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La Fenomenologia come "esperimento mentale"



L’agile volumetto curato da Anselmo Aportone e dedicato alla Fenomenologia hegeliana (Autocoscienza, metodo, negatività. Studi sulla Fenomenologia dello spirito e la sua ricezione, Bibliopolis, Napoli 2008) contiene quattro saggi derivati dalle attività seminariali svoltesi nel novembre 2007 presso la Scuola Superiore di Studi di Filosofia degli Atenei di Roma Tor Vergata, La Tuscia-Viterbo, L’Aquila, in occasione del bicentenario dalla pubblicazione dell’importante opera di Hegel.
Mi interessa in particolare porre in rilievo il primo saggio, scritto da Anton Friedrich Koch, e intitolato Sul programma e sul metodo della Fenomenologia dello spirito, che si presenta con un taglio espositivo assai interessante. Sebbene la breve ricognizione storico-filosofica che Koch antepone alla propria interpretazione del metodo hegeliano appaia piuttosto sbrigativa e, soprattutto nelle parti riguardanti Aristotele e Kant sostanzialmente insoddisfacente, il punto di contatto tra la filosofia dell’Assoluto di Schelling e il percorso fenomenologico stabilito da Hegel, è acutamente osservato.
Il punto di partenza di una qualsivoglia indagine sulla Fenomenologia dello spirito e sul suo senso, secondo Koch, dev’essere individuato nel tentativo hegeliano di superare in modo persuasivo l’opaca identità schellinghiana tra soggetto e oggetto, colta da un intuizione intellettuale i cui contorni appaiono indefiniti. In fondo la portata innovativa dell’approccio hegeliano consiste proprio nella quasi ossessiva insistenza del trasporre l’in sé in un per sé, e di illustrare la forma di questo movimento. In un certo senso, Hegel ha in mente un itinerario filosofico analogo a quello platonico. Anche Platone infatti concepisce una visione delle idee di tipo intuitivo, nella figura della noesis, eppure i contenuti delle idee si dialettizzano nel discorso filosofico. «In Hegel – osserva Koch – la visione spirituale e l’articolazione dialettica devono coincidere: la dialettica hegeliana è la forma del compimento dell’autointuizione intellettuale del reale che esiste in sé e per sé, ed Hegel chiama speculazione questa specifica sintesi di intuizione e discorso» (p. 25).
Koch ritiene che Hegel per concepire la necessità di questa discorsività e per decidere il ritmo dialettico con il quale sviluppare la Fenomenologia, abbia indossato per un momento i panni dello scettico, assumendone la prospettiva. Lo scettico dubita che si possa dare una coincidenza tra le categorie del reale (in sé) e una proiezione coscienziale di questo assetto categoriale (per sé). Un’ontologia e un’epistemologia. Bene, il primo capitolo della Fenomenologia si misura proprio sull’obbiettivo di mostrare le prime battute di esplorazione scetticheggiante della squilibrata relazione tra ontologia ed epistemologia. In altri termini, se «l’in-sé è una concezione categoriale del reale nel suo essere-in-sé, una proto-ontologia implicita», allora «il per-sé è una concezione categoriale del reale nella sua accessibilità epistemica, una proto-epistemologia implicita» (p. 28). In questo senso la Fenomenologia dello spirito hegeliana assume la forma di un lungo e complesso “esperimento mentale”, che prende le mosse dalla posizione di fronte alla coscienza dell’in sé più semplice possibile, quella dei molti individui singoli. Ora, l’indagine e il riscontro della validità di questa proto-ontologia vengono condotti, secondo lo stile hegeliano, dall’interno, attraverso una constatazione da parte della coscienza di una non sovrapponibilità tra questo in-sé e il per-essa. In questo modo, il “fallimento” della certezza sensibile induce al passaggio dell’assunzione di una nuova ontologia, che però deve lasciar cadere dietro di sé la screditata certezza sensibile, e assumere quale nuovo in-sé quanto la coscienza aveva individuato come il “per-essa”, e dunque siamo passati da un’ontologia degli individui singoli distinti a un’ontologia dei tratti universali: «Hegel si aspetta da questo procedimento che la coscienza continui a falsificarsi e quindi a produrre e a rigettare sistematicamente tutte le possibili ontologie ed epistemologie, fino a raggiungere da ultimo un cosiddetto punto fisso, rispetto al quale emissione e immissione sono identiche. Questo punto fisso Hegel lo chiama sapere assoluto» (p.31). In questo senso, conclude Koch, il sapere assoluto è una figura di confine in cui non solo si unificano tutte le forme precedenti della coscienza, bensì pure tutte le determinazioni logiche che devono far seguito al percorso fenomenologico.
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