venerdì

Negazione e accettazione della diversità



La coscienza ingenua è naturalmente orientata a giustificare il rispetto per la diversità sulla base della sua negazione. Per quanto l’osservazione possa apparire paradossale, l’attribuzione di eguale dignità personale a colui che si pone di fronte a me manifestando segni più o meno evidenti di differenza, dipende da un toglimento essenziale della diversità. L’altro, pur essendo diverso (e cercherò tra breve di riempire lo spazio semantico dischiuso dall’aggettivo), riceve accoglienza in virtù del suo essere – in fondo – non diverso, cioè uguale all’accogliente. La riconduzione di me e dell’altro all’interno della sfera di comunanza fa sì che nell’esistenza ordinaria io possa segnare col carattere di accidentalità le differenze, e valutare come essenziale quel che ci accomuna. L’essere tutti egualmente umani è la consueta replica alla discriminazione razziale, l’esser tutti egualmente connazionali è la nota risposta alle ostilità regionali, l’esser tutti parimenti persone si mostra in generale quale orizzonte di annullamento di ogni meccanismo escludente. Simmetricamente, non v’è discriminazione che non affondi le proprie radici nella talvolta inconsapevole negazione di quella comunanza di condizioni. A quel punto l’altro è non-persona, è in qualche maniera disumanizzato[1]. O comunque, senza degenerare in fenomeni gravemente degradanti, la sola vistosità della differenza implica un’accentuazione dell’attenzione sul dato biologico, culturale o psichico che segna un’irriducibilità dei due termini della relazione. In questa risposta elementare e semplificata che la coscienza comune fornisce quale risoluzione del tema si annida un fondo di verità, che può essere utile ricostruire a partire da alcuni passaggi analitici. L’altro è veramente altro, ma al tempo stesso non lo è. L’equilibrio o il disequilibrio nella doppia manifestazione del diverso, reso tale da una comunanza che ne consente il confronto, e che potrebbe forse rivelarsi più forte della differenza stessa, è assai difficile da affisare, ma richiede l’attraversamento di questioni inevitabili, determinato in primo luogo dalla chiarificazione sulla natura dei termini della relazione. Io e tu, identità e alterità, si riferiscono in questo contesto a una sfera interpersonale, i cui soggetti relati consideriamo comunemente come persone, ricorrendo a un concetto – quello di essere personale – difficile da controllare. I passaggi teoretici per costruire un discorso fondato intorno a tali temi sarebbero numerosi, ed è qui possibile enuclearne soltanto i nodi “finali”, o maggiormente esposti, che la filosofia dobrebbe ancora e più incisivamente porre a oggetto della propria attenzione: 1) la chiarificazione della nozione di “persona”; 2) la giustificazione della diversità interpersonale, implicante l’immediato e complicato passaggio dal was ist? e il wer ist?; 3) il meccanismo di equilibrio che nell’agire etico tiene in gioco l’oscillazione tra comunanza e alterità, tra accoglienza e diffidenza, tra riconoscimento ed espulsione.
Pare difficile in tempi oscuri come quelli che attraversiamo - specie in Italia - porre con pacatezza questi temi, a causa di un ripugnante sovrabbondare di linguaggi e contenuti xenofobi che logora progressivamente qualsiasi cervello. Facciamo ancora un piccolo sforzo.




[1] C. Scognamiglio, Disumanizzare la vittima: pregiudizi e aggressività collettiva, in I. Gagliardini e G. Bortone (a cura di), L’aggressività e il bullismo nella scuola. Prevenzione e intervento, Kappa, Roma 2007, pp.71-78.