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Redazione e partizione della "Logica" hegeliana

(traccia della lezione del 30 marzo 2009)
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Il proposito di questo seminario consiste nell’esplorazione del significato che la nozione di “logica” acquisisce all’interno della principale opera che Hegel le ha dedicato. Probabilmente alcune delle notazioni iniziali dovranno poi riemergere in seguito, quando il contatto col testo si farà più stringente, ma non si tratterà di semplice ridondanza, la quale ha pure un valore nell’esperienza didattica, bensì di osservazione ravvicinata, come risulterà chiaro all’occorrenza.
I temi della logica attraversano l’intera produzione hegeliana, e numerosi sono i contributi bibliografici orientati a ristabilirne genesi e complicazioni, per cui non appare utile né facilmente praticabile un ulteriore attraversamento concettuale di quel percorso, pur riconoscendone l’assoluta importanza e anzi tenendone per acquisiti i principali risultati. Si può ampiamente discutere la spinosa questione del ruolo assunto dalla logica e dalla fenomenologia nella loro ricomprensione sistematica dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, e certamente sarà necessario accedere a questo territorio problematico, ma l’attenzione prevalente di queste lezioni è rivolta al senso del “logico” in quanto tale nella Scienza della logica. Quest’opera non conosce una redazione, come dire, “definitiva”, poiché il suo rifacimento, avviato da Hegel alla fine della sua vita, risulta incompleto, e la sua collocazione all’interno del sistema costituisce di per sé un problema filosofico, oltre che interpretativo.
Sebbene Hegel cominci ad elaborare la Logica a Bamberga, poco dopo la pubblicazione della Fenomenologia dello spirito, è a Norimberga che ne redige compiutamente il testo (per questo motivo l’opera è ricordata anche come “Logica di Norimberga”), durante il periodo di insegnamento al Ginnasio (cui risalgono i testi logici della Propedeutica filosofica), nell’arco di un quinquennio: 1812 primo libro (dottrina dell’essere), 1813 secondo (dottrina dell’essenza), 1816 terzo (dottrina del concetto). Ma molti anni più tardi, nel pieno della maturità filosofica, Hegel rimette mano alla Logica. A Berlino nel 1831 ripubblica il primo libro profondamente rivisto (questa rivisitazione è ricordata appunto come la “Logica di Berlino”). La morte gli impedisce di proseguire. Delle pubblicazioni successive che allievi ed editori proposero del testo hegeliano, si segnala come più attendibile quella edita da G. Lasson nel 1923 presso l’editore Meiner di Lipsia, costituita dall’accostamento del primo volume redatto da Hegel in tarda età agli altri due libri secondo la loro prima redazione. Questa successione suggerisce a chi voglia approfondire lo studio della logica hegeliana che a rigore, per conseguire un’adeguata comprensione dell’opera, occorrerebbe evitare di affidarsi esclusivamente alle versioni correnti, basate sull’edizione Lasson, che appunto fa seguire la dottrina dell’essenza e del concetto a una logica dell’essere assai più tarda, pensata alla luce di meditazioni intorno al risultato complessivo della prima edizione e dell’Enciclopedia. Al contrario, meglio sarebbe leggere la Scienza della logica nella sua prima redazione per proseguire con l’analisi della dottrina dell’essere datata 1831. Si può altrimenti tener conto del suggerimento del filosofo Friedrich Adolf Trendelenburg, il quale proponeva la ricomposizione di una coerente dottrina logica hegeliana attraverso l’accostamento del primo libro riscritto nel 1831 alle sezioni sull’essenza e il concetto redatte da Hegel nella cosiddetta “piccola Logica”, cioè nella prima parte dell’ Enciclopedia (con riferimento all’edizione del 1830): «dove l’ Enciclopedia e la grande Logica divergono, bisogna dar la preferenza all’Enciclopedia sulla Logica; dove concordano, basta l’Enciclopedia, ed è anzi da preferire per la sua pregnante brevità, dove si tratta di determinare in modo chiaro e sicuro il pensiero di Hegel per giudicarlo»[1].
Sul rapporto tra la “grande” e la “piccola” Logica, che ha un suo spazio specifico nella letteratura critica dedicata alla filosofia di Hegel, fornirò solo qualche indicazione di massima. Il nodo, su cui tornerò in seguito, del rapporto tra Fenomenologia e Logica, è la vera chiave per capire la relazione tra le due versioni. Se al momento della sua prima redazione la Scienza della logica è ancora in certo qual modo “agganciata” a quell’idea del “sistema della scienza” le cui porte erano state aperte dal cammino fenomenologico (il titolo esteso della Fenomenologia nel 1807 era infatti: Sistema della Scienza, parte prima: Fenomenologiadello spirito), lo sforzo sistematico cui Hegel è chiamato da esigenze accademiche ma certamente anche da interessi scientifici propri, produce un a graduale revisione di quello schema iniziale. Nell’Enciclopedia infatti non si comincia più dall’istanza fenomenologica, bensì dalla logica stessa, recuperata ora come vero fondamento metafisico, a discapito di una fenomenologia che nell’ Enciclopedia viene costretta in uno spazio assai angusto, quale momento centrale dello spirito soggettivo, tra psicologia e antropologia. Si può certo suggerire che la fenomenologia enciclopedica non è lo stesso della fenomenologia intesa come via d’accesso alla conoscenza, la quale rimane sostanzialmente intatta e scompare dal sistema in quanto “esterna” – in un certo senso – a esso. Ma questa soluzione, anziché preservare la fenomenologia dalla sua semplificazione successiva, la espelle definitivamente dalla scienza, racchiudendola nella gabbia della “narrazione esperienziale dello spirito”. Nell’Enciclopedia essa mantiene il suo nucleo teorico (l’innalzarsi del processo conoscitivo dalla semplice coscienzialità alla spiritualità), ma non la potenza iniziatrice, per le ragioni che le pagine hegeliane sul cominciamento – e il dibattito che ne è seguito – hanno voluto problematizzare.
La traduzione italiana che utilizziamo, di Arturo Moni, si basa sull’edizione Lasson. Fu pubblicata per la prima volta da Laterza nel 1925 e riveduta da Claudio Cesa nel 1968.

