mercoledì

Un centenario da celebrare

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In questi giorni si celebrano i cento anni dalla morte di Lev Tolstoj, spentosi nella dimora del capostazione di Astapovo, aggredito da una febbre che poneva fine a una fuga malriuscita, e a una vita straordinaria. La Cambridge University Press ha dunque colto l'occasione per consegnare alle stampe un volume d'anniversario, una piccola ed elegante collezione di saggi dedicati al padre spirituale della Russia contemporanea, intitolato sobriamente: Anniversary Essays on Tolstoy (2010). La curatrice, Donna Tussing Orwin, annuncia nella sua nota introduttiva lo spirito del libro, quando si appoggia brevemente sull'avvertimento di non considerare Tolstoj soltanto come protagonista della letteratura mondiale, ma anche come "moral thinker", vale a dire di saper portare alla luce l'aspetto filosofico della sua imponente produzione intellettuale. Quasi tutti i saggi qui raccolti, infatti, lasciano intravedere questo profilo analitico, senza perdere di vista la straordinaria virtù letteraria dell'autore di Guerra e pace. Senz'altro gli autori coinvolti nella collettanea provano a tracciare percorsi interpretativi originali, che aggiungono qualcosa di nuovo alla già sterminata letteratura critica tolstojana - il che, per ovvie ragioni, appare il miglior modo possibile per celebrare un autore -, ma la vera perculiarità del testo consiste appunto nel lasciar risaltare in modo inedito le qualità filosofiche di una mente irrequieta e poderosa.


Il secondo saggio (scritto da Andreas Schoenle, editor del Tolstoy Studies Journal), pone infatti Tolstoj in diretto contatto con Kant e Schopenhauer (due autori, con particolare attenzione a quest'utlimo, molto importanti nella meditazione tolstoiana), partendo da un confronto a distanza relativo ai diversi modi di concepire il "sublime", e sottolineando poi la peculiarità tolstoiana nel raccontare la morte. La lezione schopenhaueriana sembra evidente in Guerra e pace, in special modo nella fenomenologia della morte del principe Andrei, il quale si aliena da tutte le cose mondane, e sembra contemplare qualcos'altro, di più importante, rispetto alle circostanze in cui è materialmente immerso; persino rispetto alla presenza della sorella al suo capezzale, o dell'amato figlioletto, egli assume un atteggiamento di distanza, quasi di scherno. Nulla lo smuove da quella condizione apparentemente algida e sprezzante, fino alla rivelazione del segreto della morte: "I died - I awoke. Yes, death is waking up", could have come straight out of Schopenhauer" (p. 44). Ancor più rivelatoria in questo senso è la rivelazione finale di Ivàn Il'ic nel racconto a lui dedicato, dove con maggiore profondità si scopre il signifiacato di quel che Tolstoj concepisce quale rapporto tra la vita e la morte, consegnato al segreto ermeneutico del sogno del moribondo Il'ic:


"Fino alle tre rimase in un tormentoso assopimento. Gli sembrava che lo stessero ficcando, facendogli male, in un qualche sacco, stretto, nero e profondo, e che ve lo ficcassero sempre di più ma senza riuscire a farcelo passare. E questa cosa per lui orribile si concretava in sofferenza. Ed egli ha paura, e vuole precipitarvi dentro, e lotta e cerca di aiutarsi. Ed ecco che, all'improvviso, si trappò via di lì, e cadde, e rientrò in sé"

Diversamente da come Schoenle legge, credo erroneamente, questo lavoro onirico, il sacco buio è la vita trascorsa nella vanità del tutto, dell'ostinato e futile attaccamento alla vita stessa, la luce non è la vita né la morte, ma la verità che l'esperienza della morte assegna alla vita. Solo così, dopo una tormentosa agonia, insistentemente descritta da Tolstoj, Ivan Il'ic può esclamare spirando: "è finita la morte. Non esiste più". Ma la posizione di Tolstoj non è evidentemente sovrapponibile a quella di Schopenhauer proprio in relazione al nesso morte-vita. Scrive infatti Schoenle: "For if for the German philosopher life serves therely the survival of the species, in light of which individual existence becomes nearly pointless, in Tolstoy's spheric imagery each individual drop seeks to reflect the light of God and is thus endowed with a vocation that makes its existance both indispensable and meaningful" (pp. 45-46).


