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Il "matrimonio" secondo Benedetto Croce


Ieri sera mi è ricapitata tra le mani, come spesso succede girovagando indecisi tra i propri libri, una bellissima pagina di Benedetto Croce, dedicata al tema del matrimonio. Un testo straodinario: non a torto Gramsci definì Croce il più grande prosatore italiano.
In realtà si parla della dialettica - siamo infatti nelle Indagini su Hegel -, ma a titolo di esempio Croce prova a spiegarne la natura essenziale evocando la dinamica matrimoniale. Prima di aggiungere ogni altra considerazione, voglio condividere questa lettura:
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"L'amore è una condizione giovanile, nella quale rapimento e incantamento si incontrano col dolore e che si discopre in ultimo, in misura maggiore o minore, come illusione. Chi si è tratto fuori da un amore vede con occhi nuovi il processo di sentimenti che ha vssuto, e si meraviglia esso stesso del modo come gli appariva l'altro essere amante e delle qualità che gli attribuiva, e spesso l'antico amore si cangia in ripugnanza e in odio e, di solito, in indifferenza. La poesia che ha per suo principale contenuo la vicenda dell'amore è sembrata ad alcuni filosofi, e tra gli altri Giordano Bruno, quasi sciocca e ridicola al pari di quella dei poeti burleschi, che celebravano oggetti tra i meno degli di celebrazione. Nel che si dimentica un piccolo particolare ma essenziale: che quella vita ha del poetico e rivela nella su forma prima e ingenua il cuore umano, e attraverso la creazione estetica reca all'uomo grande conforto e ammaestramento. Certo quello stato d'animo va corretto e Hegel giustamente in un primo momento lo sopprime e lo toglie via. Ma questo momento è insieme il tutto, perché non si può togliere niente dalla realtà senza superarla, cioè senza sostituirla con uno stato d'animo che sia più alto e forte del primo; e ciò Hegel chiama togliere e serbare e insieme elevare ossia superare. Si conserva in quello stato superiore ciò che era stao acquistato nell'inferiore: tutti i fini che si volevano giustamente raggiungere nel primo impeto, come l'avere compagni nelle lotte necessarie e collaboratori nelle opere a cominciare da quella semplicissima di comporre una famiglia e mettere al mondo figliuoli; tutto ciò che l'amore per sé non poteva dare, o lo dava solo in modo assai rozzo e imperfetto.
Il matrimonio, si dice, è la "tomba dell'amore", e deve essere così perché è la grande istituzione umana che sorge sopra esso, risolventdo i problemi che esso non può risolvere. I coniugi pralano dei fatti sessuali, ai quali tanta importanza attribuiscono gli amanti, con piena indifferenza, e ciò viene a dire Hegel in alcuni luoghi della Filosofia del diritto e di altre sue opere in cui si discorre del matrimonio cogliendone la verità. Ma bisogna anche riconoscere che nella nuova condizione l'antica non è del tutto abolita, e che non v'ha uomo che non guardi di tempo in ntmpo la donna che è diventata sua moglie, né donna che non guardi suo marito, con gli occhi con cui si videro quando si amarono per la prima volta; e vi sono coppie di vecchi che sorridendo vietano altrui ogni sguardo indiscreto nei loro cuori perché serbano non poco in sé degli innamorati che essi furono in gioventù".
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La pagina mantiene in sé una sobrietà e al tempo stesso una profondità veramente rimarchevoli. Ora, in filosofia rispondere a una tesi esemplificata giocando sull'esempio stesso è un fatto sgradevole, oltre che argomentativamente scorretto. Ma trattandosi soltanto di un blog, in questa sede posso anche permettermelo. L'esemplificazione della dialettica hegeliana attraverso il matrimonio è assai suggestiva, però tiene in sé un punto di fragilità. Quel momento sintetico o ricompositivo, deve essere necessariamente preceduto, nel senso cronologico del termine, dal quello tetico - cioè dall'innamoramento, per intenderci. Ora, è evidente che il matrimonio dialetticamente inteso deve pre-esistere alla sua celebrazione. Come a dire, la relazione amorosa è tale se si compie in matrimonio, cioè raggiunge, per via di mediazione, il suo fine interno. Sarebbe facile porre una battuta interrogativa sulle convivenze, ma non è questo il punto. A me sembra che con questa esemplificazione Croce - nonostante la sua suggestività - cada nel medesimo approccio hegeliano alla storia dialetticamente riscritta, come sequenza di eventi geograficamente e cronologicamente determinati, ma "movimentati" da un fine interno. Cioè, appunto, l'astuzia della ragione. E questo modo di esportare un po' ovunque il ritmo della dialettica era stato dallo stesso Croce stigmatizzato nel Saggio sullo Hegel. Mi domando dunque se in fondo, come questa bella pagina sembrerebbe mostrare, lo stesso Croce non porti dentro di sé quel medesimo "eccesso d'entusiasmo" da lui attribuito a Hegel, per la scoperta della dialettica.
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