domenica

Dal marciapiede dei ricordi


Ho accettato con molto piacere di recensire la raccolta di poesie di Max Condreas intitolata Dal marciapiede dei ricordi (Perrone Lab, Roma 2010), in primo luogo per un motivo personale, in quanto mi sento legato all'autore da una serie di "ricordi di marciapiede". Ci siamo conosciuti e frequentati infatti nel corso dei primi anni Novanta. Ormai più di quindici anni fa. Il contesto era quella porzione di territorio della provincia tendenzialmente ignorato dalla popolazione "ordinaria", perché priva di usuali forme d'intrattenimento, e si risolveva in una catena di muretti, tralicci, ponti stradali e fabbriche in disuso. In ogni paese del mondo c'è sempre una fetta di gioventù che diffida della cultura tradizionale e cerca nella marginalità - anche urbanistica - nuovi spazi di libertà. E in quegli anni, mi piace pensare così, la libertà di cui avevamo bisogno l'abbiamo anche trovata. Con molte probabilità io ero una persona molto diversa da come mi presento oggi, e direi senz'altro che molto diversa è la nostra società. Non che quelli fossero anni migliori, nella misura in cui spesso si rievoca il passato come preferibile all'oggi in quanto semplicemente si era più giovani, ma non ho difficoltà a dire che quelli che viviamo oggi sono anni peggiori.
Max Condreas invece non è cambiato molto. E qui si incardina un punto centrale della lettura da dare a queste poesie, di come legarle al profilo dell'autore. Prima di toccare questo tema, a mio avviso focale, proverei a presentare una mia interpretazione dei versi pubblicati in questa raccolta.

Come in ogni raccolta di poesie, anche qui, per usare un detto crociano, c'è "poesia e non poesia". Ci sono versi molto belli, e qualche componimento meno convincente. Tuttavia l'impressione generale che deriva da una lettura - come dire - d'un sol fiato, è un'impressione compatta, unitaria, e dunque costituente in sé un omogeneo lavoro poetico. Questa sensazione di compiutezza è letterariamente importante, perché riesce nel suo complesso a disegnare uno stato d'animo, a far rivivere un'emozione, che fu quella dell'autore al momento del componimento. E in ciò, in fondo, è il segno dell'arte.
La lettura di questa raccolta ha confermato un'idea che mi ero già formato a proposito dello stile di Max Condreas. In altri lavori troviamo un elemento di provocazione o di "eccesso" maggiormente marcato, ma qui - dove tutto è più delicato, non viene smentita una poetica più cruda, ma viene anzi disvelato il vero senso di quella durezza. Lo stile è dunque in termini generali penetrato da mestizia, la metrica è sobria e non vi si incontra mai l'ossessiva ricerca della chiusura ad effetto.

Il lessico è rivelatorio di una visione profondamente pessimistica del reale. L'autore scrive di sentirsi "rinchiuso in un recinto", "inchiodato", parla di "cuore stuprato", "vita sbagliata", o del "patibolo di questa vita". Max Condreas non lascia alcuno spazio alla positività. Sul piano sociale, è evidente un desiderio di ripiegamento su sé stesso, una profonda delusione nei confronti della realtà e dei propri simili. Sul piano esistenziale, il lavoro del tempo appare come inesorabile nemico, ma si tratta di un avversario troppo forte per essere affrontato. La morte, citata una ed una sola volta in questi versi, ne è il protagonista latente.

In altri versi l'autore evoca l'esigenza dell' "evasione". Ma la fuga da questo quadro negativo non matura nell'ambito di una prospettiva alternativa né di un progetto sentimentale. Non è poesia dell'impegno, non è poesia d'amore. Il ripiegamento interiore segue altri percorsi. Quali? A questo punto occorre iniziare a enucleare alcuni interrogativi, a cui non oso fornire una risposta completa, ma che forse possono determinare il segno dell'interpretazione. Il gioco dell'autore è su questo punto molto interessante. Troviamo infatti una via d'evasione enunciata se non addirittura rivendicata, la quale nasconde tuttavia un'altra verità, che le si oppone. Come un illusionista Max Condreas esibisce una realtà sufficientemente credibile, nascondendovi però il "prestigio", cioè l'altra, la seconda verità. Che poi, come nei grandi spettacoli di magia, si rimane fino in fondo col dubbio su quale delle due sia la rappresentazione e quale la verità. Procediamo con gli interrogativi.

Nel componimento numero cinque, il soggetto riconosce la propria condanna a dover "scontare gli anni che mi restano". Ma come? La replica al male di vivere sembra essere il randagismo, più volte evocato in queste poesie, nella contemplazione in quella indicata come "bellezza della strada", incarnantesi nei tre simulacri del testo: il Vizio, il Delirio e il Peccato. Questi tre elementi, apparentemente pervasivi, sono frutto di un'evocazione mutilata, poiché - come nel paradosso di Zenone - non raggiungono mai il bersaglio. L'autore li chiama spesso in causa, appartemente anche troppo. Tutti e tre, nonostante la maiuscola con cui sono chiamati in scena, risultano tuttavia poco credibili, sembrano quasi la maschera di qualcos'altro. Si ha la sensazione che quei tre personaggi nascondano qualcosa. Un delirio che non delira, un vizio che non distrugge, un peccato che non infrange alcuna virtù. Ma a quale scopo, allora, se realmente inefficaci nell'esprimere la loro potenza negativa, sono chiamati in causa? C'è un altro aspetto che viene spesso associato ai tre compari, ed è la figura femminile. Osserviamola da vicino.