Tolstoj non respinge del tutto il valore della vita istintuale, sebbene la tema. Nel primo saggio di questo volume Caryl Emerson mette elegantemente in evidenza questo punto attraverso un'indagine sul rapporto tra Tolstoj e la musica, riflettendo sull'importanza di tale linguaggio artistico sulla vena creativa dello scrittore, e sulla forza musicale di alcuni suoi testi (si pensi, prima di ogni altro, alla potente Sonata a Kreutzer). La musica rappresenta per Tolstoj l'espressione più compiuta della forza della sensualità, e come tale egli esprime nei suoi confronti un'ambivalenza affettiva oscillante tra attrazione e terrore.


Il più significativo contributo di Schopenhauer nel complesso configurarsi della filosofia tolstojana va invece ricercato nell'idea di esistenza inconscia, da lui trasfigurata in Guerra e pace nella figura di Platon Karataev, la cui presenza, precisa lo stesso Tolstoj, non ha significato come esperienza separata, ma solo come parte di un intero, che egli sente continuativamente; non a caso, sottolinea opportunamente Schoenle, Karataev è interamente privo di introspezione. Tuttavia, secondo un mio personale percorso interpretativo, Tolstoj non è un mistico radicale, ma un involontario pensatore dialettico. Il suo panteismo si costruisce in un movimento oscillatorio tra individuo e totalità. In questo senso, Karataev compare come mito nebuoloso e affascinante, ma la verità è dei Pierre e dei Levin, i quali intuiscono l'unità sostanziale del sé e del cosmo - per vie e modalità differenti - ma a tratti tornano su sé stessi, in una progressione spirituale che non si esaurisce mai in una posizione solidamente stoica né completamente mistica. Nonostante un'istintiva diffidenza nei confronti della filosofia hegeliana, indottagli forse dal forte influsso su lui esercitato proprio dallo Schopenhauer, Tolstoj tocca ripetutamente nella sua produzione momenti di contatto concettuale proprio con l'autore della Fenomenologia dello spirito.


Il filo di una lettura filosofica di Tolstoj viene raccolto anche da Robin Feuer Miller, il quale dedica il terzo saggio di questo volume alla relazione di Tolstoj con la natura animale. Il tema è fondamentale nella letteratura tolstojana, come nella sua biografia, ma l'autore sceglie di trattarlo evidenziando quella che è certamente la lettura filosofica più importante per la formazione dello scrittore russo, cioè Rousseau (Irina Paperno riporta nel suo saggio la seguente dichiarazione di Tolstoj: "I read all of Rousseau, all twenty volumes [...] I more than admired him - I deified him. At age fifteen, I ware a medallion with his portrait around my neck in place of the cross. Many pages by him are so near to me, that it seems that I wrote them myself"), e confluendo in un confronto con pensatori contemporanei ai quali è cara questa problematica, come Peter Singer e Martha Nussbaum. Interessante dal punto di vista teorico anche il carteggio con il filosofo Nicolai Strakov, studiato nel contributo al volume proposto da Irina Paperno. Da questo scambio epistolare emerge un duplice dato: per un verso si registra una forte passione filosofica dell'autore di Guerra e pace, un costante desiderio di confronto speculativo; ma al contempo un'innaturalità sostanziale nell'argomentare le sue pur geniali intuizioni. La dimensione più profonda della filosofia tolstojana infatti, non può e non dev'essere ricercata nella sua modesta saggistica, ma nell'imponente tensione concettuale della sua prosa letteraria, là dove l'autore ricorre a mezzi espressivi più congeniali al proprio estro.


