venerdì

La parabola dell'idealismo italiano



Recensione: M. Musté, La filosofia dell'idealismo italiano, Carocci 2008.

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Il libro di Marcello Mustè può essere presentato soltanto a partire da una puntualizzazione. Pur essendo forse la prima esplorazione sinottica dell’idealismo italiano percorsa attraverso le sue più eminenti personalità, capace di estendersi su un arco temporale che attraversa l’intero secolo ventesimo, non è un libro di storia della filosofia. Non v’è dubbio che l’attenzione storiografica dell’autore emerga costantemente nel dispiegarsi dell’architettura del testo, ma prevale l’intentio filosofica, l’impronta teoretica vólta all’interpretazione, alla sintesi, e alla problematizzazione dei temi in campo. Lo sviluppo degli argomenti persegue un equilibrio nel bilanciare gli spazi e le discussioni relative ai singoli autori. Un terzo del volume ripercorre la filosofia di Croce e Gentile, nucleo fondazionale e impronta decisiva per l’intero dibattito derivatone, ma nel seguito si offre ampio margine alle questioni emerse nell’ambito delle diverse “scuole”, dai primi allievi gentiliani (in rilievo tra questi il profilo di Vito Fazio-Allmayer, ricostruito con grande efficacia e penetrazione culturale, ma non meno importanti sono le notazioni su De Ruggiero, Omodeo, Carlini e Saitta) per illustrare le problematizzazioni interne al dibattito sull’attualismo, con particolare cura analitica verso le filosofie di Guido Calogero e Ugo Spirito.
Sul fronte dell’eredità crociana, Carlo Antoni, Enrico De Negri e Luigi Scaravelli sono impegnati intorno al complesso tema del “giudizio”, per mezzo del quale in quegli stessi autori risultano riflesse tutte le peculiarità dei “tormenti” concettuali che già assillarono Croce. In conclusione di volume, Mustè si spinge ai margini dell’idealismo e in qualche modo della stessa nozione di filosofia a esso legata, entrando in contatto con l’etnologia di De Martino, la storiografia cantimoriana e la prospettiva storico-culturale di Eugenio Garin.Ma, come annunciavo in apertura, ciò che meglio caratterizza questo libro è propriamente il piglio teoretico con cui viene condotta la ricostruzione, ch’è dunque segnata da una ben delineata interpretazione. Sul piano ermeneutico sono forse due i punti qualificanti della prospettiva di Mustè. In primo luogo, appare assai significativa la determinazione a far germogliare l’indagine sopra l’idealismo italiano dal cuore della filosofia hegeliana, nei gangli della dialettica. É lì che viene individuato infatti il punto problematico dell’idealismo, nell’idealità del finito, cui i temi dell’astrazione, del circolo e della dialettica sono fortemente congiunti.
Questa scelta, sebbene nel caso di Croce parrebbe poco rispettosa del dettato storiografico sulla “formazione” di quella prospettiva, del suo speciale idealismo, risulta invece assai indovinata e capace, come poche altre, di centrare il cuore pulsante e al tempo stesso la principale fonte di difficoltà di quella tradizione di pensiero. Il rapporto di Croce con la filosofia hegeliana è infatti in un primo tempo mediato dal contatto con autori a lui più familiari, come Francesco De Sanctis, Antonio Labriola o anche Karl Marx, ma mai del tutto assente. Lo scambio epistolare con il giovane hegeliano Giovanni Gentile, sarà dunque destinato a rinvigorire e sollecitare questo confronto.
Dopo aver scritto l’Estetica, del 1902, e accingendosi all’approfondimento dell’altra forma dello spirito teoretico, il concetto, Croce si imbatte nella grande intuizione hegeliana della teoria della filosofia come concetto universale concreto, che come superamento di ogni teoria del concetto astratto implica in sé la dialettica, e dunque la teoria degli opposti, o meglio, la dialettica come sintesi di unità e opposizione. Ciò che a Croce appare più vivo della filosofia hegeliana è infatti quella la teoria degli opposti, che restituisce la concretezza del pensare filosofico come coglimento della realtà nell’unità e al tempo stesso nelle divisioni. La concretezza risolta nell’identità di reale e razionale non può che generare l’esaltazione della storia, ed è questo un ulteriore merito che Croce