mercoledì

Un passaggio "opaco"

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La ricerca ontologica, nello sforzo di definizione categoriale, in particolare per quel che concerne le categorie generali dell’essere, si pone al di qua della scelta tra idealismo e realismo, dal momento che tanto la pretesa di inseità dell’essere, quanto una sua costituzione trascendentale, o addirittura un sensismo scetticheggiante, non possono che lasciar essere l’essere. Che lo si intenda come fenomeno o noumeno, l’essere è, e non è nulla. In questo senso, la domanda sull’essere dell’ente concerne una determinatezza di cui è del tutto estrinseco decidere l’appartenenza al regno del vero o delle apparenze. La difficoltà che sopraggiunge, in una situazione di per sé già sufficientemente delicata, con il passaggio dalla domanda sull’essere dell’ente allo studio delle categorie, e soprattutto in relazione alla legittimità di tale passaggio. C'è in gioco l'idea - da vagliare in tutti i suoi aspetti - che l'articolazione delle categorie implichi una molteplicità non ricavabile dall'ente in quanto ente, ma necessariamente agganciata alla sfera rappresentazionale, o fenomenica. Il che non è detto che costituisca un problema, ma implica un passaggio dall'ontologico puro a quelle che vengono talvolta definite "ontologie empiriche", non facile da cogliere e definire.
La metafisica tradizionale, a partire da Aristotele, non ignora ma anzi presta costante attenzione ai fenomeni nella definizione delle categorie; lo stesso Kant, pur in un’ottica trascendentalista, si appoggia al riferimento “empirico” dei giudizi possibili, per dedurne la condizione categoriale. Quella di volgere l’attenzione al fenomeno, per estrapolarne l’essenza non è necessariamente una scelta soggettivistica, ma è l’unico modo per molti pensatori, come Nicolai Hartmann, di “lavorare” con quel che abbiamo a disposizione. Questa è dunque una strada, probabilmente la più battuta, nella storia dell’ontologia come dottrina delle categorie.
Per altro verso, il lavoro ontologico che domina tutta la prima parte della Wissenschaft der Logik di Hegel mostra un percorso di emersione delle categorie assolutamente originale, che non ha, come in Kant, la possibilità di costituirsi attraverso un’analogia con i giudizi, né presta attenzione al fenomeno. Nella Logica hegeliana (che non è una logica nel senso consueto del termine, bensì una vera e propria metafisica) le categorie emergono l’una dall’altra attraverso una maturazione interna alla cosa stessa. Il Dasein sembra esperire (non nel senso empirico del termine, ovviamente) la propria stessa articolazione categoriale. Ma fino a che punto è possibile seguire Hegel nella sua concatenazione categoriale? Si tratta di una domanda difficile, da non sottovalutare, e che impone un confronto serrato con le pagine della Logica hegeliana.
Per altro verso, la ricaduta della dialettica nell'ambito della filosofia della natura e dello spirito, rivela un'indubbia intrusione dell'empiria nell'argomentazione hegeliana, e lascia aperta la sensazione che tra logica e filosofia della natura (ma anche della storia, dell'arte e quant'altro) si ritrovi una distinzione tra ontologia generale e ontologie speciali, tra filosofia prima e filosofia "seconda", così come in Hartmann si vede un diverso percorso argomentativo nell'indagare le categorie generali (modalità) e le maniere d'essere, rispetto alle polarità elementari (indicate rapsodicamente) fino alle categorie speciali (direttamente emerse dalle scienze empiriche).
Il passaggio dall'ente alle categorie, o meglio, dalla ricerca ontologica intorno all'ente a quella riferita alle categorie, sembra sempre, a un certo punto, diventare opaco, come se intervenisse uno scarto teorico di cui è difficile indicare la natura.
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