sabato

Il ritorno di Sergio Bruni e Raffaele Palomba



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Era il novembre del 1976 quando a Napoli, in una clinica nei pressi di via Cilea, io vidi per la prima volta la luce, e poco più in là, chissà dove, la discografia partenopea dava alla luce un piccolo capolavoro, "Levate 'a maschera pulicenella", un LP di Sergio Bruni su versi del poeta Raffaele Palomba. Capolavoro, certo, musicale e poetico, oggi riproposto, finalmente, in un CD (LuckyPlanets).
Si tratta di un disco strano, a cominciare dalla particolarità della coppia. Il classico dei classici, Sergio Bruni, con un giovane poeta che con i suoi versi rompeva drasticamente ogni cliché della napoletanità. Bruni era rimasto molto colpito da un articolo di giornale che dichiarava ormai defunta la canzone napoletana, e si mise al lavoro per proporre in chiave moderna la classicità della melodia tradizionale. Scelse i versi di Salvatore Palomba, probabilmente per il suo nuovo modo di comunicare il "pittoresco", per la vocazione "rivoluzionaria" e di rottura. Il risultato è veramente interessante, ma molto difficile da cogliere senza fare uno sforzo di considerazione storica, nonché di ascolto ripetuto più volte.
I versi di Palomba sono molto belli. Nel bel mezzo degli anni settanta, Palomba respinge ogni quadretto del popolo partenopeo decorato con mandolini e spaghetti, evocando invece la potenza di Masaniello e delle quattro giornate di Napoli. Così recita una strofa della ballata finale (Napule nun t''o scurdà!).
'O vintotto 'e settembre d''o quarantatré
'o popolo napulitano combatteva
pe cancellà cient'anne 'e lazzarune e
lazzarunate,
Francischiello e franciscellate,
vermicielle,
tarantelle,
Pulicinella e Culumbina,
festa forca e farina
e tutte sti cazzate che ll'avevano nguaiato.

Palomba se la prende prevalentemente col potere politico, difendendo in qualche modo il popolino che cerca di "arrangiarsi" con una economia alternativa ('o contrabbando, 'e bancarelle, 'e diebbete), mettendo in mostra l'esistenza difficoltosa - ma anch'essa umana - di chi rischia la vita per sopravvivere, in assenza di una politica di sviluppo del territorio. Un disco di denuncia politico-sociale dunque, che solo apparentemente può risultare retorico. Dopo questa esperienza infatti molti cantautori meridionali si sono esercitati in una sistematica ripetizione di quei contenuti, fino a farne un intollerabile alibi per una vita povera di senso civico e altamente delinquenziale.
Non era questo, ovviamente, l'intento di Palomba. Nel '76 si trattava di reagire a un dopoguerra di corruzione, in cui la chiusura del porto di Napoli aveva ucciso la dimensione "commerciale" della città, garantendo dunque ampio spazio di agibilità alla camorra. Una degernazione culturale ha trasformato una legittima denuncia in un argomento di autodifesa destinato a respingere ogni forma di cambiamento.
Le musiche di Sergio Bruni, oltre al suo magnifico canto, sono anch'esse modernissime. La contaminazione etnica della tradizione classica - così presente oggi nella musica napoletana di qualità - è sperimentata forse qui per la prima volta, nel brano "Notte napulitana". Quasi inutile è infine spendere parole sul componimento più noto e più bello di questo disco, un brano che è poi divenuto un vero classico della canzone napoletana: Carmela. Anche in questo caso, se per un lato l'esecuzione e la musica di Bruni ne confermano il profilo di artista eccezionale, i versi di Palomba sono di una semplicità essenziale, ma che centrano perfettamente il cuore della dimensione umana:
Si ll'ammore è 'o ccuntrario d' 'a morte
e tu'o ssaie,
si dimane è sultanto speranza,
e tu'o ssaie...
Nun me può fa' aspettà fino a dimane:
astrigneme int' 'e braccia pe stasera,
Carmela, carmè.
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1 commento:

  1. Avete presente il Benedetto Croce degli Aneddoti di varia letteratura o le sue pagine su Salvatore Di Giacomo? Carlo ha scritto qualcosa che vi si avvicina molto, facendoci pensare allo stesso modo.
    Luciano Mecacci

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