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L'illusione della conoscenza storica

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Nell’idea di Tolstoj, l'illusione della possibilità di una conoscenza storica giace nello sforzo dell’uomo di orientarsi nella vita passata attraverso una qualsivoglia analisi modale: operazione valida nella sfera ideale, ma non in quella reale, che non è possibile, né necessaria, né casuale. Semplicemente è effettuale. Descrivendo il flusso degli accadimenti come la risultante di movimenti particolarissimi e individuali, dettati più dalle circostanze che da un’attenta pianificazione, e anzi massimamente distante da ogni possibile pianificazione, Tolstoj, in Guerra e Pace, spiega in termini drammatici l’assoluta distanza tra intelletto umano e decorso storico, quando sottolinea come tutti i protagonisti delle vicende narrate, dai condottieri all’ultimo commilitone, «erano strumenti involontari della storia e andavano lavorando a un’opera il cui senso, per loro, restava occulto, mentre a noi appare affatto comprensibile». A posteriori dunque è possibile tracciare un’interpretazione di quel che è avvenuto, ma nient’altro che un’interpretazione. Solo alcuni uomini colgono il senso pieno della realtà, e al contrario di quanto si può leggere in Hegel, per Tolstoj la caratteristica di questi personaggi è la passività contemplativa. Sono eroi del non fare, come Pierre Bezuchov o, soprattutto il comandante in capo dell’esercito russo, Kutuzov, la cui dimensione essenziale si forma appunto nella dissoluzione del sé nella totalità dello spirito del popolo russo. Quando il principe Andrei ebbe avuto il suo colloquio con Kutuzov si convinse della sua affidabilità sulla base di una considerazione assai significativa: «quando più vedeva l’assenza di ogni elemento personale in quel vecchio, nel quale parevano essere rimaste solamente le consuetudini delle passioni e, in luogo dell’intelligenza (che raggruppa gli eventi e ne trae deduzioni), la sola capacità di contemplare lo svolgersi degli eventi […] e sa rinunciare a prender parte a questi avvenimenti». Comprendere il corso degli eventi sembra dunque coincidere con una dissoluzione quasi mistica della soggettività nell’oggettività, inibendo ogni tentativo di determinazione storica, ma limitandosi ad accompagnarne l’ineluttabilità della destinazione.
Tolstoj contrappone il senso assoluto della storia alla insensatezza relativa dei comportamenti interni ad essa. La fondamentale battaglia di Borodino, magistralmente narrata dalla penna del romanziere russo, fu sferrata e accettata contro ogni ragionevolezza, da una parte e dall’altra, ma evidentemente nell’equilibrio di un quadro non decifrabile da punti di vista parziali (e ciascun punto di vista è ontologicamente parziale). E nulla di ciò che venne disposto nell’ordine della logica militare riuscì poi a trovare applicazione: «dando e accettando la battaglia di Borodino, Napoleone e Kutuzov agirono al di là della loro volontà e insensatamente. E gli storici, a fatti compiuti, hanno insinuato, in un secondo tempo, sottili e complicate dimostrazioni della preveggenza e della genialità dei condottieri, che, di tutti gli strumenti involontari degli eventi del mondo, furono quelli che agirono nel modo più servile e passivo. Gli antichi ci hanno lasciato dei modelli di poemi eroici, nei quali gli eroi rappresentano tutto l’interesse della storia, e noi non possiamo ancora abituarci all’idea che, per l’umanità della nostra epoca, una storia di questo genere non ha senso». Questo è solo il primo dei motivi critici sviluppati da Tolstoj nei confronti degli storici di professione. Ma è anche il più significativo, che torna più di una volta al centro della sua discussione. È infatti chiaro a Tolstoj che una storiografia delle grandi personalità non ha ragion d’essere, e anzi travisa completamente la sostanza delle cose. Ecco perché in Guerra e Pace, attraverso l’incrociarsi non di tre, ma di mille vicende individuali o collettive, la storia risulta essere un indecifrabile risultato di microeventi reciprocamente condizionanti. A questo proposito, in Guerra e Pace c’è una pagina memorabile:

"molti storici dicono che la battaglia di Borodino non fu vinta dai francesi, perché Napoleone aveva il raffreddore; che se non avesse avuto il raffreddore, i suoi ordini prima e durane la battaglia sarebbero stati ancora più geniali […]. Per gli storici che ammettono che la Russia si sa formata per la volontà di un solo uomo, Pietro il Grande, e la Francia da repubblica si sia trasformata in impero, e che anche le truppe francesi siano entrate in Russia per la volontà di un solo uomo – Napoleone – un simile ragionamento, e cioè che la Russia sia rimasta potente perché il giorno 26 Napoleone aveva avuto un forte raffreddore, un simile ragionamento per simili storici è inevitabile e logico. Ma per chi non ammette [questo genere di storiografia], alla domanda in che consista la causa degli eventi storici, si presenta un’altra risposta, la quale consiste in questo: che il corso degli eventi mondiali è predestinato dall’alto è dipende dalla concomitanza di tutte le volontà degli uomini che prendono parte a tali eventi, e che l’influenza di Napoleone sul corso di questi eventi è solamente esteriore e fittizia".

