sabato

Sandra Cervone, Di petali la luna


recensione di Max Condreas



Sandra Cervone: donna che dispensa carezze di carta, o strega che imbratta col proprio dolore l’altrui pensiero? Donna. Capace di controllare le maree dell’esistenza, grazie a quel divenir Luna, alla bisogna. Salvo poi tornar scia di rimpianto, sponda desolata in inverno, risacca d’un pianto che non regala conchiglie. Vorrebbe restasse non frazionata quella sua dolce Luna, ma come fare a raggiungere quelle persone meritevoli, con cui sente di poter condividere il suo tutto, il suo niente? Ecco allora che la trasforma in fiore dai sgargianti colori, quella Luna. Eccola dunque dispensare Petali, da buona fata della notte. Dopo varie e accurate letture dell’ultima opera in versi della Cervone (Di Petali di Luna, Perronelab, 2010), mi sono chiesto più volte se non fosse il caso d’abbandonare al loro triste destino le certezze acquisite nel corso delle precedenti incursioni. Così, sfilatami dalle spalle la pesantezza dello zaino, in modo potessi avanzare più speditamente, ho cominciato a ripercorrere il sentiero dei suoi pensieri. L’espediente è servito solamente a far sì che mi perdessi nuovamente. Chi cerca la vecchia Sandra nelle parole di questa raccolta, deve prima accertarsi di aver aperto il cuore a quella nuova, altrimenti rischia di restare intrappolato per sempre nel suo mondo di specchi. Ma di me c’era la donna adulta, / chinata a raccogliere conchiglie / là dove la bimba tentò insicura / timidi passi nell’ondosa distesa... Dov’è finita la tristezza – quella dolce, che rigava con le lacrime le guance del lettore – e la Sandra sempre disposta a cedere, a cercare l’angolo-rifugio in cui rinchiudersi, sperando che il buio la risparmiasse? Forse proprio in quel pasticcio di giada e coriandoli, dove il volto di clown ha filamenti d’ardire, dove novella incantatrice / di me stessa, nuoto nei sogni / col salvagente degli inganni! Ed eccola servita su un piatto d’argento opaco la risposta: passato, futuro, la notte mia gemella. La Cervone non ha più paura della sua paura. La canta in maniera spregiudicata, come d’un tratto si fosse trasformata nella più impavida delle guerriere. Spiazza. Sconcerta. Incanta. Cuce metafore di carne sul corpo del lettore, in modo ch’egli possa sentire gli strappi dell’ago delle sue parole. In modo non viva più solo di riflesso quel forte sentire poetico caratteristico della Cervone, ma lo faccia suo in altri modi. Partecipando materialmente, come se la lettura avesse il potere di trasportarlo laddove la Cervone vuole: all’angolo dello specchio, dove la donna che sono stata... / Vestiva di rami d’ulivo e d’insonnie, / calzava le ali del dire. Costretto in quell’angolo – dunque – il lettore riscopre emozioni che pensava non fossero più capaci di provocare tumulto. Si taglia con le immagini che affiorano veloci come raffiche di vento gelido. Versa quel sangue in grado d’irrigare sogni antichi e sciogliere in simbiosi con l’autrice i nodi arrugginiti dell’esistere. Il lettore s’innamora nuovamente dell’Amore, che solo grazie alla Poesia della Cervone siamo in grado di scrivere con la lettera maiuscola. Rido. Di te che hai paura di te. / Di me che rincorro il perduto / sperando di non riaverlo... / Vorrei esser io la lama che incide, / la corazza che racchiude, / la morsa che t’addolora, di pace... / Amore, non tardare! / Amore, non tornare! Affascina. Diverte. Commuove. Sandra Cervone forse è davvero una strega. Capace d’ammaliare i passanti. In grado di far perdere così tanto il senso dell’orientamento, da far sì che le genti si ritrovino a cogliere novità / dal ciliegio ombroso e dalla quercia. Completamente immemori delle disgrazie dell’umana appartenenza. Assoggettati da una musica ben più seducente di quella del canto delle sirene di un Ulisse fin troppo stanco dei suoi vagabondaggi. Soggiogati dalla catena dell’improvvisa smania di cadere nella ragnatela dei sensi pizzicati, in modo possano vibrare armoniosi, fors’anche un po’ sconci, ma nient’affatto scontati. Quali sono gl’ingredienti segreti della Cervone? Forse sette nidi sui rami, sette candori violati. / Sette minuti. / Sette cuori ammainati, sette spine relegate. Chissà. Quel sette personalmente mi ricorda il numero di certi vizi tanto cari al genere umano, ma indagarvi veramente a fondo sarebbe impossibile, pur volendolo. Sandra Cervone non fa poesia. Non scrive semplicemente versi. Sandra Cervone è Carne che muta in Poesia. Poesia che si fa Sangue. Sandra Cervone è Poesia. Condita con tutte le accezioni che il termine dovrebbe in qualche modo suggerire. Compresa la parte più sensuale che eccita, disorienta, induce in tentazione. Terribilmente avida, ingoio tracce di silenzio. / Al bordo del peccato io t’agguanto. / Ragno incontentabile / il mio abbraccio... / Dove passa la tua barca, marinaio, / passano i miei sospiri. / ...Poi s’accende la variegata strada / e – pallida d’adii – s’apre rovinosa / una sorgente. / ...E poi fare l’amore, col tempo e la vittoria, / la clessidra bloccata su “infinito”... Ma quello della Cervone è anche il componimento della complicità solidale verso quelle donne sempre e ancora fin troppo bistrattate da visuali di un maschio che vorrebbe in qualche modo continuare a dominarle, fregiandosi d’un passato di prevaricazioni e facili condanne. Senza però accorgersi che tutto gli si ritorce contro, primo nel mucchio quel falso orgoglio, sfoggiato come paravento a evocare equivoci inequivocabili sulla natura vera d’una sensibilità frustrata e costretta al silenzio. ...E se il dolore delle donne / stendessimo al sole, / come i panni, / avremmo mantelli per le montagne... È Di Petali la Luna della Cervone, in ultima analisi. Come è Di Petali anche la sua Poesia. Petali screziati d’amaranto e di nero. Vellutati. Soffici. Terapeutici come la canapa indiana o i fumi dell’oppio o i vapori dell’alcool. Che però nascondono spine – come ami – talmente ricurve da non permettere loro di abbandonare le carni dello sprovveduto che di qualche maniera ha lasciato s’avvicinassero alla pelle, così da godere di certe proibite carezze. Delicato sarà anche il dolore dello strappo per cercare di allontanarli da un corpo che non potrà più fare a meno di loro. Perché vi sia ben chiaro. Una volta infettati dal tetano dei versi della Cervone, nessuna cura mai potrà salvarvi. Non vi resterà che accettare la nuova condizione di asole rinforzate, / al vomitare cieco / dell’abbandono.
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