Come abbiamo anticipato la Logica si dispone in tre libri, relativi alla dottrina dell’essere, dell’essenza e del concetto. Ma la partizione presenta una complicazione che è bene far emergere subito.
Nell’Introduzione alla Scienza della logica Hegel precisa il senso generale delle partizioni nei libri di filosofia, scrivendo:

«tengo a ricordare che le partizioni e le intestazioni dei libri, delle sezioni e dei capitoli, date nell’opera, come anche le spiegazioni che vi si riferiscono, son fatte per agevolare uno sguardo preliminare […] esse non appartengono al contenuto e al corpo della scienza, ma son riassunti della riflessione estrinseca, che ha già percorso l’intiero svolgimento, epperò conosce e dichiara in precedenza i momenti di quello, prima che vengano ad apparire per mezzo della cosa stessa» (p. 37).

Tuttavia nonostante queste precisazioni, che certamente corrispondono al pensiero genuino dello Hegel, non si può non notare come questa stessa idea di “partizione” – messa in contrapposizione al maturare dei momenti nel cammino della cosa stessa – abbia invece una natura propriamente filosofica, e possa essere compresa soltanto a partire dai risultati teoretici qui conseguiti.
Poche pagine più avanti Hegel inserisce un apposito paragrafo come chiusura dell’introduzione, intitolato appunto «Partizione generale della logica». A tutta prima vi si riconosce un particolare rilievo assegnato dall’autore all’anticipazione dell’architettura dell’opera. Si tratta di un’anticipare, che a ben vedere è piuttosto una retrospettiva, in quanto l’inizio della logica trova giustificazione e fondamento nella conclusione del percorso (così come accadeva già nell’itinerario fenomenologico) e solo il compimento di esso può effettivamente guardare retrospettivamente all’intero e scandirne i momenti, che sono tali rispetto all’intero, e non presentano una propria autonomia. Scrive Hegel:

«ciò che si è detto del concetto di questa scienza e del punto intorno a cui si aggira la sua giustificazione, importa che la partizione generale non possa esser qui se non preliminare, che non possa cioè in certa maniera esser data se non in quanto l’autore conosce già la scienza, epperò è in grado di dichiarar qui in precedenza storicamente a quali differenze principali si determinerà il concetto nel suo sviluppo. Si può nondimeno tentare di rendere anticipatamente intelligibile, in generale, ciò che si richiede per la partizione, sebbene anche in questo bisogna ricorrere a un procedimento metodologico il quale non ottiene il suo pieno chiarimento e giustificazione altro che dentro la scienza» (p. 42).

