mercoledì

Consulenza filosofica all'italiana


Leggendo il profilo del "consulente filosofico" su Wikipedia, si incontra una definizione non priva di interesse:


Il compito del consulente filosofico, secondo i praticanti di tale attività, consiste nell'accompagnare i propri ospiti in una riflessione critica sul proprio modo di pensare la realtà, cercando di evidenziarne presupposti di significato e di valore, contraddizioni, incongruità rispetto al modo in cui essi poi vivono di fatto le vicende della loro vita.
Non è compito del consulente filosofico indicare all’ospite soluzioni o modi “giusti” di pensare o vivere, così come non lo è la definizione delle cause (psicologiche, psicofisiche, biografiche) in base alle quali il consultante ha un certo tipo di visione del mondo o vive determinati disagi. La durata di una consulenza filosofica non è solitamente molto lunga (tra i dieci e i venti incontri). Essendo un mero dialogo filosofico ed avendo di mira solo una nuova e più profonda comprensione del mondo, non è paragonabile con attività psicoterapeutiche.


Si tratta, com'è noto, di una nuova ricerca di professionalità per i filosofi che Alessandro Dal Lago ha definito "business del pensiero", ma che a ben vedere non è del tutto priva di interesse.

Ma non è questo il punto. Sappiamo bene che in Italia non è ben configurato giuridicamente il profilo del counsellor, sia esso psicologico o filosofico, e che non esiste un vero e proprio albo professionale.

Tuttavia in Europa e negli Stati Uniti alcune importanti associazioni garantiscono un "marchio", e dunque una visibilità, ai propri associati filosofi.

Particolarmente interessante mi pare quel che avviene in Italia. Nella speranza (probabilmente vana) che lo Stato si decida a configurare un albo riconosciuto che può potenzialmente insidiare il "mercato" degli psicologi e degli psicanalisti, alcune associazioni più o meno agganciate all'università hanno inventato un proprio albo, cui l'aspirante consulente può iscriversi dopo aver frequentato un corso - spesso biennale - il cui costo oscilla intorno ai duemila euro, e qualche volta anche un dopo-corso per "prepararsi" all'iscrizione al fantomatico albo. Ancora più interessante è il modo in cui molte università hanno colto al volo l'opportunità dischiusasi, istituendo Master di II Livello, di durata solitamente biennale, con un costo che oscilla tra i tre e i seimila euro.
Poniamo che i prezzi siano giusti rispetto all'offerta formativa. Poniamo anche che a nulla valga la semplice constatazione per la quale i filosofi che una decina d'anni fa hanno ideato la consulenza filosofica non hanno frequentato alcun corso, occorre spiegare alcune differenze notevoli tra quel che accade in Italia e ciò che si verifica altrove.

Ad esempio, come mai alcune associazioni statunitensi ritengono "affiliabile" un dottore di ricerca in filosofia, seppure non ha frequentato alcun corso? E come mai la SPP, la principale organizzazione inglese di consulenti filosofici (quella di "philosophy for children", per intenderci), ritiene che siano sufficienti percorsi formativi di pochi giorni? E infine, come mai chi organizza corsi all'estero, in media non chiede più di 600 sterline? Chi sa rispondere?
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6 commenti:

  1. caro Carlo,
    che tristezza!
    io personalmente ritengo vergognoso farsi pagare per consolare o consigliare gente che non ha alcun problema segnatamente clinico, come anche molto inquietante voler prescrivere dosi di filosofia, trasformandola in un farmaco. per onestà aggiungo che diffido degli psicologi non terapeuti, che spesso sarebbero egregiamente sostituiti da una chiacchierata con qualcuno non interessato a una parcella.
    ciao

