domenica

L'inestricabile relazione tra filosofia e storia


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In un libro del 1960, intitolato Critica dell’esistenza storica, Karl Löwith dedica il capitolo centrale (Uomo e storia) all’analisi del senso moderno della storicità umana, procedendo, per contrasto, a partire dal mondo greco. Löwith mette in evidenza l’assenza o meglio l’impossibilità di una filosofia della storia nel pensiero greco in generale, e aristotelico in particolare; «i Greci – scrive – furono profondamente impressionati dall’ordine eterno, dalla grandezza e bellezza del mondo visibile, ma a nessun pensatore classico accadde mai di pensare congiunti in una storia universale questo cosmo eterno armoniosamente ordinato e i πράγματα transeunti della storia umana». Debolezza di un sistema temporalmente fuggevole e inconsistenza ideale rendevano le res gestae poco interessanti per un discorso scientifico allo sguardo dei Greci e dei Romani. La storia di Erodoto era solo narrazione della caducità delle cose umane, e le narrazione stessa era intesa come risposta utile a sottrarre quelle “cose” al destino inesorabile dell’oblio. Nel pensiero greco la storia era vincolata e limitata dall’ordine del λόγος del cosmo fisico, mentre in quello cristiano dall’ordine teologico; «soltanto col dissolversi di entrambe queste convinzioni pre-moderne comparve la fede nella storia in quanto tale, lo storicismo». In questo caso Löwith non ricorre a un senso tecnico della nozione di storicismo, ma si riferisce piuttosto a un’attribuzione di valore e legalità alle vicende umane, che caratterizza un processo culturale interno all’epoca moderna: «la fede nella storia è un risultato della nostra alienazione dalla cosmo-teologia naturale dell’antichità e dalla teologia soprannaturale del cristianesimo». Pur soffermandosi sull’importante figura filosofica di Giambattista Vico, Löwith preferisce riportare direttamente a Hegel lo sfogo del suo ragionamento, là dove individua in quella “teleologia” storica una trasposizione secolarizzata della costruzione anticipatoria della religione ebraica e cristiana, della “promessa del compimento”, e ha certamente ragione nell’evidenziare, come lo stesso Hegel peraltro ribadisce, l’idea della filosofia della storia hegeliana come risolvibile in una teodicea.
Una ricostruzione analoga la si ritrova in alcune delle più celebri pagine della letteratura mondiale, scritte dal grande romanziere russo Lev Tolstoj. Nella seconda parte dell’epilogo di Guerra e pace, egli disegna il rapporto tra storia e modernità rivolgendosi, come Löwith, al mondo antico. L’uomo moderno ha duramente criticato la soluzione arcaica di riconoscere una volontà divina trascendente capace di assoggettare i popoli a individui eletti tra i tanti, e di direzionare l’azione di questi ultimi verso mete sconosciute. Tuttavia, osserva Tolstoj, lo storicismo moderno non ha saputo svolgere la sua critica alla struttura intrinseca della risposta antica al problema della spiegazione storica. Al posto della forza divina trascendente è stata individuata la genialità, come carattere peculiare dei grandi uomini, il possesso di energie eccezionali, o un qualsivoglia tipo di carisma. La teleologia metafisica è stata invece sostituita da una teleologia progressista, in cui il bene dell’umanità – che non a caso coincide con il bene del popolo dominatore – viene eretto a fine della storia. Scrive Tolstoj: «la storia moderna ha respinto le credenze degli antichi senza sostituirle con nuove concezioni e la logica della loro posizione ha costretto gli storici, che avevano apparentemente rinnegato il potere divino dei re e il fato degli antichi, a giungere per altra via allo stesso punto, all’ammissione cioè che: 1) i popoli sono guidati da singoli uomini; 2) esiste un determinato scopo verso il quale muovono i popoli e il genere umano».Nella sua lettura del pensiero hegeliano Löwith intende l’ipotesi stessa di una filosofia della storia l’equivalente di una teologia, come derivato da un processo di secolarizzazione che ha sostituito la fede nella Provvidenza con la fede nel progresso storico. Occorre senz’altro fermarsi sulla figura dirimente di Hegel per comprendere a pieno in che termini la storia diventi interessante per la riflessione filosofica, e quanto di quel tentativo di chiarificazione o sistematizzazione hegeliana restituisca alla riflessione attuale elementi degni d’attenzione.
La suggestiva tesi di Löwith esibisce in sé i termini del problema. Descrivendo la sostituzione, storicamente maturata, di una metafisica e teologia ultraterrena, con una metafisica immanente dello spirito, Löwith disegna un movimento storico, che si muove dal passato e procede fino a una destinazione, la modernità. Oltre a essere un ragionamento sulla storia, si tratta di un ragionamento storico, o – come dire – una storia della storia. Ma questa ricostruzione è resa possibile da una concezione pre-moderna, o da un’attitudine alla filosofia della storia? Evidentemente, senza interrogare oltre il pensiero löwithiano su questo terreno, si pone come implicita una legalità storica, per cui un processo di secolarizzazione “implica” o “ha implicato” lo sviluppo di una teleologia storica.
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