martedì

La versione di Barney


Ho letto soltanto un mese fa il romanzo La versione di Barney, gentilmente regalatomi da mio fratello, senza sapere nulla dell'imminente trasposizione cinematografica (che non ho avuto modo di vedere), né della generale approvazione ricevuta dal libro di Richler.
Da quello che ho potuto leggere in questi giorni, ho però la sensazione di aver interpretato il testo in modo affatto diverso da quello comunemente riconosciuto. Senza dubbio si tratta di un'opera molto ben scritta. L'architettura narrativa è addirittura sorprendente, e rivelatrice di una straordinaria padronanza dei tempi e della suggestione nel raccontare. Forse non è un capolavoro, ma è un libro importante.
I giornalisti del Foglio, che hanno sdoganato lo scrittore canadese in Italia, esaltano soprattuto il lato "politicamente scorretto" del protagonista: irascibile, ebreo e a tratti antisemita, sinistrorso e a momenti reazionario, intellettuale e produttore di mediocri prodotti televisivi, esperto di letteratura e appassionato di hokey fino all'eccesso. Barney Panofsky è un personaggio autodevastantesi. Costantemente accompagnato da un Montecristo, dosi considerevoli di alcool e un amaro senso dell'umorismo, al tempo stesso caustico e - a mio parere - drammatico. Assolutamente geniale la trovata delle finte lettere inviate da Panofsky per screditare o irridere personaggi a lui insopportabili.
Io trovo però che il tratto principale del libro non sia quello della commedia amara, né del politicamente scorretto. Mi pare invece - forse esagererò - una versione contemporanea e radicalizzata di Anna Karenina. Tra l'altro numerosissimi sono i riferimenti a Tolstoj. Il cottage è paragonato ben due volte a una Jasnaja Poljana; verso la fine del libro, attaccando verbalmente uno psichiatra, Barney sostiene che è sufficiente leggere Tolstoj per comprendere lo spirito umano, e il "maestro di pensiero" del protagonista, l'eccentrico Boogie, prende lezioni di russo perché "non ha senso vivere senza poter leggere Tolstoj in russo".
Com'è noto, Anna Karenina descrive l'autodistruzione conseguente alla debolezza morale, al cedimento verso le tentazioni. Anna non può controllare una forza sensuale che - in piena consapevolezza - conduce sé e i propri cari verso una catastrofe. Barney, con un pizzico di autoironia assolutamente gustosa, ma equivoca, percorre un itinerario analogo. Egli è fondamentalmente un debole. Crolla nelle situazioni di difficoltà, si rifugia nel fumo e nell'alcool, e compie scelte di cui non è convinto, cedendo alla forza delle circostanze e alle proprie debolezze. L'autore ci racconta di tre matrimoni, come tre tappe di un unico fallimento.
Il primo matrimonio, non fondato su un vero sentimento d'amore, e rattoppato in una serie di vicissitudini scombinate (perché Barney è fondamentalmente questo: uno scombinato, figlio di un poliziotto un po' approssimativo e di una madre psicologicamente compromessa), ha come conseguenza un terribile suicidio, di cui il protagonista subirà a lungo le ricadute emotive nel proprio vissuto. E sarà proprio l'eco di questo primo fallimento a fargli inanellare il secondo, simmetricamente opposto al primo. Dal disordine all'ordine assoluto: vita imprenditoriale, sottoscrizioni per la causa ebraica e infine matrimonio "felice" con moglie benestante e socialmente "collocata". Risultato: un tradimento e la morte del suo migliore amico, con aggiunta di accusa d'omicidio. Il terzo matrimonio, infine, costruito su un sano sentimento d'amore, è distrutto da una scappatella insensata in un pub, frutto anch'essa di una debolezza senile.
Insomma, una tragica storia conclusasi tragicamente: una malattia che logora proprio ciò che il protagonista ha tenuto in scarso conto durante tutta la sua vita, il valore della consapevolezza. Il romanzo non è irriverente né scorretto: a me pare invece un racconto pedagogico, e la forza attrattiva dell'io narrante - Barney, appunto - con il quale è facilissimo identificarsi proprio per il suo lato debole, costruisce un forte ammonimento nell'identificazione, cioè nel crogiolarsi in un sentimento di complice fragilità morale.
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