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Alexandre Dumas tra la Sanfelice e Fra Diavolo


Tre o quattro anni dopo l'unità d'Italia il romanziere Dumas consegnava alla parte meridionale della nostra nazione un importante momento di riflessione, completando la stesura del romanzo storico La Sanfelice, una ricostruzione assai riveduta della vicenda personale della gentildonna napoletana, che offre un interessante sguardo sulla rivoluzione partenopea del novantanove.

Tralasciando la figura un po' retorica della Sanfelice (come quella del suo amante repubblicano), notevolmente migliorata e nobilitata rispetto al mediocre profilo della sua reale esistenza storica, pare interessante rilevare l'atteggiamento di Dumas verso i vari personaggi che si alternano sulla scena di quel grande e sanguinoso spettacolo offerto dalla breve vita della Repubblica Napoletana. Dumas non ha difficoltà a palesare le sue antipatie verso Ferdinando e la consorte forestiera. Tra i due, il sovrano è forse illuminato da qualche tratto di umanità, generato dal vago sentimento di oppressione datogli dalla sovranità medesima, mentre un evidente disprezzo viene nutrito dallo scrittore nei confronti della regina e dell'ammiraglio Nelson, la cui piccolezza d'animo viene restituita attraverso una forzata esibizione di incapacità marinaresche.

Fatti salvi i due protagonisti, i personaggi positivi, ma ancora troppo retorici, sono il nobile Sanfelice, marito-padre della sfortunata Luigia, cui viene riconosciuta un'impagabile forza d'animo e pietas umana del tutto fuori dal comune, e l'ammiraglio Caracciolo, eroe degno e irreprensibile.

Ma non ci si può sbagliare sulla sincera simpatia nutrita dal romanziere nei confronti di Michele il Pazzo, un capopopolo destinato a rappresentare la napoletanità in quanto tale, simile al pulcinella delle antiche rappresentazioni, plebeo simpatico e arruffone, ma con il coltello insanguinato stretto in pugno. Una plebe generosa di cuore, ma terribile nell'espressione tutta fisica della sua passione. E un più moderato entusiasmo si raccoglie nelle pagine in cui si racconta la storia del bandito di Itri, Fra Diavolo, al quale Dumas sembrerebbe voler assegnare un ruolo tutto particolare nella vicenda, poi abbandonato per l'evidente necessità di drammatizzare la figura della Sanfelice come centro sentimentale della trama. D'altro canto, l'accostamento di Fra Diavolo al terribile Gaetano Mammone, entrambi reclutati dalle truppe dell'abate Pronio a favore della restaurazione, getta un'ombra sanguinaria su quella figura che pure sembrava aver destato una simpatia umana in Dumas.

Il romanzo è ormai molto datato, ma ne rimane - accanto all'esaltazione di valori tradizionali come la fedeltà alla parola data, l'onore, l'attaccamento agli ideali - una vocazione pacifista, espressa dal filo-borbonico banchiere svizzero Baccher, processato dai repubblicani alla presenza di Vincenzo Cuoco, in cui si riconosce il carattere inutilmente fratricida di quella guerra. Col senno di poi la guerra appare sempre necessaria, ma nel mezzo del suo accadere, soprattutto in circostanze come quelle narrate da Dumas, non si può eludere la tensione del dubbio esistenziale sulla legittimità di una carneficina. Ed ecco che la povera Sanfelice sul patibolo non riesce a morire perché alla mano incerta del boia sfugge tre volte il colpo fatale, e il popolo che assiste passa repentinamente dall'ostilità per la donna al linciaggio del boia.
Il nemico, infine, è la crudeltà in quanto tale, ma essa stessa è sconfitta da un nuovo assassinio.

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