sabato

Sul numero 1 di de-Comporre


Rispetto al numero zero, questa seconda uscita di de-Comporre presenta qualche elemento di novità. Meno poesia, più prosa: questo è il dato estrinseco. Più addentro ai testi, vi si incontra anche un meglio delineato profilo letterario. Procediamo dunque, come di consueto, nel discriminarne il buono e il bolso.
La lettura complessiva del numero 1 lascia un'impressione positiva. Le composizioni sono interessanti e generano il desiderio di ricevere il fascicolo successivo. Tuttavia, qua e là non mancano elementi di debolezza.
Una prima riflessione è generata dalla presenza ricorrente di due temi forti, ripetuti in molte delle composizioni. Mi riferisco primariamente al tema della "morte", rappresentata in modo cruento e quasi morboso nel racconto di Alda Teodorani (Follia quotidiana), negli esperimenti noir di Simone Lucciola (in particolare Cif Ammonical e Scissors blues) e in maniera obliqua nei testi di Amerigo Iannacone (La casa di Teodoro) e Max Condreas (Le Barriere di Buio). La fine della vita non è evocata attraverso sentimenti "classici", come la nostalgia, la meditazione, o l'angoscia. In qualche caso c'è invece un gioco cinico, quasi pulp, con la morte violenta, mentre in altri passaggi, per esempio nel racconto di Condreas, la morte aleggia come possibilità in parte preoccupante, ma comunque dotata di un fascino quasi irresistibile.
La trattazione letteraria dello scabroso tema genera sempre riflessioni importanti, e sollecita la domanda sulla ragione della sua presenza. Personalmente ritengo impossibile la rappresentazione artistica della morte, poiché quest'ultima è il non-essere, e non si dà immagine del nulla, ma semmai del sentimento che lo accompagna. L'uomo della strada, per poter sopravvivere, tende a fuggire il senso della morte, pur essendone circondato e costantemente richiamatovi dagli eventi reali, ricercando forme di vitalità talvolta estreme e degeneranti.
Ma la continua evocazione, provocatoria, diretta, affascinata, dell'evento finale, rappresenta forse una maggiore capacità di accettazione o superiore forza nell'affrontare l'imponderabile? Direi di no. A me sembra invece che la sua sistematica sottolineatura costituisca uno speculare metodo di fuga: evocazione, gioco e scandalo sulla morte, la trasformano in qualcosa di vivo, annullandone l'angosciosa vacuità.
A prescindere da queste considerazioni, la qualità dei racconti è interessante. Max Condreas propone una curiosa storia di fantascienza (genere a me caro) e Simone Lucciola, pur sganciando a ogni riga un pugno nello stomaco del lettore, non stanca e riesce a restituire immagini durevoli.

Un altro elemento letterario piuttosto presente è una certa durezza nella gestione dei contenuti erotici. Questo peraltro è un dato piuttosto diffuso nella letteratura contemporanea, che come altre volte ho "denunciato", spesso spera di colmare le sue poche idee con qualche parolaccia e amplessi violenti (uno a caso: Sandro Veronesi).
Simone Lucciola, Max Condreas e Nadia Turriziani non lesinano riferimenti espliciti, talvolta letterarmente pornografici (naturalmente la cosa non merita di per sé un pregiudizio), ma anche qui il sesso, come la morte, mi pare più esibito che vissuto. La Turriziani in particolare dimostra di gestire bene il tema. Ha una scrittura piacevole e non banale... però le situazioni che costruisce qualche elemento di banalità lo presentano (l'esperienza erotica nella sala cinematografica o in autostrada... insomma sono un pò dei cliché).
Tra le composizioni poetiche direi che il bilancio è inferiore rispetto al numero zero, non solo per quantità, ma anche per altezza lirica. Mi preme segnalare soltanto una poesia veramente bella scritta da Mario Passerini, intitolata Davanti al silenzio.
Per il resto, si gioca un pò troppo con il motivo (assai scontato) del finale ad effetto. Questo è ad esempio il caso di Amerigo Iannacone, che cade nella stessa tendenza sia in versi che in prosa, ma lo stesso vale per Fernando Bassoli (clamoroso è il caso della poesia intitolata Polvere).

Un'ultima notazione voglio riservarla al pezzo di critica inserito al centro del fascicolo da Ambra Simeone. Le sue riflessioni su poesia scritta e orale, sul pubblico e il linguaggio della poesia sono interessanti, soprattutto perché provengono da chi - in qualità di protagonista dell'impresa editoriale in oggetto - frequenta assiduamente un "territorio" di poeti e scrittori più o meno noti mossi dall'esigenza di comunicare mondi e significati. Anche nelle sue parole c'è qualche ingenuità, come quando si riferisce a giornalisti poco obbiettivi (perché è possibile il contrario?) o quando sembra auspicare un'ispirazione meritocratica e non economicista negli editori (perché poi ci dovrebbe essere una meritocrazia nell'arte? come stabilirne i canoni?).
Ma è la rivista in sé che parla di un pezzo di società che resiste al cannibalismo pubblicitario e alla frammentazione spirituale dei nostri tempi, per cui val certo la pena di sostenerla.

2 commenti:

  1. Anonimo16:58

    po' si scrive con l'apostrofo, non con l'accento.

    Ciao, Fernando Bassoli

    www.fernandobassoli.splinder.com

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  2. Ti ringrazio molto per la precisazione. Colgo l'occasione per scusarmi con i lettori per i molti altri refusi... chi scrive su internet tra un impegno e l'altro e nei ritagli di tempo cercherà di scusare una scrittura un pò raffazzonata.
    Cercherò di essere più attento, ovviamente

    saluti,

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