Su questa premessa hegeliana si possono fare subito alcune brevi considerazioni. Nelle precedenti pagine dell’introduzione Hegel aveva esposto la natura – su cui torneremo – della scienza logica, e pure aveva messo in guardia rispetto al valore estrinseco delle intestazioni e partizioni preliminari; qui ribadisce l’impossibilità di predeterminare i momenti della logica, in quanto essi devono emergere l’uno dall’altro secondo una necessità interna alla cosa stessa e al suo movimento, ma anche perché questo compito soggettivo che la scienza si assume nel determinare concettualmente il proprio sviluppo, non può che sorgere all’interno della logica del concetto, cioè con il terzo momento della scienza della logica. Il concetto è la verità dell’essere e dell’essenza e la logica del concetto è la verità dell’ontologia.
La partizione è una sorta di esposizione della determinazione del concetto, «esprime in maniera sviluppata cotesta determinatezza del concetto» (ibid.). Va segnalata in questo caso la bella nota di Moni a pagina 43.
Leggiamo Hegel:

«Così è l’intero concetto, che una volta è da considerare come concetto che è, e un’altra volta come concetto. Sotto il primo riguardo esso è soltanto concetto in sé, concetto della realtà o dell’essere; sotto il secondo invece concetto come tale, concetto che è per sé […] In conseguenza la logica dovrebbe anzitutto dividersi in logica del concetto come essere, e del concetto come concetto […] in logica oggettiva e soggettiva» (p. 44).

Oltre alla tripartizione già menzionata nei libri relativi all’essere, l’essenza e il concetto, la Scienza della logica prevede dunque un’altra organizzazione interna, che articola l’opera due volumi: una «logica oggettiva» (che include la dottrina dell’essere e quella dell’essenza) e una «logica soggettiva» (inclusiva del solo terzo libro, la logica del concetto). La mediazione tra il concetto in sé e il concetto per sé costituisce «la scienza dell’essenza, che sta di mezzo fra la scienza dell’essere e la scienza del concetto» (p. 45), e tuttavia viene collocata anch’essa nell’ambito di una logica oggettiva, in quanto non vi è maturato il carattere di soggettività.

La logica oggettiva, partendo dunque dal risultato della fenomenologia (il sapere assoluto), dispiega alla maniera hegeliana l’identità di pensiero ed essere attraverso la costruzione di un vero e proprio discorso ontologico. Come scrive Hegel, essa sostituisce di fatto la vecchia metafisica, in particolare l’ontologia, «la parte dell’antica metafisica che doveva ricercare la natura dell’ ente (Ens) in generale (e l’ente comprende in sé tanto l’essere quanto l’essenza, una differenza per cui la nostra lingua ha fortunatamente serbate due diverse espressioni)» (p. 47).

Il compito della logica soggettiva, invece, è quello di mostrare come dall’identità reale di pensiero ed essere si costituisca una soggettività (e dunque anche l’oggettività). In questo senso la logica del concetto rappresenta il vero compimento del percorso iniziato con la fenomenologia: la logica, dopo aver spiegato come ogni nostro atto conoscitivo non sia una conoscenza contrapposta alla realtà, deve però tornare a spiegare come mai esista un soggetto e come mai esista un processo conoscitivo dal punto di vista della struttura (insieme soggettiva e oggettiva) della realtà.

Cerchiamo dunque di penetrare meglio questa partizione, sebbene sia possibile farlo in questa sede soltanto “a volo d’uccello”, e tuttavia quanto basta per ricavare un’idea generale del percorso hegeliano. I momenti salienti della dottrina dell’essere si inanellano a partire dalla grande questione del “cominciamento”, attraverso la posizione del problema – per Hegel nient’affatto accessorio – sull’elemento con cui “si deve incominciare la scienza”. La stessa nozione del cominciare, evoca la difficoltà di un nulla da cui deve uscire un essere, un nulla che non è nulla, ma unità di essere e nulla; un’unità che non può essere completa identificazione, ma anzi esige una diversità:

«perché il cominciamento accenna a qualcos’altro; - è un non essere che si riferisce all’essere come a un altro; ciò che comincia non è ancora; va, soltanto, all’esser […] Ma, inoltre, quello che comincia è già; in pari tempo, però, non è ancora» (pp. 59-60).