riconosce alla filosofia di Hegel. Ma nella logica Croce ravvisa anche “ciò che è morto” di quella filosofia: l’universale concreto non può essere compreso soltanto come sintesi di opposti, ma dev’essere pensato anche come sintesi dei distinti, che non vanno mai posti come parti né classificazioni del concetto, bensì come autodistinzioni interne al concetto medesimo. Il punto filosofico che Croce mette sul tavolo consiste proprio nella rivendicazione della concretezza dei distinti. Gli opposti sono momenti astratti; ogni distinto è invece esso stesso concreta sintesi di opposti. L’errore di Hegel consisterebbe dunque nell’ingiustificata estensione del meccanismo della sintesi di opposti a quella che è invece una sintesi di distinti, ossia una logica dei gradi.
In Gentile il rapporto con Hegel è più strutturale. La dialettica ha rappresentato fin dalla giovinezza il metodo e il centro della discussione teoretica di Gentile. Se il tentativo di riforma intrapreso da Croce può essere interpretato come revisione estrinseca, cioè come “selezione”, nella pur meditata e assorbita lezione hegeliana, di quanto potesse risultare funzionale a quella sua teoria dei distinti, che preesiste e resiste al contatto con la Scienza della logica, in Gentile si assiste invece a un indirizzamento particolare, in linea con quanto già iniziato da Bertrando Spaventa, della logica hegeliana, a partire tuttavia da problematiche a essa intrinseche, per conseguire poi risultati a quella estranei. La formazione di Gentile come filosofo ha un’impronta segnatamente hegeliana. Il suo maestro alla Normale di Pisa, Donato Jaja, si concepisce epigono dello hegelismo napoletano, in particolare dell’opera di Bertrando Spaventa (zio di Benedetto Croce), e a tale tradizione inizia il proprio allievo.Mustè da parte sua mostra tutta la “stringenza” di quel legame quando individua nell’impostazione crociana, ispirata dallo Hegel in maniera meno evidente rispetto all’attualismo, un punto importante: «la conclusione del confronto con Hegel richiamava l’articolazione della realtà nelle categorie, e dunque la logica della distinzione, che Hegel aveva violata, estendendovi abusivamente la dialettica degli opposti. La filosofia dello spirito appariva, così, strutturata intorno al ritmo proprio delle forme distinte » (p. 19).
L’altro punto nevralgico sul piano della proposta teoretica di Musté va invece cercato nel breve epilogo, che raccoglie ed esplicita un sentimento che pervade l’intero scritto, in cui evidentemente l’autore esercita il proprio biasimo nei confronti dell’atteggiamento liquidatorio che una parte importante delle tendenze filosofiche penetrate o maturate in Italia negli ultimi decenni, hanno avuto ed hanno nei confronti di una tradizione che, nel bene o nel male, ha dominato la cultura del nostro Novecento. Ma non si tratta della solita polemica tra studiosi. Mustè formula un monito “pesante”, raccogliendo in parte quell’idea tutta crociana dell’identità stessa tra filosofia e idealismo: «parole che spesso si sono sommate a parole, invettive che si sono aggiunte a invettive, con il corredo, forse in questi casi inevitabile, delle frasi fatte e del sentito dire: sui filosofi idealisti che avevano offeso la libertà, maltrattato la scienza e i fatti concreti […] Posizioni non prive, a volte, di superficialità, che si potrebbero ormai considerare con indulgenza, con il sorriso bonario con cui si osservano, saggiamente, le cose del passato […] se non fosse per il fatto che, attraverso un simile congedo dell’idealismo, a venire messa in causa è stata, al tempo stesso, la filosofia» (p. 213).
Naturalmente non è ai detrattori che viene attribuita la responsabilità del graduale esaurirsi dell’idealismo, meglio ravvisabile in un’interna criticità, in quella sua difficoltà – anch’essa tipicamente hegeliana – a tener fermi e solidi i propri fondamenti speculativi. La storia di quella interiore problematicità è ciò che l’autore ha provato a ricostruire e, si può dire, è riuscito a indicare con assoluta efficacia.
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(questo testo è tratto dalla recensione già pubblicata sul sito www.filosofiaitaliana.it)
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