Quella di Tolstoj è evidentemente una lettura forte e spiazzante degli avvenimenti storici, alla quale egli stesso cerca di assegnare una solidità concettuale maggiore. Il lavoro dello storico è facilmente indotto all’errore da una stortura connaturata all’intelletto, cioè l’attitudine astrattiva. In realtà l’unità sostanziale e continua del processo storico è inafferrabile per uno strumento di lettura, la mente umana, che è in grado di comprendere il proprio oggetto solo producendo una discretezza in quel continuum. Si tratta di un’intuizione molto rischiosa, che mette in pericolo la stessa pensabilità degli eventi o degli individui, ma Tolstoj prova a maturare una proposta coerente con tale assunto. La lettura del divenire storico come moto continuo, impedisce la formulazione di leggi se non a partire dalla collocazione in esso di forme discrete, come corpi, azioni, momenti, individui, o entità in senso lato. Ma l’attività astrattiva è in grado di restituirci la verità della storia, o risulta invece generatrice di parzialità e distorsioni? Nella continuità dello spazio e del tempo, le molteplicità distinte generano i paradossi zenoniani, e seppur si riuscisse ad elaborare una sorta di calcolo infinitesimale da applicare al discorso storico non si uscirebbe dall’errore costitutivo di ogni teoria della storia che pretenda di individuare leggi di concatenazione o predittività. Questo sforzo deve confluire per Tolstoj in un superamento dell’unità arbitrariamente assunta dal discorso storico, per approdare a forme di discretezza più sfumate: «per studiare le leggi della storia dobbiamo sostituire completamente l’oggetto della nostra indagine, lasciare in pace i re, i ministri e i generali, e studiare quegli elementi omogenei e infinitesimali che condizionano il comportamento delle masse». La consueta attitudine degli storici a cercare nella volontà umana la causa degli eventi è del tutto arbitraria: «la volontà dell’eroe della storia non solo non dirige le azioni delle masse, ma è essa stessa costantemente diretta», per cui diventa in generale impossibile non solo attribuire all’eroe una forza causale, ma concepire la stessa individuabilità delle cause: «le cause di un evento storico non esistono né possono esistere, fatta eccezione per la causa unica di tutte le cause». Questo livello analitico determinò in Tolstoj la maturazione di una sorta di pessimismo storiografico, che lo indusse a dichiarare: «la storia sarebbe una cosa meravigliosa, se soltanto fosse vera». In questo graduale avvicinarsi ad alcuni principi futuri della novelle histoire, Tolstoj radicalizza l’idea dell’impotenza dei grandi uomini e delle loro menti razionali nel decidere la storia, concentrandosi sull’infinitesimale dei piccoli moti e cambiamenti d’animo degli uomini comuni. La piramide sociale viene rovesciata nella capacità determinatrice rispetto al corso storico. Più alta è la carica politico-militare, maggiore sarà la distanza dal vero motore, cioè dalla vita massa degli uomini comuni, della cui sostanza è fatta la storia. Così Isaiah Berlin riepiloga questo concetto tolstojano: «nessuna teoria può verosimilmente adattarsi all’immensa varietà del comportamento umano, alla vasta molteplicità di cause ed effetti impercettibili e introvabili, che formano il gioco uomo-natura che la storia intende registrare. Coloro che pretendono di poter sintetizzare questa infinita molteplicità nelle loro leggi “scientifiche” debbono essere per forza o dei ciarlatani, o dei ciechi che guidano altri ciechi». Ma Berlin è una guida importante per aggregare a questo pessimismo storiografico tolstojano la sua teoria dell’eroe, o meglio la sua demolizione: «che cosa sono i grandi uomini? Sono comuni esseri umani, ignoranti e vani abbastanza, da assumersi la responsabilità della società intera. Individui che preferirebbero farsi biasimare per tutte le crudeltà, tutte le ingiustizie, tutti i disastri giustificati in loro nome, piuttosto che riconoscere la propria insignificanza, e la propria impotenza, nel flusso cosmico che continua il suo corso, incurante del loro arbitrio e dei loro ideali […] insieme a questo, Tolstoj ci dà la meravigliosa descrizione di quegli attimi, in cui, colo che hanno l’umiltà di riconoscere la loro propria poca importanza, colgono in una illuminazione la vera essenza della condizione umana». All’attivismo spregiudicato di Napoleone, impietosamente rappresentato nella sua vanagloria e al tempo stesso nella sua estrema fallibilità previsionale, Tolstoj contrappone tutti i ravvedimenti e i mutamenti d’umore di donne e uomini comuni, illuminati da quel senso di a-protagonismo storico, che sarebbe errato far coincidere col fatalismo. Sebbene l’equivoco possa facilmente presentarsi: scegliendo di abbandonare Sonja per la principessina Marija, il conte Rostov opta per una «rassegnata sottomissione alle circostanze»; avvicinandosi al patibolo, Pierre Bezuchov cerca il responsabile della sua condanna, ma si ritrova a constatare che «era l’ordine delle cose, era la piega che avevano preso le circostanze» ad averlo condotto lì.
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