In questi versi la donna appare molto sacrificata. Mi spiego. Nell'introspezione del poeta la figura femminile, sebbene sovente chiamata in causa, è invece marginalizzata, anche lessicalmente. Sempre ridotta - quasi in modo dimensionale - a "bambina", "piccola", "fanciulla". L'autore, anche interloquendo con la figura femminile, sembra rivolgersi sempre a sé stesso, e la donna appare qualsi come un mezzo per meglio allontanarsi dal sé, anzi, da qualcosa di sé che si vuole emarginare. Lo dimostra la poesia numero XXIII, che si apre e si chiude in questo modo:

"Mi dedico al vizio
del Delirio
[...]
bambina dagli occhi di vento.
Ti prego. Fa' brandelli di questa tristezza"

E siamo di nuovo a un interrogativo. Cosa genera questa tristezza?
La risposta è nell'altro capo del titolo della raccolta. Facciamoci caso. "Dal marciapiede dei ricordi". Convivono in questo titolo due elementi: il marciapiede o la strada, con correlati vizio e carnalità, e il ricordo. Questo secondo elemento dà senso a tutta la raccolta. C'è qualcosa del passato che gioca il ruolo principale in tutti i componimenti. L'autore parla a volte di "rimpianto", di "sconfitta" e di "sbagli". Nel bel componimento numero sei scrive: "irrigare semi di sogni sconfintati,/ma già privi di vita". Un passato che conduce dunque nel presente a una tetra condizione di solitudine interiore. Ma si badi bene, per l'autore la solitudine è al tempo stesso un rifugio, e qualcosa da cui fuggire. E' evidente che Max Condreas si colloca in questa oscillazione tra attrazione e repulsione per la solitudine. A volte è una consolazione, come nel componimento XLVIII:

"Respiro la tua assenza come i
sani vapori che salgono da
un buon bicchiere di brandy.
Ingordamente."

A volte invece, la solitudine ci mette a contatto con il "rimpianto". Cosa nasconde dunque il sé stesso da cui doversi allontanare?
Leggendo questi versi ho pensato più volte a una possibile interpretazione psicoanalitica dei suoi contenuti, come se ci fosse qualcosa di irrisolto nel passato dell'autore. Mi ha confermato questa impressione la poesia XLVIII, dove convivono e si confondono due elementi praticamente onnipresenti in questa raccolta, e cioè i "seni" e la "notte", con la parola "mamma". Naturalmente non mi spingo oltre in queste considerazioni, ma mi pare che qui si collochi un'importante chiave interpretativa.

Detto questo, vorrei aggiungere qualcosa che trascende la specificità dei singoli versi, e recuperare quella suggestione iniziale, riferita alla mia conoscenza di Max Condreas, e nel suo non esser cambiato. Insomma, senza voler recuperare l'ormai vetusta idea della vita come opera d'arte, si può certamente dire che c'è poesia nella sola esistenza di alcune persone.
Intravedo la poeticità nel non tradire sé stessi, le proprie passioni, le proprie convinzioni. Nella società post-consumista, nel senso che oltre ad essere dei consumatori incalliti abbiamo trasformato noi stessi in prodotti di consumo, c'è chi scrive poesie, e non solo le scrive, ma ne coltiva l'arte. L'amore e la fedeltà nei confronti della poesia, oggi, sono di per sé una forma di resistenza strenua all'anti-poesia, cioè all'età della tecnica, agli anni del "curriculum". Viviamo anni in cui le nuove generazioni assimilano fin da piccoli l'ossessione per il currriculum "pieno", per l'accumulazione di titoli o esperienze, e non sempre parliamo di esperienze nobilitanti. Ma c'è chi resiste, e si dedica alla poesia. E questo comportamento, quest'opzione esistenziale, per molti forse riconducibile a una forma d'ingenuità, pare a me profondamente poetica.
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2 commenti:

  1. Anonimo10:43

    Grazie Carlo! E' stata una serata interessante quella "gaetana", no? Che ne pensi in generale del nostro progetto? Ti piace la collana La luna e gli specchi della PerroneLab?
    Spero di rivederti presto. Sandra Cervone

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  2. Cara Sandra, grazie a voi. La serata è stata assai piacevole e interessante. Penso che il vostro progetto sia bello e meritorio, e la tua guida affidabile e - sono certo - base di un futuro successo.
    Anche io spero in un nuovo incontro. Ancora complimenti.

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