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  2. Non saprei, quello della tristezza mi pare un argomento ambiguo. A me pare che poi, vista al rovescio, sia più interessante il soggetto che paga piuttosto che colui che viene pagato.
    E anche qui, mi pare che se il dialogare viene concepito nell'orizzonte di uno scambio tra chi è capace meglio di muoversi tra idee "chiare e distinte" e chi non vi è avvezzo, direi che la consulenza filosofica potrebbe in qualche modo definirsi come una lezione di filosofia. Una lezione non frontale, ma sempre una lezione. E allora nel pagarla non vi troverei nulla di male.
    Ciò che trovo invece inelegante e sottopongo all'attenzione dei lettori è il tipo di business che le università in primo luogo, e poi anche alcune sedicenti associazioni di consulenti stanno mettendo in piedi. E nella fattispecie in Italia.
    Perché, vedi, se il consulente filosofico facesse un lavoro pre-psicologico o meta-psicologico, allora occorrerebbe davvero una formazione relativa al setting clinico. Ma se, come mi pare evidente, le cose non debbono e non possono stare in quei termini, e si tratta di un'originale, e magari anche proficua, lezione di filosofia, perché un filosofo, per dare lezioni, dovrebbe iscriversi a un albo professionale (il cui accesso è profumatamente pagato con tempo e denaro)?

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  3. mi sembra di ricordare che gli antichi filosofi sofisti si facessero pagare, e anche bene, per le loro disquisizioni e, anche se questo era considerato già all'epoca scandaloso, non ci troverei oggi niente di male. del resto si paga anche per leggere le opinioni sui giornali o per guardare la tv. quello che anche io trovo stupido, ancor prima che scandaloso, è che si stabilisca un albo. mi chiedo come si potrebbe distinguere l'attività di consulenza filosofica esercitata da un abilitato da quella che eventualmente uno di noi intendesse fare.. si potrebbe mai configurare l'illecito di "esercizio abusivo della filosofia"? si può multare un novello socrate che decidesse di filosofare con dei discepoli? si può mettere una tassa per parlare di Kant con qualcuno?? secondo me è un modo per creare para-albi di para-psicologi (dove il "para" sta per "carenti di titolo accademico idoneo") oppure è davvero un truffa cialtrona. certo che un "filosofo" che paga per iscriversi ad un albo non è che faccia onore alla sua disciplina...

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  4. Anonimo06:36

    Caro Dott. Scognamiglio,
    non mi abbandona mai il sospetto che la professione di consulente
    filosofico sia per davvero una truffa, con un giro di affari per gli inventori di master in cui i gonzi
    cascano con ambedue i piedi. E poi non saprei proprio quale percorso formativo si possa inventare per preparare qualcuno a siffatta "professione". Finché i filosofi praticavano soprattutto la "saggezza" e miravano ad una retta e saggia condotta di vita allora sì che il
    "consulente filosofico" aveva significato. Ma oggi, dacché la filosofia è tutto meno che questo non si vede proprio che senso abbia un consulente filosofico. Seneca, Marco Aurelio, gli stoici greci, lo stesso Platone erano magnifici consulenti filosofici. Ma si facevano forse pagare?
    Carissimi saluti.
    Gianfranco Bosio

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  5. Anonimo15:42

    Cari Amici, mi avevano parlato, già più di una decina di anni orsono, forse 15 o 16 addirittura, di questo mestiere o se preferite, di questa figura professionale che esisteva in Germania, e chi me ne parlava era un collega psicologo, nonché amico. Poiché spesso ho lavorato in ambienti "terapeutici" oppure nella mia venticinquennale attività d'insegnante di yoga, ho tante volte riflettuto sulla questione e in effetti mi son reso conto che delle volte è più efficace aiutare qualcuno esistenzialmente incasinato a vedere le cose secondo un'altra visione filosofica piuttosto che da quella in cui si trova "incastrato", invece di ricorrere a terapie che scavano nelle pieghe del cosidetto "inconscio"... Infine, trovo che sia perfettamente dignitoso guadagnarsi da vivere in questo modo, essendo effettivamente utili agli altri e al mondo, nonché a se stessi, senza davvero rubare nulla a nessuno!
    Cordiali saluti Antonello Serra

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  6. Caro Antonello, infatti, come te, credo che non vi sia, a rigore, niente di male nel farsi pagare per impartire quelle che mio parere rimangono in sostanza delle lezioni di filosofia (sui generis, va bene, ma oseresti chiamarle "terapie"?).
    Io ti rimando il problema del percorso di formazione e del famigerato "albo dei consulenti". Capisci in che tipo di business si si sia incassata una parte degli accademici italiani?

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