a distinguerlo nell'ampio mare della pseudoscrittura. Nei suoi testi si respira sempre - insieme alla scrittura - il problema della scrittura. E questo lo si ritrova solo in chi prende sul serio l'attività stessa della comunicazione. Dal punto di vista tecnico, l'autore, anche in altre opere, ricorre a un rituale piuttosto semplice. Trova una chiave interessante e originale, un elemento ben colto, e lo trascina come un tema musicale nella trama della riflessione o della narrazione. Poi si ferma, ne individua un altro, e ricomincia. Poi di tanto in tanto riaffiora il precedente e si intravede un nesso, e così proseguendo. Ma la sua qualità di scrittore è più intrinseca, meno tecnica. Si tratta di un uomo di spessore, inquieto, ma di cui si intuisce un lavorio interiore, non indifferente.
Questo libro, dunque, è una lunga riflessione sul proprio ruolo di intellettuale, e di protagonista critico dei tempi recenti, inanellata sulla fissazione di alcuni eventi-chiave della propria biografia, consistenti in squarci o aperture nella comprensione dei tempi. Ciascuno di noi incontra infatti, nella propria vita, piccoli episodi apparentemente insignificanti o del tutto rituali, ma che invece, a una riflessione più profonda, dischiudono la possibilità di decifrazione del reale. E Pascale si lascia seguire nei propri momenti rivelatori, aiutando e aiutandosi in una ricostruzione di storia nazionale, al tempo stesso critica e autocritica.
Il giovane Antonio Pascale, apprendiamo dal primo capitolo, insieme a molti altri giovani degli anni Ottanta, condivise l'attenzione sociale risvegliatasi nei paesi avanzati nei confronti delle disarmanti condizioni in cui si viveva nei territori del terzo mondo (e in effetti chi, tra coloro che oggi hanno un'età compresa tra i trenta e i quarant'anni, non ricorda le proprie scuole elementari e medie sistematicamente segnate dalla discussione se fosse meglio inviare il pesce agli africani o insegnargli a costruire canne da pesca...). Lo squarcio da cui Pascale lascia intravedere il segno dell'epoca, è il concerto Live Aid. L'elemento su cui riflettere, forse, è inizialmente fin troppo semplice e immediato: la contrapposizione tra la sfilata delle star nel concertone, o di cantanti miliardari uniti e commossi nel cantare We are the world, mentre sullo sfondo scorrevano immagini di sofferenza umana provenienti dall'Africa. Tipico degli anni Ottanta è vero. Ma c'era in quell'accostamento un fatto nuovo nella cultura occidentale, che in Italia avremmo trovato pesantemente amplificata: una brutale mancanza di stile, cioè una mancanza di sensibilità.
Ma perché diciamo "tipico"? Cosa iniziava in quegli anni, che Pascale prova a segnalare attraverso questa apertura?
Lo si capisce poco dopo, quando l'autore rievoca fugacemente il profilo di una disputa politica: "In un dibattito a distanza tra Berlinguer e l'allora presidente del Partito Socialista Craxi, il primo accusò pubblicamente il secondo di essere un giocatore d'azzardo e il secondo pare abbia detto, ma privatamente, ai suoi: quello non ha nemmeno il televisore a colori" (p. 30).
Si andava marcando una differenza, in quegli anni, tra chi provava, scommetteva, azzardava, per avere il televisore a colori, e chi invece arrancava, si atteneva alla tradizione, si contentava austeramente della tv in bianco e nero. O detto più efficacemente, secondo la rievocazione di Pascale, la società si divideva tra gli "antennisti", cioè coloro che cominciavano a montare sui tetti delle case le prime antenne per intercettare segnali di tv private, ove attingere un po' di pornografia notturna trasmessa da Tele Capodistria, e tutti gli altri, quelli "normali". Nascevano i primi rampantismi, i primi salti nel futuro, l'abbandono del posto fisso per provare la grande sfida; questo erano gli antennisti: "all'inizio quelli di noi che ancora non ricevevamo Capodistria non gi avrebbero dato una lira. Sinceramente parlando, erano uomini un po' rozzi, usavano dei profumi troppo forti, di quelli che lasciavano una scia lunga, da un marciapiede all'altro; non leggevano mai un libro, a stento sfogliavano La Settimana Enigmistica, ma solo d'estate e riducendo tutto l'impegno ai cruciverba facilitati. Per non parlare del senso dell'umorismo, spesso greve. Rccontavano barzellette di continuo" (p. 32). Ma in breve gli antennisti sfondarono, e Craxi, con il suo pareo, li rappresentava tutti, ne era la legittimazione e la rappresentazione perfetta. "Gli antennisti divennero da un giorno all'altro uomini interessanti. Con un sacco di idee. Certo non ben definite, ma quello che davvero contava non era il valore dell'idea, bensì la sua confezione. Così l'ottimismo a oltranza, spesso non giustificato dai fatti, divenne la confezione tipica degli antennisti [...] la loro figura, tempo prima ritenuta rozza, divenne di moda [...] alcuni si arricchirono e lasciarono il quartiere, si trasferirono nelle ville" (p. 33). Erano gli anni della moquette e della carta da parati negli appartamenti, del Drive in e Cicciolina nell'immaginario collettivo. E con essi, di una scissione radicale nella comunità, del superamento delle strutture sociali in un nuovo individualismo interpretato alla luce dell'accumulazione, non solo di denaro, ma di relazioni sociali.
Era questa la preparazione dell'Italia di oggi, di questo paese senza stile? La metafora del carrello cinematografico è perfettamente utilizzata da Pascale per spiegare il problema dello stile. Citando un interessante saggio di Serge Daney (Lo sguardo ostinato) l'autore sembra riconnettere la lunga digressione sugli antennisti col problema del terzomondismo delle star. Il video di We are the world equiparava, secondo le osservazioni del critico cinematografico, le immagini opulente e quelle sofferenti in un modo "scandaloso", ricorrendo in modo offensivo alla tecnica della dissolvenza. L'idea è che una tecnica, un modo di raccontare, possa rendere, o meglio rivelare, la presenza o l'assenza di stile. La carrellata, ad esempio, è la tecnica con cui il regista costruisce una "zoomata" ad effetto. Ed è forse la più importante, dal punto di vista del linguaggio cinematografico. Ma ci sono zone d'esistenza, come la morte, la sofferenza, in cui una carrellata morbosa rivela una colpevole assenza di stile: "non è importante cosa affermi (di morale) o quale giusta causa vuoi mettere in scena. Al contrario, è solo il come lo dici a rendere la tua narrazione morale" (p. 60). Quella sensibilità, il paese l'andava perdendo.
In modo molto corretto, Pascale attraversa poi gli anni Novanta evocando, tra le altre cose (tra cui la discesa in campi di Berlusconi, su cui non si indugia troppo), l'irresponsabile operazione di Roberto Benigni con La vita è bella (a mio parere una "carrellata" assolutamente ignobile) da un lato, e il caso del dott. Luigi Di Bella, che tanto ha interessato il pubblico italiano di fine millennio, dall'altro. Ne derivava un'ulteriore forma della mancanza di stile, la semplificazione: "il paese, pensavo, è forse soggetto a semplificazioni ricorrenti che di volta in volta assumono un diverso aspetto: vuoi La vita è bella, vuoi il miracolo italiano, vuoi il caso Di Bella, vuoi l'ampolla con l'acqua cristallina del fiume Po" (pp. 80-81). Insomma gli antennisti avevano vinto, la reductio avanzava a tutti i livelli della produzione culturale e sociale.
Le discussioni nostrane sul caso di Rignano Flaminio, la sarcastica donazione alla senatrice Rita Levi Montalcini da parte di alcuni parlamentari della destra, il dibattito sul caso Englaro, e altre piccole miserie sono infine gli scorci da cui viene sbirciato l'ultimo pezzo di questa storia. Che si conclude però non con una consueta indignazione italiota, né con un bonario sorriso a quella simpatica canaglia che è l'italiano contemporaneo. Pascale conclude da scrittore, cercando di analizzare quanto questa assenza di stile, da lui pazientemente riscontrata in questo o quel momento della nostra storia, investa lo scrittore stesso, il suoi metodi, le sue scelte, le sue "carrellate", e il suo stile. La risposta non è data. Pascale lascia aperta la riflessione, arricchendola nelle ultime pagine con spunti e suggestioni interessanti. Ma il sentimento che ci lascia, è amaro in un modo diverso dalla consueta autocommiserazione cui siamo tristemente abituati e forse condannati. E' l'amarezza di un'incertezza. Che non è legata a un carattere nazionale del problema. Ma dipende dall'umanità dell'uomo, in generale.
.
.
.

