venerdì

L'essenziale e l'inessenziale

Nei suoi corsi universitari dedicati al problema della storia, Hegel dichiarava:

«Vogliamo considerare ciò ch’è essenziale nella storia, tralasciando ciò che non lo è» (Lezioni sulla filosofia della storia, La Nuova Italia, Firenze 2001, p. 13). Proviamo a cogliere il senso di questa intenzione, esplicitamente promossa a fine privilegiato delle lezioni. Dunque: l’essenziale è tematizzato, l’inessenziale tralasciato. Ma ciò che è tralasciato esiste, sebbene soltanto nella forma dell’inessenziale: non è dunque irreale, bensì svolge una funzione dinamica nel movimento dell’essenza. La dialettica hegeliana induce a comprendere la tradizionale contrapposizione tra essenziale e inessenziale nella formula della complementarità, per cui l’accidentale è a sua volta essenziale per l’essenza. Nella Scienza della logica questo passaggio è spiegato con molta cura: «in quanto vengan distinti fra loro in un esserci un essenziale e un inessenziale, questa differenza è una posizione estrinseca, un disgiungimento di una parte dell’esserci da un’altra sua parte, disgiungimento che non tocca l’esserci stesso; è una separazione che cade in un terzo. È costì indeterminato, che cosa appartenga all’essenziale o all’inessenziale» . La differenza cade dunque in un punto di vista che scavalca l’esserci, e divide esso – attraverso la riflessione – secondo questa polarizzazione. E trattandosi appunto di una “considerazione estrinseca”, «il medesimo contenuto è da stimarsi ora come essenziale, ora come inessenziale» (Scienza della logica, II, Laterza, Roma-Bari p. 439). L’essenza è negazione, è un toglimento dell’essere nella forma di una determinatezza, per cui dall’essere viene isolato un determinato. L’essenza è il negativo assoluto; ma costituendosi l’essenza come momento riflessivo astraente, l’essere si pone come parvenza, come esser tolto. Questo fugace riferimento alle pagine da Hegel dedicate alla logica dell’essenza, che non è qui il caso di continuare ad analizzare, vale quale precisazione relativa alla non cristallizzata contrapposizione di essenziale e inessenziale. L’un termine rinvia all’altro. Scrive Hegel: «ciascuno, tanto il positivo quanto il negativo, toglie nella sua indipendenza se stesso. Ciascuno è assolutamente il passare o meglio il suo proprio trasportarsi nel suo opposto» (Ibid., p. 483), ma «il risultato della contraddizione non è soltanto zero. – Il positivo e il negativo costituiscono l’esser posto della indipendenza; la negazione loro per opera di loro stessi toglie l’esser posto dell’indipendenza. Questo è quel che veramente nella contraddizione cade giù» (ibid., p. 483).

In tal senso, dopo aver faticosamente attraversato le prime due sezioni della Logica dedicate alla relazione essenziale, si giunge alla sezione terza, alla “realtà”, dove si può sentenziare, ab initio, che la realtà è unità di essenza ed esistenza. In essa la relazione di sostanza e accidente è a sua volta dialettica, poiché la sostanza è come l’interno degli accidenti, e questi sono soltanto nella sostanza: «questo rapporto – scrive Hegel – non è se non l’apparente totalità qual divenire».

Quando nel passo sopra citato delle Lezioni sulla filosofia della storia Hegel dichiara di tralasciare l’inessenziale sembra voler separare in modo pragmatico non i fatti dai fatti; non i fatti essenziali da quelli inessenziali, bensì la forma categoriale dell’essere storico dalla sua esistenza. Questo lo si comprende bene confrontandosi con la definizione offerta da Hegel della considerazione filosofica, a suo avviso finalizzata ad «eliminare l’accidentale» (Lezioni sulla filosofia della storia, cit., p. 8), cioè le «circostanze esteriori» (id.). Sappiamo poi dallo sviluppo di queste lezioni come Hegel proverà a ricongiungere questi due lati della relazione, ma si potrà pur osservare che in chiave introduttiva il suo perseverare nella distinzione astratta tra essenziale ed inessenziale, sembra motivato in misura prevalente dal perseguimento di un fine esplicativo. In effetti, precisa Hegel, bisogna accettare un presupposto per comprendere queste lezioni, e cioè che la struttura del mondo sia essenzialmente razionale, e con ciò l’identità di pensiero ed essere, poiché «chi non vede nel pensiero la verità unica e la realtà suprema non può affatto giudicare di questo metodo filosofico» (ibid., p. 9). Si tratta di un presupposto per la filosofia della storia, spiega Hegel, ma non per la filosofia in quanto tale, che ha ritrovato la coincidenza tra pensiero e realtà in sede logica e fenomenologica. L’idealismo tedesco ha mosso i suoi sforzi di ricerca proprio nella definizione di una sostanza che sia insieme «infinita potenza», «infinita materia» e «infinita forma» di «ogni vita naturale e spirituale» (id.). E tale sostanza è soggettività, è ragione. Con un fugace sguardo al senso storico-filosofico dell’idealismo Hegel allontana la possibilità di un’esistenza ideale delle essenze. La sostanza non è ideale, ma concreta. È al tempo stesso forma e contenuto del reale, e non avendo nulla al di fuori di sé medesima, il suo profilo dinamico non ammette mezzi né oggetti di fronte a sé: «essa consuma sé stessa, ed è a sé stessa materiale di elaborazione» (p. 8). Ecco perché questo unicum sostanziale di natura e spirito, di pensiero e realtà, spiega Hegel, in queste lezioni «si presuppone provato». Sul piano dell’esposizione egli sviluppa fino in fondo la distinzione tra essenziale e inessenziale, annunciandone tuttavia un superamento speculativo, poiché il pensiero storico è costituito da un sintetico procedere argomentativo, che include al tempo stesso ciò che attraverso l’intelletto astratto qualifichiamo come superficiale o inessenziale – cioè i nudi fatti – e quel che invece teniamo per essenziale, ossia le categorie. È intellettualistico esasperare la dimensione fattuale ignorando ogni approfondimento categoriale, e lo è per altra via il superamento della storiografia in un’ontologia: «quando si dice che lo scopo del mondo deve risaltare da ciò che se ne percepisce, l’osservazione ha la sua verità. Ma per conoscere l’universale, il razionale, bisogna recar con sé la ragione. Gli oggetti sono stimoli per la riflessione: altrimenti si trova il mondo configurato a seconda del modo in cui lo si considera».

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