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Il ritorno di Lombroso


Chiunque si sia occupato anche marginalmente di psicologia, e in senso lato di scienze umane, conosce a fondo le difficoltà nell'interpretazione dei comportamenti. La specificità delle condotte aggressive, poi, risulta un tema tanto intrigante quanto interessante su molti piani, da quello educativo a quello giuridico.
Parecchi decenni fa Cesare Lombroso tentava con la fisiognomica di definire sul piano organico alcuni caratteri propri dell'essenza criminale, così come ancora oggi - soprattutto negli Stati Uniti - è tornata di voga la passione per la ricerca del "gene" criminogeno. Fior fior di scienziati recuperano sangue e sudorazioni di metallari, scippatori e writers per ricavarne un indizio che possa dimostrare la connessione tra corporeità e malvagità.
Assai evidente è la ricaduta pedagogica (o meglio, antipedagogica) di tali ipotesi, come pure la connessione economica legata al mercato degli psicofarmaci. Non a caso, sembra che negli USA i "malati" di ADHD (iperattività, per i profani) siano tali da dover diffondere ampiamente l'uso del relativo farmaco risolutivo.
Chissà poi se tra le ricerche "scientifiche" di statistica patologica e i finanziamenti privati alle ricerche stesse si possa instaurare una qualche relazione...
Anche in Italia però, abbiamo i nostri piccoli lombrosiani. Non ci spingiamo fino ai livelli degli USA, ma qualcosa si muove.
In un libro molto recente (intitolato Per una didattica speciale di qualità, 2008, curato da Lucio Cottini e Lanfranco Rosati) compare un capitolo redatto da Daniele Fedeli (Univ. di Udine), assolutamente emblematico.
Dedicato genericamente ai "problemi del comportamento", il saggio si avvia neutralmente nell'ambito della descrizione definizionale e classificatoria affidandosi a una prospettiva oggettivistica gestita con equilibrio. Poi, a un certo punto, compaiono degli interessanti incisi.
Si parte da una distinzione empirica. Fedeli discrimina tra aggressività manifesta ("attacco fisico e verbale, come ad esempio colluttazioni, uso di armi, minacce, aperta violazione di regole e sfida dell'autorità" - raccomando di porre particolare attenzione a questi due ultimi punti e alle loro implicazioni politico-sociali - e aggressività covert, un po' più blanda, consistente ad esempio nel "rubare, marinare la scuola, abusare di sostanze psicotrope").
Sulla base di una bibliografia di riferimento Fedeli espone la possibile eziologia:
«fattori ereditari: è stata rilevata una maggiore ereditarietà per i comportamenti apertamente aggressivi [...] fattori neuro-biologici: l'aggressività manifesta si collega spesso ad alterazioni dei sistemi neurotrasmettitoriali (con particolare riguardo alla dopamina e alla serotonina) e dei circuiti fronto-sottocorticali». L’autore non è nuovo rispetto a tali accostamenti. Altrove ha scritto: «per la categoria dei disturbi da comportamento dirompente si sono raggiunti risultati significativi sia nell’individuazione dei pool di geni coinvolti, sia nella comprensione dei meccanismi eziopatogenetici relativi a diversi sistemi neurotrasmettitori ali […] è impossibile ignorare o sottovalutare l’influenza di determinanti genetiche nella comparsa di comportamenti sregolati. Tale affermazione è tanto più condivisibile quanto più si studia il ruolo delle aree corticali prefrontali nella genesi di comportamenti sociali complessi, come ad esempio quelli empatici o quelli basati su norme morali. Allo stesso modo, sono ormai numerose le ricerche relative al ruolo dei fattori genetici nella comparsa di molti disturbi psicopatologici» (D. Fedeli, Bullismo: i modelli eziologici multidimensionali ed intervento riabilitativo, in I. Gagliardini-G. Bortone, Aggressività e bullismo nella scuola, Kappa, Roma 2007). Naturalmente Fedeli tiene dentro la sua eziologia anche fattori ambientali e modelli genitoriali (ci mancherebbe!), ma si intravede una forza persuasiva, data dallo stesso uso dell’aggettivazione, assegnata alle componenti organiche, la cui decisività è talvolta definita “stringente”, o con altre formule indicata come innegabile, salvo poi esser costretti a cominciare ogni indagine della correlazione tra organicità delle cause e comportamenti con un “sembra che…”. Questo “sembra”, spesso ripetuto da molti studiosi, è una forma odiosa per mostrare prudenza, perché poi, negli sviluppi testuali, confligge apertamente con toni e aggettivali evocanti infallibilità medico-scientifica.
Naturalmente si tratta di discutere in modo tecnico i dati delle relative indagini. E tuttavia mi pare che il gioco sia tutto nel verbo "collegare" o “correlare” che viene usato per connettere un comportamento a un risultato di misurazione organica.
La categoria epistemologica del collegamento non ha valore univoco. Un ragionamento serio dovrebbe dire se si è in grado di stabilire un rapporto di causazione di un fattore sull'altro; ma si tratta di un'impresa impossibile. E allora qual è il risultato del ricorrere al semplice "collegamento"? Quello di indurre nel lettore l'idea della possibilità di gestire A manipolando B.

Un modo di procedere preoccupante, e a tratti spaventoso.
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1 commento:

  1. Anonimo19:20

    Hai pienamente ragione, Carlo, con un abile uso dell'aggettivazione si può passare dal sostenere una tesi all'insinuarla. Con la decisiva differenza che sostenere una tesi implica portare argomenti e prove scientifiche; per insinuarla, invece, è sufficiente la scelta di qualche aggettivo idoneo. Con la prima si fa scienza, con la seconda tutt'altro. Molto importante anche il tuo ricordare che dietro molte, troppe tesi pseudoscientifiche si celano interessati legami con grandi interessi economici. O, tutt'al più, la speranza di poterli stringere tali legami, grazie ad una sorta di meriti...pregressi.

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