L’impossibilità di assumere come inizio un mediato, impone di partire da una pura immediatezza, dall’essere in generale, il cui essere del tutto privo di determinazioni lo rende nient’altro che nulla. L’inizio si colloca dunque in un’oscillazione tra essere e nulla. La loro verità è dunque nel dileguare l’uno nell’altro, è il divenire. Ma togliendo i suoi momenti (essere e nulla), il divenire rimuove e supera anche sé stesso, precipitando così in un risultato calmo, il Dasein. L’esserci è, come il divenire, sintesi di essere e nulla, ma non più come reciproco rinvio di nascere e perire, bensì si sintetizza nella forma di un essere con un non-essere, dove evidentemente si crea un’a-simmetria a vantaggio dell’essere sul non-essere. L’esserci è determinato, dunque costituisce la prima categoria delle logica oggettiva, la qualità, dove con questa nozione deve intendersi proprio l’essere determinato in quanto tale: «l’esserci o l’esser determinato è in generale, conformemente al suo divenire, un essere con un non essere, cosicché questo non essere è accolto in semplice unità coll’essere. Il non essere, accolto nell’essere per modo che l’insieme concreto sia nella forma dell’essere, o dell’immediatezza, costituisce la determinatezza come tale» (p. 104). Come determinazione, la qualità è negazione, cioè differenza, il cui togliersi riconduce l’esserci dentro di sé rivelandolo come qualcosa.
Il qualcosa è, in quanto posto contro un altro, il finito. L’essere in sé del qualcosa è negazione del suo altro, e siccome il rapporto con il suo altro è in realtà un rapporto “interno” all’in sé del qualcosa, la negazione dell’altro rappresenta il cessare dell’altro in lui, cioè il suo limite. Il limite è dunque il principio di ciò che esso limita, costituendo in tal modo la contraddizione che lo spinge al di là di sé stesso: «il qualcosa posto col suo limite immanente come la contraddizione di sé stesso, dalla quale è indirizzato e cacciato oltre a sé, è il finito» (128). Dedicandosi a una profonda critica nei confronti di ogni filosofia scissoria rispetto alla relazione finito-infinito (inevitabilmente destinata a ridurre l’infinito a un finito e distruggendo quella stessa relazione), Hegel ribadisce l’unità degli opposti, la comprensione dell’infinito (quale negazione della negazione) come natura del finito: «l’infinità è la sua destinazione affermativa, quello ch’esso è veramente in sé». L’essere in sé è giunto attraverso la dialettica dell’infinità a essere per sé, entrando così nel regno dell’essere compiuto che respinge l’altro da sé, è il regno dell’uno e della pluralità, segnando il passaggio dalla qualità alla quantità. L’unità cui è pervenuto il qualitativo, spiega Hegel, è essere affermativo (immediatezza mediata con sé per mezzo della doppia negazione), è esserci, cioè determinato, ed è esser per sé.
Con l’acquisizione dell’unità ci si inoltra nel quantitativo, puramente inteso come determinatezza che prescinde dal contenuto, cioè dalla qualità, da cui si distingue: «la qualità è la determinatezza prima, immediata; la quantità è invece la determinatezza che è divenuta indifferente all’essere, è un limite che in pari tempo non è limite» (p.195). Ma la grandezza indifferente alla qualità è astrazione, non è nella realtà, per cui attraverso una negazione della negazione la qualità viene ripristinata sotto forma di misura, in cui si sintetizza con il quantitativo. Con la misura ci si avvia in una delle sezioni più difficili della logica hegeliana, che in qualche modo anticipa il passaggio all’essenza. Non avevano tutti i torti gli antichi – osserva Hegel – nel ricondurre nella misura l’essenza delle cose. Se qualità e quantità sono apparse come categorie dell’assoluto, in verità è la misura l’unica categoria, ove le prime due risultano solo quali momenti astratti. A partire da questo passaggio inizia il ripiegamento dell’essere su sé stesso, la riflessione (questa è la riflessione interna o Gegenäufigkeit, non riflessione esterna äussere Reflexion, che