lunedì

Lo sguardo sulla storia (dal "dove va?" al che "cos'è?")

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Nel suo libro dedicato al Problema dell’essere spirituale (1933) Nicolai Hartmann dedica molto spazio al problema della relazione tra filosofia della storia e storicismo. Nell’ambito della riflessione metafisica sui problemi della storia, dello sforzo concettuale di individuare in essa una qualche legalità, Hegel ha giocato senza dubbio un ruolo determinante, segnalando nella dimensione spirituale l’essenziale della storicità. In particolare, il suo merito è stato quello di aver definito e approfondito la nozione di “spirito oggettivo”, e aver fatto di esso il portatore, la guida razionale del processo storico. Lo spirito oggettivo realizza la sua essenza nella propria liberazione, che non consiste nel sottrarsi a qualche vincolo materiale, ma nella processo di consapevolezza per via del quale lo spirito scopre, riconosce, si appropria culturalmente della propria libertà. Ed ecco che il senso generale della concezione hegeliana della storia si risolve in un progresso nella coscienza della libertà, indipendentemente dalla volontà dei singoli, i quali sono – rispetto allo spirito oggettivo – meri accidenti, per cui ciò che è storico è il movimento di ciò che vi è di oggettivo negli individui, non la loro estrinseca specificità. Ma si tratta di un processo non lineare, articolato nella vita dei popoli e delle figure storiche, la cui verità è però soltanto nell’intero processo (dove articolazione non significa frammentazione, poiché, precisa Hegel, «lo spirito del popolo è essenzialmente uno spirito particolare, ma nello stesso tempo è nient’altro che l’assoluto spirito universale – giacché questo è Uno» (p. 44). Hartmann riconosce dunque a Hegel il merito di aver colto l’importanza dello spirito oggettivo, un elemento importante del discorso storico spesso dimenticato e su cui invece sarà necessario tornare in modo approfondito, e tuttavia di aver peccato di unilateralità. Un errore in cui Marx, simmetricamente, sarebbe a sua volta precipitato, rovesciando la filosofia della storia hegeliana, e sbilanciando l’equilibrio del processo su un altro elemento importante, ma trascurato da Hegel, quello cioè dei bisogni naturali, o economici, e che rende la coscienza un prodotto della storia, piuttosto che un elemento costitutivo o essenziale.
Un filosofo come Hartmann, che replica a quella che definisce una doppia unilateralità, attraverso una concezione pluristratificata del mondo, e dunque della storia, per la quale essa si deve risolvere in «un processo nel quale fattori di tutti gli strati dell’essere intervengono in modo determinante; un processo che può essere considerato tutt’al più, come la risultante complessiva di forze eterogenee, che continuamente si scontrano tra loro» (p. 28), non può che considerare un’operazione concettualmente legittima, ma concretamente ineseguibile, l’aspirazione a un’esaustiva filosofia della storia. Ma è interessante notare come questo livello di impraticabilità scientifica abbia storicamente aperto la strada, secondo Hartmann, a un secondo grado della riflessione filosofica sulla storia, di natura più prettamente epistemologica. Hartmann far riferimento in particolare Windelband, assertore dell’importante distinzione tra scienze nomotetiche e scienze idiografiche, una linea problematica lungo la quale si impegnò molto pure il giovane Croce, ma destinata a rinunziare a una corretta comprensione della storia, incapace com’è, la scienza, di pensare l’individuale, e non avendo a disposizione concetti – appunto – non universali. Una difficoltà cui il Dilthey provò a replicare riconducendo la conoscenza storica a un comprendere intuitivo. Ma Dilthey non riuscì mai a definire questo metodo in modo tale da codificarlo in una procedura, e ciò consegnò la storia nelle mani dell’estro soggettivo dello studioso. Ma la riflessione metodologica sulla storia partiva secondo Hartmann da un falso problema, che a rigore non si rivela utile – come orizzonte di riflessione – per nessuna scienza: «ogni scienza lavora instancabilmente al proprio metodo – non però in quanto rifletta sul metodo o lo faccia oggetto della sua ricerca: piuttosto, elabora il proprio metodo nella misura in cui si dedica completamente al proprio oggetto. Il suo progredire è un continuo cominciare, provare, fallire e ritentare – finché le riesce di fare un passo avanti. Lotta col proprio oggetto per dominarlo, e in tale lotta, conquista il proprio metodo. Il metodo, insomma, le nasce tra le mani mentre lavora intorno alla cosa stessa, si identifica, anzi, col progredire di questo suo lavoro. Se lo crea molto prima di rifletterci sopra; mentre lo crea non ne san nulla, e finché lavora davvero, non ha bisogno di sapere nulla». Dunque, seguendo Hartmann, il problema metodologico sarebbe del tutto secondario, e la sua vanità sarebbe addirittura acutizzata nell’alveo della grande scoperta storicista: se tutto è storico, lo è anche la riflessione metodologica, e lo è la procedura storiografica in quanto tale. L’astrattezza e la complessità degli strumenti di lavoro dello storico possono indurre a pensare a una sovra-storicità delle procedure, ma esse devono pure fondarsi, secondo Hartmann, su una coscienza storica prescientifica, basata sulla tradizione, cioè sul protrarsi del passato nel presente. Una piena consapevolezza della natura storicamente divenuta della coscienza storica induce la riflessione filosofica ad abbandonare il problema metodologico e riapre la porta a un approccio più “ontologico”, orientato criticamente a capire il “che cos’è?” riferito alla storia e alle sue categorie, forte però della critica alla filosofia della storia, e orientato a circoscriverne alcuni problemi.
Per quanto interessante e lineare, tuttavia, l’itinerario concettuale proposto da Hartmann, su cui torneremo per comprendere in che modo egli intenda istruire un’ontologia della storia, è viziata da un errore di fondo, e si tratta di un errore di valutazione rispetto alla filosofia hegeliana, che pure egli conosce in modo così preciso. Hartmann infatti racchiude il senso del pensiero hegeliano sulla storia nel perimetro sacrificato della filosofia della storia, ma manca nel cogliere come Hegel dialettizzi questo stesso livello d’indagine con quello metodologico e quello categoriale. Lo stesso storicismo trova in Hegel non un antenato, ma al tempo stesso un assertore e un oltrepassamento. Ciò che rimane di importante nella riflessione hegeliana sulla storia è proprio la straordinarietà di una considerazione profonda ed estesa di tutti i suoi aspetti problematici.
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1 commento:

  1. Quello che dici citando Hartman è vero. Più gli strumenti dello storico diventano sottili e tecnicistici, più devono radicarsi in un un'etica sociale. Ciò non so quanto sia inseribile pari pari all'interno della filosofia hegeliana, ma è molto rilevante del reale. Fukujama, che rielabora come esperto filo-americano tesi concettuali abbastanza complesse, cita in "La fine della storia e l'ultimo uomo" l'importanza di Kojève come allievo di Hegel.

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