martedì

Una domanda per gli storici di professione


Il compito di chi indaga gli avvenimenti umani non è infatti la sterile descrizione di una successione evenemenziale, ma la capacità di rispondere a ciò che veramente interessa la domanda sulla storia, e si tratta di una domanda di senso: «che cosa significa tutto questo? Perché è accaduto? Che cosa ha indotto questi uomini a incendiare le case e a uccidere i loro simili? Quali sono state le cause di questi avvenimenti? Quale forza ha indotto gli uomini ad agire in tal modo? Queste sono le domande involontarie che si pone il genere umano, quando si imbatte nei monumenti e nelle tradizioni di questo periodo di tempo ormai trascorso» (così questiona Tolstoj, nell'epilogo di Guerra e pace). E la domanda sulla “forza” è in buona sostanza la domanda di ogni teoria della storia, sia essa di tipo meccanicistico, teleologica o materialistico-dialettica. Forse con eccessivo sarcasmo, Tolstoj tende a sottolineare come gli storici di professione tendano a non vedere il peso della questione, pur fornendo ad essa delle risposte implicite, senza le quali sarebbe impensabile la stessa tessitura di una storia. La cultura storica moderna si lascia alle spalle l’attitudine antica a risolvere i problemi del senso e della forza attraverso l’evocazione del trascendente o dell’eterno. E tuttavia, nella struttura, la modernità ha conservato i limiti di quell’approccio, sostituendo all’ispirazione divina la genialità individuale dell’eroe, e al télos trascendente l’immanenza di un ideale progressista.
Tolstoj distingue alcune attitudini storiografiche ricorrenti nell’epoca moderna. I biografi o gli specialisti di storie nazionali tendono a risolvere la questione della forza evocando il potere di dominio dei singoli e degli statisti. La volontà del capo determina il movimento del popolo. Ma questo modello, oltre che essere concettualmente infondato, cade prima di tutto nell’inevitabile conflitto interpretativo con gli storici di popolazioni diverse, onde lo stesso evento può essere alternativamente attribuito al potere dell’uno o dell’altro sovrano o condottiero.
Vi sono poi gli autori di storie universali, i quali respingono la riconduzione del potere dinamico alla sola volontà di individui eroici o carismatici, ma lo considerano quale esito di una convergenza di fattori molteplici, di fasci di forze confluenti in singoli eventi. E tuttavia questi storici si imbattono in un’ineludibile contraddizione: per un verso il capo carismatico è posto come risultato di altre forze, ma al tempo stesso si torna ad attribuire a questo capo un potere determinatorio. Perché? «questa contraddizione deriva dal fatto che dopo essersi addentrati nel terreno dell’analisi, questi storici si fermano a metà strada. Per trovare le forze componenti di una risultante, è necessario che la somma delle componenti sia eguale alla risultante. Questa condizione non è mai rispettata dagli storici generali, e perciò, per spiegare la forza risultante, debbono necessariamente ammettere, oltre alle componenti che sono insufficienti, un’altra forza inspiegabile che agisce sulla risultante». Per quanto infatti lo storico generale cerchi di individuare i vari e molteplici eventi scatenanti che stanno al di qua di un altro evento importante, egli non riesce mai a spiegare la relazione tra quella molteplicità di forze determinanti è il conseguente fenomeno dell’assoggettamento dei popoli. Per cui: «per spiegare in che modo da questi loro rapporti sia derivato l’assoggettamento di milioni di uomini, cioè come da componenti eguali soltanto ad una A sia derivata una risultante eguale a mille A, lo storico deve necessariamente ammettere di nuovo quella forza del potere che ha negato, riconoscendovi il risultato di forze molteplici, e cioè deve ammettere una forza inspiegabile che agisce sulla risultante».
Vi sono infine gli storici della cultura, i quali attribuiscono al movimento delle idee la forza determinatrice prevalente nel corso degli avvenimenti. Tuttavia, osserva laconicamente Tolstoj, «solo con molta fatica si può ammettere che tra l’attività intellettuale e il movimento dei popoli vi sia qualcosa di comune, ma non si potrà in nessun modo ammettere che sia l’attività intellettuale a dirigere le azioni degli uomini, perché fenomeni come le terribili carneficine della rivoluzione francese, derivanti dalle prediche sull’uguaglianza degli uomini, o le guerre spietate e le repressioni, derivanti dalla predicazione dell’amore, sono in contrasto con questa supposizione». Delle tre, quest’ultima appare a Tolstoj come quella evidentemente più fragile. Pur ammettendo la plausibilità e la suggestione dell’esaltazione della genialità di Napoleone, e pur considerando ragionevole l’introduzione delle molteplici forze alla radice di ogni singolo avvenimento, appare del tutto impossibile spiegare «in che modo il libro Contrat social abbia fatto sì che i francesi si siano messi a massacrarsi a vicenda».
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