Un certo taglio filosofico è riscontrabile anche in altri saggi di questo testo celebrativo. La curatrice, ad esempio, tratta nel suo capitolo il problema del pacifismo tolstojano, mentre Vinitsky e Hamburg esplorano la concezione tolstoiana dell'anima e della spiritualità (più letterari sono invece i contributi di Edwina Cruise, dedicato alla novella inglese letta in Anna Karenina dalla protagonista, Justin Weir, relativo alla drammaturgia dello scrittore russo, e di Gory Saul Morson, autore di un bel saggio sull'amore tolstoiano per i bon mots).


Davvero sintomatico della poliedricità del genio commemorato è infine l'ultimo capitolo, in cui Michael A. Denner intreccia la figura di Tolstoj con le rivoluzioni che coinvolsero la terra russa tra il 1905 e il 1918. Se nel gennaio del 1919 era possibile leggere sull'americano Current Opinion che le responsabilità di Lenin nella rivoluzione dovessero essere considerate "insignificanti" rispetto a quelle di Tolstoj, vero diffusore di ideali quali il cosmopolitismo e il pan-umanesimo, lo scrittore Merezhkovsky (autore del celebre Tolstoj e Dostoevskij) potè annunciare nel 1921 che il bolscevismo meritasse l'attribuzione di "suicidio dell'Europa", di cui Tolstoj sarebbe stato l'ispiratore e Lenin il finalizzatore. Secondo Merezhkovsky la critica della violenza condotta dall'autore di Guerra e pace, che pure avrebbe dovuto renderlo del tutto incompatibile con bolscevismo, non è sufficiente a offuscare la comune sensibilità distruttiva rispetto allo stato di cose esistente, tra il padre spirituale della Russia e i rivoluzionari comunisti. Scrive Merezhkovsky: "What is Bolshevism? Adenial of all Culture as morbid and unnatural complication, a will to simplify, in its final analysis a metaphysical urge backward towards the condition of primitive man. But Tolstoy's genius is inspired by the same will" (p. 231). Non è mancato, tuttavia, chi ha cercato - nell'ambito della reazione - a richiamare nel proprio fronte il teorico della non-violenza contro il materialismo sovietico. A prescindere dalle controversie di appropriazione, questa oscillazione è ulteriore conferma della complessità e del rilievo di questa figura umana e artistica.


Al di là dei giusti meriti di questo libro, mi pare tuttavia opportuno sottolineare che quelli che a me paiono i principali nodi filosofici del pensiero di Tolstoj, sono stati qui trascurati dagli autori dei saggi contenuti nel volume. Mi riferisco a temi ampi su cui sarebbe bene (e cercherò di mantenere questo impegno nei prossimi mesi) fermarsi a ragionare. Mi limito qui a enunciarli: il grande tema della storia, e del rapporto che con il suo fluire hanno i destini individuali; il problema della non-violenza, di cui lo stesso Gandhi si è concettualmente nutrito prima di diventarne la bandiera. E il suo innovativo anarchismo, potentemente elaborato in un libro tardo e ingiustamente trascurato dalla critica, come Resurrezione. Thomas Mann sosteneva che se Tolstoj fosse rimasto in vita nel 1915, la prima guerra mondiale probabilmente mai scoppiata (e forse - di conseguenza - neanche la seconda), attribuendo a quell'uomo il peso di una vera e propria coscienza morale non solo per la Russia, ma per l'intera Europa. Non saprei valutare quest'affermazione. Ma probabilmente senza Toltoj sarbbe difficile comprendere la fine della Grande Guerra, la forza del richiamo alla terra e alla pace dei rivoluzionari russi, e le enormi diserzioni dei contadini mandati al fronte, molti dei quali, appunto, seguaci di Tolstoj. Un personaggio di tale calibro meriterebbe maggiore attenzione da parte dei filosofi, e di non essere consegnato unicamente alle pur importanti ricerche di linguisti e studiosi delle letterature comparate.


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