lunedì

Un inconsapevole pensatore dialettico

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Pietro Citati, nel suo celebre Tolstoj (la prima edizione è del 1983, ora è riproposto da Adelphi), definisce Guerra e Pace come «uno dei supremi romanzi simbolico-filosofici del secolo scorso» (p. 131), ma da subito manifesta una sincera difficoltà nel processo di decifrazione della sua stessa definizione, poiché «Tolstoj sembra proclamare il sì e il no di qualsiasi cosa, rappresentando un’idea o un’immagine o un simbolo, e subito dopo il loro contrario» (ibid.). Tale movimento oscillatorio dipende in realtà dall’inconsapevole (ma effettiva) natura dialettica del pensiero tolstoiano. Guerra e Pace, a partire dallo stesso titolo, è un capolavoro di rappresentazione dialettica della totalità del movimento storico. Come scrive Citati, «i caratteri, le vite, le esperienze, i pensieri del principe Andrej Bolkonskij e di Pierre Bezuchov si corrispondono in ogni parte, come il dritto e il rovescio, l’immagine e il suo riflesso speculare […] dobbiamo soltanto tener chiara ed estrema nelle nostre menti la fatale antitesi della realtà, seguendo volta a volta Andrej e Pierre in fondo a ognuna delle proprie esperienze, e poi risolvere questa antitesi su un piano più alto, come insegna l’epilogo di Guerra e Pace» (p. 132). Se Pierre è l’unico personaggio privo di una maschera formalistica da spendere in società, Andrej è perfettamente in grado di esprimere la propria indifferenza esistenziale utilizzando un costume appropriato alle circostanze. Pierre è molto diverso dal suo più grande amico: «nelle varianti, porta il segno dell’informe perfino nei lineamenti del volto (“turgidi, rozzi, non delineati”, mentre quelli del principe Andrej sono “fini, duri, e chiaramente delineati”)» (p. 132). Pierre è buono, sincero, amato e amabile; Andrej è sprezzante, distaccato, indifferente. E ancora: «mentre il principe Andrej è una dura e tagliente silice, [Pierre] è molle e fluido, mite e avvolgente come l’acqua, che adegua la propria forma al luogo dove una mano la versa» (p. 133). Analoga antiteticità si riscontra nel rapporto tra i due grandi interpreti della corso storico, i due condottieri di popoli: Napoleone e Kutuzov. Il primo governa la superficie della storia, il secondo ne intuisce il moto profondo; l’uno attivo, l’altro passivo; il primo ostenta il proprio genio, il secondo «scompare dietro le proprie funzioni».
Si può insistere su questo profilo antitetico della scrittura tolstoiana ricordando la struttura narrativa di Anna Karenina, dove le due vicende, simmetricamente contrapposte, non si risolvono in alcun modo l’una nell’altra. Ma si incrociano solo in alcuni fugaci passaggi, eppure trovano senso ed equilibrio esclusivamente nella sintesi della coesistenza. Anna e Levin sono due tesi sulla vitalità e sulla naturalità del vivere, che giocano due partite analoghe per simmetria rovesciata. Anna cede al sopravvento del desiderio sulla ragione, consapevole fin dal principio del ribaltamento dialettico di una felicità vitalistica nella sua negazione (e la vicenda narrata è quella di una lunga e sofferente realizzazione di ciò che è già colto dalla coscienza: la necessità dell’autodistruzione implicita nella prospettiva dell’autorealizzazione). La storia di Levin è più complessa, ma si risolve in un’opzione meditativa che si tramuta, misuratasi con esperienze articolate, nel discioglimento del sé nella quotidianità degli equilibri esistenziali. Senza la storia di Anna, quella di Levin non avrebbe alcun significato prototipico, e viceversa. I due movimenti si sostengono vicendevolmente per disegnare la complessità dell’esistenza. Levin e Anna sono in realtà la stessa persona (cioè lo stesso Tolstoj), e la vita umana che essi rappresentano è proprio quel movimento sintetico di un’opposizione di opposizioni.
Nell’epilogo di Guerra e Pace le diverse e altalenanti considerazioni sulla storia riprendono quel medesimo carattere dialettico precedentemente segnalato dai personaggi, ma ad un livello più elevato. Tolstoj pare oscillare tra una metafisica teleologica e un casualismo meccanicistico. Questa ambiguità deriva probabilmente da una doppia analogia cui Tolstoj ricorre per rielaborare il movimento storico. La sua mente evoca alternativamente il modello della determinazione organica e quella inorganica. La storia gli appare dunque per un verso una vita, e per altro una catena causale priva di significato. Il suo senso è ritrovato nel movimento dei popoli da occidente a oriente e viceversa; questo moto è descritto da Tolstoj come un immenso respiro, come il dato di esistenza di una vita infinita. Ma al tempo stesso la storia è caratterizzata da moti meccanici. Le manovre militari e le dinamiche di combattimento sono descritte in modo da risultare frutto di imprevedibili relazioni causa-effetto, interne a un enorme e inintelligibile meccanismo. Osserva Citati: «l’invasone francese in Russia aumenta l’intensità del proprio impulso man mano che si avvicina a Mosca, come il crescere della velocità d’un grave a misura che si avvicina alla terra: l’esercito russo, dopo la battaglia di Borodino, indietreggia con la stessa necessità di una biglia che urta l’altra che la investe con maggior forza d’impulso» (p. 160).
Questa drammatica concatenazione di eventi incontrollabili sottesi a quell’inarrestabile flusso che va da occidente a oriente e viceversa, non riceve da Tolstoj alcuna attribuzione di senso. Ma anche qui occorre intercettare il movimento dialettico: ciò che per l’uomo è crudele e insensata necessità meccanica, si deve ribaltare nel suo opposto cioè in una "responsabilità" del processo storico, attribuita al Dio panteisticamente inteso, il cui modo determinatorio non è ascrivibile allo schema teleologico, né a quello meccanicistico. Il senso del movimento divino è inaccessibile all’uomo, ma è.
In ciò risiede la contraddizione delle contraddizioni tolstoiane: «ciò che da una parte rientra in una “marea” necessaria e meccanica, dall’altro è soltanto il prodotto di un’azione capricciosa e senza intenzioni remote» (p. 162). La necessità si risolve nella causalità, e questa in quella, il meccanismo si rovescia in vita, e questa in quello.
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