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Il volo dei corvi


L'edizione italiana de Il volo dei corvi (titolo originale: Graci uleteli, 2005), l'ultimo romanzo di Sergej Nosov, è una delle molteplici intraprese editoriali di Voland, che non manca mai di proporre testi originali e intriganti.

La storia si snoda in una San Pietroburgo oscillante tra il "prima" e il "dopo", raccontata in un oggi malinconico, eppure afferrabile solo attraverso costanti richiami a uno ieri evocato non senza ironia. Tre improbabili personaggi - un professore di matematica e toponomastica, un guardiano di depositi per "vocazione" e uno scavezzacollo con velleità artistiche - incrociano le loro curiose vicende personali intorno a un evento. Alcuni anni prima rispetto al tempo dello svolgimento narrativo, dunque in anni sovietici, i tre amici, ubriachi, si ritrovarono a urinare da un ponte sul fiume Neva. Per una serie di circostanze, Tepin, quello dei tre dominato da ambizioni artistiche, affiancandosi a una giovane critica d'arte -Katrin - decide deliberatamente di interpretare quel gesto come una performance concettuale. L'evento acquisisce una sua credibilità, i tre finiscono sul giornale, e di qui si dipanano una serie di storie quasi tutte irrisolte, accompagnate dai sistematici tentativi di Tepin (detto "zio Tepa") di conseguire la gloria e permanere nei manuali di storia dell'arte. Posta l'idea iniziale, Nosov sembra tuttavia smarrirla nel corso della narrazione, che diventa sempre più evanescente, finendo per diluire in nulla l'intreccio.

Nel complesso, la parte più interessante del libro è costituita dalle discussioni ivi ricostruite, con buona dose di ironia, sull'arte concettuale, o meglio "arte attuale", in cui Tepin cerca di affermarsi sperimentando le performance più impensabili, dalla spedizione di cartoline a personaggi del passato (per poi esibire la lettera tornata indietro), alla decapitazione di un gallo poggiandosi su "L'idiota" di Dostoevskij.
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