giovedì

Ontologia senza "sostanza"?


Riflessioni sull'ontologia processuale di Johanna Seibt



La filosofa danese Johanna Seibt - in una serie di importanti articoli (The dynamic constitution of things, «Poznań Studies in the Philosophy of the Sciences and the Humanities», 2000, 74, pp. 241-278; Forms of emergent interaction in General Process Theory, «Synthese», 2008, 166, pp. 479-512; Beyond endurance and perdurance: Recurrent dynamics, in Persistence, ed. by Ch. Kanzian, Ontos Verlag, 2008, pp. 133-164) - ha cercato di emancipare la ricerca ontologica dalla nozione di “sostanza”, per sostituirla con una radicale ontologia processuale. Questa operazione, è d’obbligo precisarlo, viene condotta a partire da un apprezzamento, ma anche da un tentativo di radicale superamento, nei confronti della metafisica dell’evento di Whitehead.
Seibt non soltanto ribadisce le difficoltà di concepire la teoria dei quanti – e la nozione di entità “quantica” da essa implicata – alla luce di un’ontologia sostanzialista, ma ritiene che il superamento di quest’ultima favorisca la liquidazione di alcuni problemi storici della tradizione metafisica, come la questione dell’individuazione, i problemi della persistenza, degli universali. Certamente è uno stimolo corretto quello che invita a rivolgere maggiore attenzione alla processualità come categoria fondamentale del reale, e tuttavia non sarei così sicuro che i problemi sopra indicati non finiscano per imbrigliare anche un’ontologia processuale, così come nutro il sospetto che la nozione di “processo”, diversa da quella di processualità, in quanto frutto dell’isolamento di un singolo tratto di movimento dal generale divenire, non sia, in ultima analisi, esso stesso “sostanza”. Secondo la prospettiva della Seibt l’ontologia nella propria storia ha sempre assunto, quale presupposto capitale, una concezione del mondo come somma di individui concreti, numerabili e particolari. Tale convinzione, a mio avviso infondata, è resa esplicita in questi termini: «c’è un assioma del paradigma della sostanza che, per quel che posso vedere, nessuna ontologia post-cartesiana ha sufficientemente rifiutato, il che vale anche per gli ancora esistenti approcci all’ontologia dei processi. Si tratta dell’assunto in base al quale tutti gli individui concreti sono entità particolari. Un individuo concreto è un “questo”, un’entità identificabile di cui qualcosa può esser predicato e che accade nello spazio e nel tempo» (J. Seibt, Forms of emergent interaction in General Process Theory, cit., p. 484). Rispetto a ciò, sono forse sufficienti gli esempi di Hartmann e Hegel per evidenziare i limiti di tale ricostruzione.
In contrapposizione all’ontologia della sostanza la filosofa danese prende in esame la peculiarità paradigmatica delle attività non soggettive, quelle che cioè sono apparentemente prive di soggetto logico, come il nevicare o il piovere, attraverso le quali trova il modo di proporre la definizione di una categoria originale: i “general processes”. Simili forme di processualità hanno una determinata estensione temporale ma non necessariamente una spazialità “unica”, nel senso che possono accadere in più luoghi contemporaneamente; non sono numerabili, e possono essere considerate – come avrebbe detto Aristotele – “omeomerie”, ossia corpi in cui le parti, spaziali e temporali, sono uniformi al tutto. A partire da questa nozione la Seibt estende il modello categoriale a tutte le entità, sostenendo che quelli che noi consideriamo ordinariamente “oggetti individuali” o “cose”, sono entità minimamente (o pari a zero, direi io) omeomeriche nello spazio e massimamente omeomeriche nel tempo, nel senso che la loro capacità di perdurare fa sì che l’istante t della mia penna sia pressoché equivalente all’istante t1 della stessa, mentre il suo tappo non è affatto “omeomerico” all’inchiostro. Nell’entità pioggia, abbiamo il massimo di omeomeria spaziale, per cui ogni “parte” è uguale a tutte le altre, e un’egualmente elevata omeomeria temporale. Infine, eventi che prevedono uno sviluppo interno, come un’esplosione, hanno una omeomeria minima sia nello spazio che nel tempo. Sulla base di questa traccia la Seibt produce altre distinzioni, precisando anche la differenza tra omeomeria (si dà quando ciascuna parte nello spazio o nel tempo rimane dello stesso tipo della totalità della parti) e “automeria” (si dà quando la stessa entità esiste egualmente in tutti punti dello spazio o tempo che la definiscono), il che le consente di meglio classificare e distinguere classi di entità/processi.
Naturalmente la prospettiva della Seibt nulla può dire a proposito di enti ideali atemporali, in quanto prende in esame il solo dato processuale. L’obiezione più importante che si può rivolgere alla filosofa danese, in questa processualizzazione totale delle entità, deve cogliere alcuni punti di debolezza del suo processualismo, primo fra tutti la configurazione di una nozione di spazialità, presente e centrale nella sua proposta ontologica. I processi infatti definiscono soltanto l’esser temporale del reale, ma nulla ci dicono a proposito della spazialità. Come posso individuare regioni spaziali, “topografie” di processi, se la comune processualità delle entità li diluisce inevitabilmente in un unico fluire? Cosa disegna un confine spaziale se non una materialità che pur essendo sottoposta a processo, è essa stessa “altro” dal processo? È dunque essa ciò che “procede”? Hartmann riconosce alle entità fisiche e organiche una spazialità oltre che temporalità (mentre nega la spazialità allo psichico e allo spirituale), ed è sulla base di questa che può riconoscervi la categoria della sostanzialità, almeno quanto la sostanzialità è fondativa per la spazialità. Non a caso, per Hartmann gli enti psichici, privi di spazialità, non sono interpretabili attraverso la categoria di sostanza, ma solo quella di costanza. È come se la Seibt si fermasse un passo indietro rispetto alla specificazione categoriale, il che non la favorisce in sede di discriminazione, poiché le categorie dello spazio e della sostanzialità sono strettamente interconnesse, e forse inscindibili. Se intende riferirsi – come di fatto si riferisce – alla dimensione spaziale dei processi, non può allora rinunziare alla sostanzialità.