2 commenti:

  1. Io penso che in Italia si stia svolgendo un processo di strutturazione e destrutturazione del linguaggio mass-mediatico e pseudo-culturale forse per favorire la diffusione di uno stile più consono agli standard internazionali.
    E' l'unico modo per giustificare almeno parzialmente l'imbarbarimento di un certo modo di far politica.

    RispondiElimina
  2. Anonimo15:16

    Caro Carlo,

    non sapevo nulla o poco di Pascale e di questo libro, ma, dopo aver letto il tuo articolo, corro a comprarlo. Condivido quasi ogni riga dell’analisi di Pascale - Scognamiglio: pensa ho sempre detto che il “berlusconismo” è prima di tutto una questione di stile, una questione estetico -politica. Io aggiungerei un altro elemento al quadro: ne parlavo giusto ieri sera, ad una presentazione, col bravo professor Pescosolido della vostra Università. Secondo me, un altro elemento di rottura è stato rappresentato, voglio dire, da quel fenomeno magmatico che si chiama Sessantotto: fra i “distruttori” del sistema borghese (io crocianamente credo, al contrario di te, nel ceto medio) e gli “antennisti” degli anni Ottanta e dell’oggi io vedo un filo rosso….Spero di potere in qualche occasione meglio esplicitare e argomentare questa mia idea (ti invio comunque il link di un articolo in cui accenno un po’ a questo aspetto: http://www.corradoocone.com/articolo_view.php?id=43). Del tutto d’accordo anche sul giudizio dato al film di Benigni: pensa che appena uscì, prima che facesse successo, scrissi un articolo su “Critica liberale” contro il film intitolato Come ti uso l’Olocausto! Voce nel deserto! Grazie della riflessione e a presto,

    Corrado Ocone

    RispondiElimina