è invece l’atto intellettivo del paragonare per via d’astrazione), per mezzo della quale al fondo dell’essere viene ricercata un’essenza, quale nucleo ontologico al di qua di quantità e qualità, e che al tempo stesso si mostri a partire da un abbassamento dell’essere ad apparenza. Ma assai importante è anche la distinzione interna alla logica oggettiva, nel passaggio tra dottrina dell’essere e dell’essenza. L’essere è l’immediato. Nel primo libro della Logica si mostra l’essere nella sua generalità, il costituirsi dell’ente e le sue categorie generali (qualità e quantità, sintetizzate nella misura). Ma l’essere a quest’altezza della trattazione compie come un movimento di rivolgimento in sé stesso (Hegel scrive «s’interna»), in un movimento analogo e parallelo all’atteggiamento del sapere che tende a cercare ciò che sta al fondo delle cose, a quel che sta dietro all’essere, al suo fondamento. In tal modo, l’essere si determina come essenza. Sebbene possa apparire del tutto estrinseca all’essere, questa operazione di isolamento dell’essenza per via d’astrazione, in realtà, scrive Hegel, «l’essenza, qual è qui divenuta, è quello che è, non per una negatività a lei estranea, sibbene per la sua propria, il movimento infinito dell’essere» (p. 434). La riflessione come tale presenta i momenti categoriali dell’identità e della contraddizione, posta come autentica essenza delle determinazioni della riflessione. Il passaggio dalla contraddizione alla categoria centrale dell’essenza, cioè il fondamento (l’essenza è infatti il fondamento dell’essere) è piuttosto oscuro, e viene fatto emergere dalla “rovina” o “precipitazione” della contraddizione, in direzione di un fondo che si costituisce come positivo. Per capire questo passaggio occorre tener presente che a precipitare sono i momenti interni alla contraddizione, (il positivo e il negativo) in quanto indipendenti, e quindi è la falsa-contraddizione a cadere, e ne residua invece il vero fondamento, l’unità dei contraddittori. Nella dialettica del fondamento si alternano poi le figure della forma (fondamento formale) e della condizione (fondamento reale), finché il possesso delle condizioni di una cosa non può che far entrare la cosa stessa nell’esistenza. Per Hegel, è bene sottolinearlo, la cosa è prima di esistere, cioè va intesa prioritariamente come essenza o come incondizionato, e solo secondariamente come esserci determinato. Come osserva Nicolai Hartmann, l’esistenza «è il compimento di qualcosa che si realizza nello sviluppo intemporale processuale, ma preesiste esso stesso, per così dire come idea»[2]. L’esistenza è l’assoluta estrinsecazione dell’essenza, né bisogna ritenere che residui qualcosa dell’essenza al di qua dell’esistenza. L’essere estrinsecazione significa essere fenomeno, ma la molteplicità fenomenica mostra come manifestazione dell’essenza anche la regolarità delle leggi.
Se fino a qui la struttura dell’opera si è rivelata quella di un’originalissima ontologia, il cui spirito verrà approfondito nel corso del seminario, il passaggio alla dottrina del concetto, che giunge a fondare l’intero, costituisce la rivelazione dell’idealismo hegeliano. Hartmann però ha pienamente ragione nell’evidenziare la difficoltà di seguire Hegel nel passaggio dall’essenza al concetto: «dovunque si fanno avanti tesi di carattere propriamente teoretico e metafisico, la dialettica patisce un certo danno: viene piegata con forza a ciò che deve risultare secondo la tesi. Il che naturalmente contrasta con la sua essenza: diviene allora assai problematico, a questo punto, parlare di un passaggio realizzato in aderenza alla cosa»[3]. Lasciamo per ora in sospeso il carattere di questo terzo libro della Logica, sul quale sarà necessario tornare in seguito, secondo la necessità delle questioni.


[1] F. A. Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 1840, pp. 127-128.
N. Hartmann, La filosofia dell’idealismo tedesco, tr. it. di B. Bianco e V. Verra, Mursia, Milano 1972, p. 456.
[3] Ibid., p. 463.